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Paolo Ruffilli - L'epopea dei garibaldini tra realtà e letteratura

SAGGI

PAOLO RUFFILLI
L'epopea dei garibaldini tra realtà e letteratura

C'è una considerazione sorprendente, in riferimento alla precocissima epopea garibaldina, ed è che, tranne la spedizione in Sicilia, tutte le campagne di Garibaldi furono gloriose sconfitte e ritirate.
Sarà la sua natura di combattente istintivo che sa mettere a frutto la sorpresa e l'improvvisazione a danno della pur preponderante regolarità del nemico, sarà la sua esperienza di tecniche della guerriglia che gli consente, di fronte alla normale superiorità dell'avversario, di conseguire l'iniziativa tattica o strategica perfino nel ritirarsi, fatto sta che Garibaldi è nel segno della vittoria, sia pure morale, anche quando a consumarsi sul campo è la sconfitta. Vale a dire che Garibaldi fonda il mito della sua persona e delle sue imprese indipendentemente dal corso degli eventi bellici e prima che una vittoria vera e propria si compia. Anzi, nel ribaltamento delle previsioni, l'inaspettata e sorprendente vittoria di Calatafimi viene a sancire romanticamente un'epopea già consolidata, che naturalmente la leggendaria spedizione del 1860 porta al suo culmine.
Non sono considerazioni di poco conto. Se non altro perché ci sottolineano, da una parte, la disponibilità assoluta dei volontari garibaldini temprati alle prove di dolore e di sacrificio e, dall'altra, l'essere Garibaldi l'unico riferimento comune capace di assicurare l'unità in un'Italia divisa anche quanto a intenti e progetti di riunificazione.
Le ragioni di tale corrispondenza tra Garibaldi e i garibaldini possono essere rintracciate nel riferimento a quegli ideali comuni in grado di giustificare anche la sconfitta alla luce dell'eroismo, contro nemici tanto più numerosi e più forti, ma non sostenuti da pari motivazioni di fondo. È probabilmente ciò che pensavano i garibaldini e che dava loro una tale coincidenza di intenti. Ed è ciò che spiega quell'atmosfera quasi religiosa, di fede, che si era creata intorno alla figura di Garibaldi.
Se dunque da una parte c'era la disposizione alla coincidenza, dall'altra c'era una personalità capace di assicurarla nell'azione. "È stata la lega della nostra unità d'azione" ha scritto Giani Stuparich nella sua antologia Scrittori garibaldini (1948). "Garibaldi ispirò a molti italiani una fiducia in se stessi e un orgoglio per le proprie imprese che ben difficilmente avrebbero acquistato in altro modo" ha scritto Denis Mack Smith nel suo Garibaldi (1959).
Come spiegare altrimenti la volontà di sacrificio dei combattenti di Calatafimi, di Bezzecca, di Mentana, se non con la presenza di quell'elemento catalizzatore che fu Garibaldi: "fissante", regolatore della temperatura in grado di alzarla o di abbassarla a seconda delle necessità. Tanto che bastava avvertire solamente la sua presenza, in un lampo, per sentirsi sicuri: "accanto a lui, procedendo con lui, pareva che non si dovesse morire, che il morire là, sotto i suoi occhi, fosse più bello del vivere" (Anton Giulio Barrili). Perché un uomo solo, come racconta in modo colorito Giuseppe Bandi, aveva "in sé tanto cuore e tanto senno e tanta fortuna dalla sua, da essere necessario non solo a mille, ma anche a centomila, nel modo stesso che necessario è alla terra il sole, che la scalda e la feconda".
Garibaldi diventa spontaneamente il centro cui mirano le aspirazioni mosse da più di un ideale. Simbolo del riscatto da secolari sopraffazioni, Garibaldi vive pure alla luce dei valori nuovi di cui si fa portavoce la nascente borghesia italiana: il coraggio, l'intraprendenza, l'iniziativa personale. Valori, in lui, assolutizzati all'insegna del disinteresse, della dedizione e, quel che più conta, da lui veicolati in qualche modo nell'azione.
Ma l'unità di azione di cui parliamo, quella dei volontari garibaldini, pur riconoscendo a Garibaldi virtù non comuni, è resa possibile e si realizza comunque sul terreno dei riferimenti comuni, cioè della comune decisiva formazione mazziniana.

Oggi a Garibaldi, condottiero e uomo d'azione, si riconoscono buone qualità militari e straordinarie capacità di traino. Ma un velo di reticenza, o di pudore, è steso sulle sue idee politiche, astratte e contraddittorie, e in particolare su quella sua teoria di un dittatore eletto dal popolo per difendere lo stato dai nemici esterni, per sgominare quelli interni ed estinguere la corruzione (problemi, questi ultimi due, cominciati già prima della proclamazione del Regno d'Italia e sostanzialmente mai risolti).
Garibaldi pensava, naturalmente, alla situazione italiana del tempo e lo faceva, una volta di più, da uomo d'azione. E da una posizione pessimistica, o forse soltanto realistica, di chi ha una profonda sfiducia nelle masse. Del resto, Garibaldi era convinto che dovessero essere guidati anche i ceti più consapevoli e maturi, figurarsi le masse.
La sua adesione alla Prima Internazionale Socialista si legava, sostanzialmente, alle motivazioni ideali che avevano spinto a combattere per il riscatto politico dei popoli, più che a coincidenze ideologiche. Almeno fino agli ultimi anni e alle simpatie per il socialismo manifestate pubblicamente. Ma, quanto al riscatto sociale e culturale, aveva idee più autoritarie e decisioniste, che la critica considera "più realistiche" rispetto all'utopia socialista di quella temperie.
In ogni caso, nello stesso prosieguo della vita di Garibaldi, la predominante natura di uomo d'azione è confermata dall'essersi fatto, da generale a riposo, animatore di un'azienda agricola pilota, a Caprera, una delle più avanzate d'Europa, che applicava sistemi di produzione e macchinari modernissimi. Così come è confermata dalla partecipazione ai lavori parlamentari, in qualità di deputato, solo con i suoi interventi sul concreto, tipo il considerevole progetto per la bonifica della campagna romana.
Alle spalle tuttavia, nella formazione di Garibaldi, c'è la predicazione mazziniana: l'idea della vita come "fatto morale" e "ministero di giustizia", e quella del "Popolo" come entità assoluta, in cui soltanto si realizza l'individuo connettendosi a un tutto che sopravanza nello spazio e nel tempo i limiti della sua vita effimera. Si può dire, anzi, che la "religione del Popolo" teorizzata da Mazzini abbia trovato realizzazione attraverso Garibaldi, che ha fatto da catalizzatore a quel "comune principio morale supremo", a quell' "ispirazione nazionale", materializzati nell'unità di azione.
Ideologicamente, Garibaldi e i suoi condividevano, dal più al meno, i principi mazziniani, e continuarono a condividerli anche quando da Mazzini si differenziarono sulla questione istituzionale. Erano gli ideali di patriottismo cui si era andata educando quella borghesia dalla quale venivano i volontari garibaldini.

In merito alla composizione sociale dei Mille, a prevalere era l'elemento medio e piccolo-borghese. Secondo l'indagine statistica condotta nel 1960 da Miani Calabrese, alla spedizione si ebbe la preminente partecipazione delle quattro categorie dei militari, dei professionisti (o aspiranti tali, in quanto studenti universitari), degli artigiani e dei commercianti. Con la totale assenza dei contadini e la marginale presenza di operai. Come del resto dichiarano gli scrittori garibaldini e lo stesso Garibaldi, il quale osserva in più occasioni nelle sue Memorie che "l'elemento contadino è mancato sempre" e che "i miei militi appartenevano quasi tutti a famiglie distinte delle diverse province italiane".
L'indifferenza dei contadini è attribuita da Garibaldi alla propaganda clericale, così come il "poco affetto della gente di campagna alla causa nazionale", per il fatto sia di "esser essa creatura e pasto di preti, sia per esser generalmente nemica dei propri padroni, che coll'invasione straniera, eran, per la maggior parte, obbligati ad emigrare, lasciando così i contadini ad ingrassare a loro spese".
Al di là della posizione visceralmente (ma con le sue buone ragioni) anticlericale di Garibaldi, che gli fa addirittura dichiarare nelle Memorie: "quanto noi avessimo potuto operare in vantaggio del nostro paese, se in luogo d'aver, come sempre, i preti, e quindi i contadini nemici della causa nazionale, li avessimo avuti favorevoli e suscitanti il patriottismo generale contro stranieri dominatori e ladri", l'assenza delle masse contadine si deve riportare a fattori storici, prima di tutto culturali e sociologici.
I garibaldini, a parte qualche operaio e qualche nobile, appartenevano nella stragrande maggioranza a quel ceto medio-borghese che rappresentava la classe intellettuale colta, alla quale il pensiero mazziniano affidava la guida delle masse nel riscatto socio-politico. Insegnanti, studenti, giornalisti, letterati, artisti, perfino qualche prete (come Bassi e Gusmaroli) e qualche frate (come Pantaleo), spinti non solo dall'amor di patria e dal convincimento del dovere da compiere, ma anche dal gusto del pericolo e della vita irregolare e dal gesto eroico alimentati dalla loro giovane età, erano tutti di formazione mazziniana. E dunque le così dette "bande" erano piuttosto "compagnie", variopinte magari nel vestiario e nell'armamento, ma disponibili alla guida di un uomo che ne sapesse assicurare, come si è detto, l'unità e l'obbedienza alla luce del retroterra culturale e politico comune.

Nella sua antologia degli scrittori garibaldini Giani Stuparich scriveva, nel 1948, di essere ormai "alla giusta distanza per vedere che quella fu veramente l'alba della nostra unità e vederla senza veli, senza esaltazioni, nella sua modesta essenza, proprio nel suo candore". A maggior ragione, oggi possiamo guardare a quelle vicende fuori dalle amplificazioni letterarie e dalle visioni profetiche sulle gesta di Garibaldi. Liberi dunque dalla retorica di discorsi come "L'orazione per la Sagra dei Mille", tenuta allo scoglio di Quarto il 5 maggio 1915 da Gabriele D'Annunzio, in grado di distinguere i fatti dalla loro esaltazione e inevitabile imbalsamazione. Ma liberi anche dagli antistorici discorsi di comodo di quanti oggi, lamentando il presunto errore della riunificazione, vorrebbero per interessi personali e di parte tornare alla divisione dell'Italia.
Lo stesso Stuparich osserva che fu già dopo l'unità, dopo il '70, quando sembrò esaurito lo spirito che aveva animato il nostro Risorgimento, in quel periodo di assestamento e di formazione dello stato nazionale, che si cercò di trasformare la realtà eroica in epopea e di elevare il fatto umano a mito. Ma la letteratura non fu all'altezza del compito, rimase esteriore, fuori tono. E, in fin dei conti, fallì. Nella nostra secolare pecca letteraria, retorica, la spontaneità dei fatti fu tradita dalla magniloquenza: "la semplicità epica di Garibaldi si offuscò negli atteggiamenti d'un eroe falsato; il sentimento diventò sentimentalismo; la poesia intima dei fatti garibaldini esteriore retorica". Fallirono grandi e piccoli, compresi poeti per altro ben più significativi, da D'Annunzio a Carducci a Pascoli.
Questo processo di amplificazione retorica e di vetrificazione riguarda, del resto, anche molti dei protagonisti e testimoni diretti, dopo il '70. Tanto fu gonfiata e falsata l'atmosfera, che quegli stessi volontari e scrittori garibaldini che furono nei loro modesti diari in presa diretta i veri, inconsapevoli custodi della poesia dei fatti eroici cui avevano partecipato, nel voler poi celebrare letterariamente questi fatti ed epicizzare la figura di Garibaldi, caddero nel tono enfatico e nell'effetto monumentale.
Da questo punto di vista appare illuminante, per i medesimi autori, il confronto tra ciò che scrissero nell'immediatezza del momento e ciò che ripensarono poi per il resto della loro vita. Alla forza espressiva, magari poco ortodossa rispetto ai canoni letterari correnti, si sovrappone con il tempo una patina stantia. E questo accade, allo stesso modo, nei maggiori come nei minori.
Così per Giuseppe Cesare Abba, al confronto, il poemetto l'Arrigo appare troppo carico e astratto, patetico, e le stesse Noterelle d'uno dei Mille, rielaborate a più riprese tra il 1880 e il 1891, acquistano un tono via via più idealizzato e inerte rispetto all'immediatezza fresca e coinvolgente del Taccuino del 1860. Così per Giuseppe Bandi, nelle pagine finali dei Mille, la schiettezza del narratore cede all'eloquenza celebrativa. Così, per Achille Bizzoni, la fredda magniloquenza pervade il discorso in morte di Garibaldi, rispetto al suo frizzante diario del 1867. E la stessa cosa si può dire, più o meno, per scrittori come Eugenio Checchi o Nino Costa o Giulio Adamoli o Giuseppe Guerzoni o Anton Giulio Barrili o Alberto Mario, a proposito dei loro ultimi libri e interventi sui fatti garibaldini rispetto a ciò che avevano scritto a caldo rispetto agli accadimenti. Il meglio, insomma, sta nelle pagine di diario dai volontari scritte lì per lì o ripensate comunque di lì a poco dagli eventi.

La letteratura garibaldina è fatta di libri di memorie: ricordi, note, impressioni che hanno al centro la figura di Garibaldi e le sue imprese, alle quali gli autori avevano partecipato. Libri scritti sul momento o a distanza di alcuni anni dagli avvenimenti, perfino vent'anni più tardi in certe rielaborazioni come le Noterelle dell'Abba o I Mille del Bandi, dopo che i fatti si erano compiuti e l'Italia auspicata non era proprio quella che si era realizzata.
Abba stampa le sue Noterelle nel 1880. Bandi pubblica I Mille nel 1886, sul "Messaggero" di Roma e sul "Telegrafo" di Livorno. Nino Costa, riguardando gli appunti del suo diario, detta i suoi ricordi alla figlia a cominciare dall'inverno 1892, anno in cui Adamoli riscrive i suoi Ricordi di un volontario. Barrili raccoglie le sue note sui fatti romani nel 1895. Più tempestivo, Checchi ha già composto nel 1866, pubblicandole a puntate, le sue Memorie alla casalinga di un garibaldino, salvo poi tornarci sopra e raccoglierle in volume nel 1882. Giovanni Cairoli pubblica nel 1867 il resoconto sulla battaglia dei Parioli dell'anno precedente. Alberto Mario scrive La camicia rossa nel 1870. Il Bizzoni pubblica le sue Impressioni sulla campagna di Francia con i volontari garibaldini nel 1874.
Gli scrittori garibaldini non intendono fare ricostruzioni storiche o quadri d'insieme di un'epoca e di un'intera vicenda. Tutti insistono sul carattere particolare, di testimonianza individuale, dei loro scritti. Quel che vidi e quel che intesi, intitola esemplarmente Nino Costa il suo libro di ricordi. Anton Giulio Barrili insiste sull'aspetto personale delle sue memorie: "Badate, non è la storia delle operazioni che io faccio, sono i ricordi miei che metto in carta, le mie sensazioni che esprimo". Giuseppe Bandi sottolinea il carattere della testimonianza di chi era presente ai fatti: "quel che videro i miei occhi e udirono i miei orecchi".
A tenere il campo, negli scrittori garibaldini, sono i cinque sensi e non soltanto, dunque, la vista e l'udito, ma anche il tatto, il gusto, l'olfatto. E, decisive, sono le sensazioni dell'autore: il suo porsi, con il proprio corpo, a contatto con la realtà. Non solo, evidentemente, per viverla, ma anche per misurarla, attraversandola, e in una parola testimoniarla dopo averla conosciuta.
Viene in mente il nuovo criterio di percezione ottica sostenuto dalla contemporanea pittura dei macchiaioli, che scambiano non poche influenze reciproche con gli scrittori garibaldini (alcuni dei quali, come Costa o Toma, furono anche pittori). E, nella narrazione delle memorie garibaldine, traspare quello stesso realismo impressionistico, in cui l'evidenza dell'oggetto, della figura, dell'atmosfera è ottenuta non con il disegno, ma con il colore, per contrasto di scuri e chiari. In una "fedeltà alla prima impressione" che privilegia istintivamente l'intermittenza. Perché, alla fine, è il solo modo per tentare di conoscere l'insieme: sulla traccia puntiforme e frammentata, in qualche modo, si ricompone anche il quadro di insieme.
Non per niente, dunque, i libri dei garibaldini sono condotti su appunti e note spesso presi nel corso dei fatti stessi, dal punto di vista del "testimone oculare". Dice Checchi: "Pigliavo nota a punti di luna di quello che avevamo armeggiato nel giorno e ora rileggendo quelle note m'è parso che se ne potesse cavare un costrutto". E Bizzoni dichiara che raccoglieva giorno per giorno le sue "povere impressioni", accorgendosi soltanto a posteriori del disegno di insieme che componevano.
È la "scrittura per frammenti" una delle eredità più moderne della letteratura garibaldina. Un'eredità, per altro, caduta nel vuoto e lasciata per molto tempo avvolta dalla disapprovazione ufficiale, rispetto alla presunta linearità-compattezza della linea accademica. Per i risvolti inevitabilmente rivoluzionari di quella nuova prospettiva che rinuncia alla topografia sistematica per "una quantità di schizzi paesaggistici".

Il ricordo dell'impresa garibaldina diventa col tempo, per gran parte dei volontari, spesso la ragione e il senso stesso delle loro esistenze, come ha scritto Gaetano Mariani nella sua Antologia di scrittori garibaldini (1958). Le esperienze di vita e di guerra accanto a Garibaldi segnano la vicenda privata di molti. Chi potè, tornò con l'eroe: dopo la Sicilia, Aspromonte, poi Bezzecca e Mentana, e Digione. Alcuni si chiusero con lui a Caprera e vissero della sua luce, ricordando il passato.
A maggior ragione, quelli tra i volontari che si fanno scrittori vogliono in qualche modo salvare il passato dal precipitare del tempo e dal ritorno alla routine quotidiana. Il progetto di ricomporre le aporie del mondo nelle geometrie della scrittura risponde al vecchio sogno romantico della letteratura che dà ala di eterno e di assoluto agli atti della vita. Ma, nel caso particolare, è anche il modo più urgente per attestare l'eccezionalità dell'accaduto e sottolineare, alla luce addirittura di un dettato di fede, lo spirito di dedizione e di sacrificio che ha portato tanti, e giovani, alla morte.
C'è dunque, nei garibaldini, l'urgenza di spinte contraddittorie. Per cui appunto la memoria, cioè l'altra faccia della medaglia rispetto all'azione, diventa da un certo momento in poi la loro dimensione unica. In quell'ingrandimento retorico di seconda istanza, di cui si è detto, al confronto con la freschezza dell'iniziale adesione al racconto.
E la conseguenza è che le vicende hanno in tutti lo stesso sfondo e i fatti vengono da tutti interpretati allo stesso modo: alla luce della leggenda garibaldina. Con Garibaldi, personaggio romantico, simbolo stesso della dedizione luminosa in cui convergono la virtù e la fortuna. Un personaggio romantico, tuttavia, in cui convivono specularmene i due estremi, l'eroe e l'uomo: l'uomo che si comporta da eroe dal retroterra della sua vicenda quotidiana. Ed è indicativa a questo riguardo la lucida indicazione di Guerzoni su Garibaldi, a proposito del fondamento reale del mito che ne è scaturito: "Io sento quanto altri tutto ciò che vi è in lui di straordinario, di fenomenale, di difficilmente riducibile, starei per dire, al comun canone umano; ma d'altra parte, come nessuno vorrà obbligarmi a credere al miracolo e a contribuire a una edificazione, così persisto nel credere che quanto più avremo studiato l'uomo portentoso nelle cause e nelle leggi naturali e storiche che l'originarono, e tanto più il portento ci apparirà grande e raggiante di quella luce meno fantastica e abbagliante, ma più intensa e più durevole che irradia soltanto dall'inestinguibile focolare della verità". Perché "la sua leggenda parrà tanto più meravigliosa e sarà tanto più indistruttibile quanto più s'imbaserà largamente nella storia".
Proprio l'insistenza sui dati umani è l'elemento che vale a fondare anche formalmente la letteratura garibaldina più diretta. Nel segno del racconto che descrive con realismo e vivacità scene, fatti, episodi, figure. Senza cedere alla celebrazione enfatica e alla olografia della letteratura garibaldina più riflessa (e colta), dei canzonieri di maniera alla Niccolini e alla Fusinato o delle memorie agiografiche degli anni postunitari.
È stato Gaetano Mariani a insistere su "una volontà di diseroicizzamento che è impegno costante della migliore narrativa garibaldina". Con gli scrittori più significativi (Abba, Bandi, Barrili, Checchi, Costa) "intenti a risolvere il racconto in scenetta, il quadro in bozzetto".
Non ci sono situazioni fuori dal comune o climi eroici esibiti, negli scrittori migliori. I fatti vengono ricondotti alle loro reali dimensioni, che sono poi quelle che danno in modo inversamente proporzionale il senso della "sproporzione" dell'avventura garibaldina.
Descrizioni di piccole scene e di ritagli di paesaggio, ispirate alla più familiare delle consuetudini, valgono a porre tra l'autore, i personaggi e le vicende un distacco che riporta la guerra e la sua natura di evento drammatico in un'aria più quotidiana, che non vuol dire più "addomesticata". La guerra mantiene i suoi caratteri crudi, ma è accompagnata da un senso possibile che la illumina: un peso delle cose, per quelle che sono, che rifiuta ogni esagerazione. Evidentemente, nel caso dei garibaldini, l'incidenza della così detta realtà è talmente decisiva da mettere in scacco ogni possibile sua deformazione letteraria.
La necessità della guerra e l'esperienza della morte rendono i garibaldini "scrittori" nel più profondo, avendoli maturati più in fretta. E l'incontro accelerato con la vita li pone in una situazione privilegiata rispetto a quella della cultura corrente, anche letteraria, attardata su posizioni di maniera e dà anche ai più tradizionalisti altre opportunità espressive, "li impegna in un linguaggio nuovo che rompe decisamente l'inamidatura linguistica", come ha scritto Mariani.

Degli scrittori garibaldini sono gli unici libri di prosa considerevoli dell'Ottocento italiano dopo le Operette morali di Leopardi e I promessi sposi di Manzoni. E non soltanto in funzione del racconto secondo cui sono costruiti (perfino certi rendiconti documentari), ma anche e soprattutto della scrittura che li caratterizza. Scrittura che ha il passo di una letteratura decisamente nuova, nonostante tutte le sue ascendenze (in specie, manzoniane), che apre la strada non solo al racconto realista, ma a quello dell'autobiografia psicologica. E non è un caso che proprio un garibaldino (certo, anni luce superiore agli altri del gruppo), Ippolito Nievo, sia l'anticipatore addirittura europeo, con le Confessioni d'un italiano (che aveva già scritto prima di partecipare alla spedizione dei Mille), del romanzo stratificato e tentacolare della coscienza individuale, che precorre le grandi prove del Novecento.
Se si vanno a leggere le pagine contemporanee a quelle dei garibaldini (i romanzi storici, le novelle sentimentali, le memorie, gli scrittori moralistici), l'evidenza di questo salto in avanti è addirittura lampante. E dà conto meglio di qualsiasi altra cosa di come le vicende della vita cambino non solo gli animi ma anche il linguaggio in modo decisivo.
Il linguaggio degli scrittori garibaldini non è soltanto più immediato rispetto a quello della contemporanea letteratura ufficiale. Si pone secondo una diversa esigenza, ben più profonda, che è sì l'urgenza della realtà, ma la volontà anche di dare a quella necessità un ordine preciso. Così che, nei casi migliori, tale linguaggio trova una sua codificazione, strutturandosi nel segno dell'ibrido: un impasto che mescola finemente lingua illustre e lingua parlata.
Non è solo la necessità di rapportarsi di continuo a una molteplicità linguistica che ha il suo riscontro immediato nella compresenza di elementi di diverse aree dialettali, tra le fila dei garibaldini. È qualcosa di più consapevole e ambizioso, avendo fatto l'esperienza del multilinguismo: l'idea di attestare letterariamente una lingua in cui le diverse componenti e i differenti livelli riescano a trovare un punto di equilibrio.
Ci sono prove tutt'altro che prive di una progettualità e che hanno addirittura alle spalle teorizzazioni puntuali come quella di Nievo: al grado di un parlato che in realtà è solo fittizio, anche se a livello di immediatezza e comprensione più generalizzate, letterariamente risolto e suggellato da una materia che ha in sé la carica epica capace di assicurare perfino il traslato leggendario. Un "basso continuo", allineato alle intermittenze percettive dei cinque sensi, così come a quelle espressive della gamma delle voci in campo.
Gli scrittori garibaldini hanno una considerazione finalmente preconcetta dell'enorme potenzialità letteraria dei dialetti. Potenzialità sfruttabile (e sfruttata) ai diversi livelli, comico, drammatico, patetico, ironico, elegiaco. Per alzare o abbassare, insomma, la tensione narrativa e il pathos stesso delle vicende, a seconda dei casi. In una miscela, nelle diverse esperienze più o meno calibrata, ma comunque vincente e per molti aspetti definitiva quanto a sviluppi significativi futuri. A sua volta, punto di partenza (un punto fermo più di quanto non si creda) dell'esperienza di Verga e di De Roberto, gli osservatori "spietatamente aridi e fissi" della realtà.


Paolo Ruffilli, sui temi e sugli autori delle letteratura garibaldina, ha pubblicato in ordine cronologico: I. Nievo, Confessioni d'un italiano (Garzanti, 1973), I. Nievo, Il barone di Nicastro (Studio Tesi, 1987), Ippolito Nievo, Orfeo tra gli Argonauti (Camunia, 1991), G.C. Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille (Garzanti, 1991), Antologia di scrittori garibaldini (Mondadori, 1996).


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