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Pizzi marina - Vigilia di sorpasso

RACCONTI

Marina Pizzi
Vigilia di sorpasso
2009-2010

1.
ultimo cuore contare i morti
le giacche appese degli operai
esclusi dalle spade degli angeli.
in preda alle reclusioni delle gemme
fiacca il mattino in un rondinino
morto. le vedove mendaci della tara
dileggiano sul peso di morire. nessuna
giara ti darà più l'olio per rendere
felici i manicaretti da porre sulle tombe.
in faccia al muro elettrico del sale
venga l'attrice che finga di morire
così per verdetto di ristoro.
2.
la neve sporca si fa d'occaso
una spendacciona ciocca di fratello
per rendere la vita un poco sazia
nonostante il criterio dello spettacolo
morente.
tu mi sei amico per alamari e ciocche
quelle sciocchezze innocue che fan fratello
il morente ingenuo fatto della vita.
questo scompiglio d'epica la sorte
chiama la resina dell'eclisse
illuminato bavero partigiano.
così domenica incontrerò nell'inguine
la giara dell'alunno conservato
stante il criterio della luna piena.
3.
in penitenza sulla riva dell'ultimo
ruscelletto non ingoiato del caos.
è perno ancora il musico ribelle
padre di sé per un ricciolo di mora.
in penitenza sulla costa del furto
s'impari il panorama di chi perde
al gioco o al simbolo di credere
seppure evanescente il tuo bel viso.
in mano alla cipolla che fa piangere
il gerundio dell'escluso il sorso breve
contro un'arsura somma. e invece piange
il padre della sposa astemio sulla cenere
del volatile. in tanto mare spadroneggia
l'orco del cimelio di voltarsi indietro
indietro senza tramutarsi anzi invecchiando
con la stazza ossea.
4.
nel ghiaccio cocciuto ho visto la costanza
della stanza del vedovo. tutto come prima
anche se l'uovo non viene più cucinato bene.
la maretta del dolore è solo un remo in meno.
qui i cadavere accatastati si immaginano.
la gavetta del sonno marcio
fa malati i superstiti.
in gola le miriadi degli scempi
prosperano le girandole di fango.
le mie fiaccole sono il tornaconto del fato.
nulla si adempie per tenerezza.
l'angelo elementare gioca al ciclope
dimentica la protezione di essere chiamato.
in mano a una rondine parlante
la cimasa si fa castello ampio per entrambi.
5.
si gira il passo per cambiare vita
ma è solo un vuoto che rattoppa
un altro vuoto, bisbiglio disperato
sotto la cimasa del ciglio che piange.
in casa un almanacco rende pigro
perfino il monaco delle messe
la rivoltella pronta contro il sudario.
bello poter trovare un libro ad uso
di onestà elettrica. la noia respinta
dal giro della carica di ridere
la filastrocca e il cosmo come fazzoletti.
qui si accatta la nenia del verdetto
l'ultima catastrofe appesa alla soffitta.
6.
in coda alla partecipazione del divieto
la galera ronfava presa dall'attesa.
l'orto botanico non riusciva proprio a consolare nessuno.
il muro alto della prigione concludeva la giornata.
le monetine lanciate sul presepe non invalidavano niente.
si restava cretini come l'eremita sacrestano.
le stimmate erano di un pendolare ultradolorante.
in mano al calendario non accadeva che la cancellazione
il diverbio di cercare il giorno da biffare.
dette da un miliardario le parole buone fanno ridere
lasciano sgomento il patrimonio ben serrato.
il tema dell'addio è solo un motto che non arriva
mai al momento giusto. stare in attesa di te è solo
un bavero slavato dal sudore della nuca.
ora mi chiedo la ruggine e il complotto
dove andranno a divulgarsi. volta addolorata la tempia
dell'ultimo della classe un po' sordo.
7.
donna d'amore dar di remo il mondo
conoscerlo sotto il peso della ruggine.
gioielli lacrimosi questi laghetti
sparpagliati nel giro delle fosse.
unguenti lacrimevoli caviglie
questo spostarsi in acqua per guardare
se finalmente terra è la memoria.
in mano alla raucedine del disco
sto col condono al collo per poter vivere
da finanziere finalmente. nulla si inventa
in questo acuto fato uncinato nel brevetto.
tu domani uscirai di galera
per sistemare le violette di stagione
lungo l'argine del palato aperto
del neonato in petalo. in coda una nenia
paesana spartirà la lezione della calma.
8.
un rullio di rantoli il muretto
dove staziona il rotolo dell'ombra
il cruciverba di badare il baro
che vento insegue chi maestro sia
dell'abaco scortese che giammai perdona.
in mano alla regia della penombra
balbetta lepre il presagio d'ascia
la barca che traballa presaga alla balìa.
tu lasciami un lustrino di favola alla nuca
dove marea si consuma il breve
festino della rema stretta.
9.
la linea di fuga sta sottosopra
nel cammino minore delle serpi
in fuga la forza del sogno
il miramare che recita a teatro.
così nella resina di funi
imballo chi sono per un container
senza pietà nerastro di fumi.
tra pericoli corsari e robivecchi
ho la cresima del crudo senza pace
la crepa del sisma che si avvera.
10.
adatta la saggezza in un'onda brada:
qualunque germoglio avrà la forza
di ungersi all'unguento del primordio.
11.
avventura al panico del corso
quando la fanga non ricorda
né l'alveare è qualcosa da ammirare.
quando adeguarsi è un misero stemma
una stilettata di vento l'amante nero
uno schioppo d'aureola baciarti.
spaccata la fuga a regola d'arte
nessuno ama nessuno
sull'intimo silenzio del torsolo.
12.
appello di mecenate solo un chicco
d'edera, una manciata d'albe per commettere
alloro sull'arrivo dell'atleta
qual tanto piangente.
in cella sotto il rivolo di crepe
il mio bambino pena la trottola
del libero. è già prigioniero come un
adulto. un perimetro di falce lo trattiene
al salto. ma la mangiatoia del mulo
lo salverà di certo dal codice delle
mura. invano le stranezze dei vespri
umanizzano le grezze patrie i dondolii
del branco tutto a lettiga. adesso salvo
una gatta bigia per l'indizio di tutti.
tutti tranquilli giocano l'attesa.
13.
la luna inverna in un soldato stanco
qualora la viltà della caverna
abbia un abaco scosceso per il fosso.
le strisce pedonali facciano talamo
al dono della notte più pietosa.
di te ricordo la ginestra nera
giorno a strapiombo ebete per caso
i fiori lasciati al tronco che ti prese.
presumo che domani la scialba eclisse
servirà un'oasi moderna
uno zittire all'angolo del muro.
melodia del palio esserti l'amica
verso un'amaca di coriandoli e sorriso.
l'occaso finirà in alma nera
verso la manciata che anima lo spreco.
14.
è un peccato che io vada desertica
in mano a giudizi che mi scartano
tara del buio monotono dolore.
occorre tirare la cinghia per commettere
suicidio, libertà dallo spasmo dell'offesa.
È sotto un cotto mattone che si fa restio
il petto, dover subire l'onta e l'afasia
della ribellione. il tuo giudizio è un morbo
che uccide il dizionario della siepe
dal baratro. impazza l'acre sponda
del silenzio unico traguardo.
manopola di addio starti accanto
per sembrare una bambina di novena
invece di uno straccio di carestia.
15.
senza date è passato un almanacco
uno scrittore ucciso con successo
verso un poeta ucciso per due volte.
una colonia d'asma il mio insuccesso
dovuto alla smania di ritornare
verso le bocce acidule del dubbio.
in mano alla cometa che non sa parlare
sta il genuflesso stadio del ricordo
quella domenica intrisa di dolore
mendica sulla pertica del dove.
in mano alla fandonia del buon crisantemo
resta l'America senza l'approdo
verso le zone d'ombra della canicola.
tu stazza amore nel ventre della stirpe
e troverai una tanica di fumo
verso le randagie oasi a morire.
16.
in inguine al cervello
la rondine del vero
dove si annusa l'ordine del marcio
nel ripetente tratto della siepe
il verso che dà origine al diluvio.
in morte troverò un'afa nuova
una valenza duttile di scempio
dove il fratello valga una folla intera.
qui crudo il malvezzo delle nuvole
sbatte persiane dove la zona piana
narra le morti di silenzio e d'urlo.
sul tacco del calvario di una donna
piange nell'ira il rito
lo spasmo nel sudario di guardarti
bestiola di cimento per l'eclissi.
17.
in famiglia ho visto un abaco cortese
contar le mire che portano al traguardo.
tu lasciami un estro che contamini
le rotte al davanzale senza cadere.
le musiche che girano per i porti
hanno le case rustiche del suono
la manovalanza geometrica, le torri.
che bella rotta si finanzi il nome
di correre aiuole ben fiorite
i riti ben sicuri delle allodole.
in mano alla contesa del datario
sono già franco da piangere assoluto
le paratie che fiaccano il castello.
di me il ginocchio collasserà alla scala
di leggerti l'amante che non sei.
18.
in mano ad una fede da comizio
tengo vive le risorse d'arbitro
stano tutte le lacrime del fulmine.
in un cipresso di marmo la fogna
di resistere giocoliere espertissimo
di maniglie per aprire e chiudere il
diario. eresia del limbo il fianco
del perpetuo starsene bivacco
così per ripetere la sabbia
all'infinito. ora che piovono sradicate
nuvole sono il progetto della fine.
di me il soqquadro piangerà l'acrobata
bacato dalle resine che scollano
le vite adepte per chiunque sia.
19.
in giro con le frottole del giorno
torna il rammarico del chicco di grano
della borsetta vuota delle bambine.
intorno al lumiciattolo del verbo
vorrò vederti con le tasche piene
piene di gioie per le tegole che reggono.
l'alamaro in buca di guardare dio
presti rancori che si fanno agili
sentimenti agilissimi del dire.
in cuore al bassofondo di resistere
c'è mio padre che mi percuote ancora
le mani al cielo di chi è morto tanto.
le rughe alle comete della ruggine
non servono nel rantolo di chi sta
sterminio su se stesso messo a morire.
in faccia alla calamita del tuo affanno
resti nomea di non far domenica
questo gerundio darsena e fanghiglia.
intorno a me non basta che vederti
bacato dalle ronde faccendiere.
20.
in un cordiale autunno al cardine del vezzo
ho visto l'enfasi del cielo
multiplo al colore.
mille bracciali per un anatema
contro il vuoto. così una femmina
si veste per non appassire.
in agosto seguì un corso per
amministratore di condominio:
il massimo della solitudine dentro
l'ordine che evita lo sfacelo. questa cosa
la colpì come un cimitero non monumentale.
lapidi e basta, croci cumuli di terra a forma
di bara. fiori che perdono la bellezza.
in un ciondolo di perle la vivezza
della visitatrice. vanità prima di morire.
21.
agguati da fare in fretta
questa frittata all'astio.
domani m'intrometterò in un abituro
così per fermare l'orizzonte
e disseccare le pecche del rantolo.
domani m'inventerò un'aureola
per le catene d'ascia
dove fremono i poeti.
a monte di un pastrano senza asole
lo sbatte il vento con un'acutezza acerrima.
in pasto alla resina del boia
questo cipresso nato per non partorire
che risa di cancrena e posti vacui.
22.
l'autunno sacrifica le foglie
per un banchetto di passi.
a cuor leggero un francobollo esulta
di essere arrivato nella buca
innamorata delle lettere.
una minoranza di giochi
frattura le bambole che non sanno
ridere. tu mi opprimi col l'anima
a sacchetto e il bavero rimosso.
il prìncipe degli agrumi è un francescano
di liquori che fanno bene allo spirito
dallo spirito. il ghigno della luna mi sussurra
che la bambagia è solo un giro in giacca e
cravatta per di più scomode. le braci ossute
del calvario cinguettano malarie senza scampo.
23.
l'usanza del registro è stare all'erta
per il deposito di un'urna senza scempio.
in mano alla gita della rotta
il monello è un talamo di giochi.
qui per la maggiore va l'oasi del sogno
dove bivaccano le tane delle rondini.
scarsa baraonda inguine di vento
questo dispendio darsena sul seno.
mesti comunque il senno e l'augurio
quando si termina l'oceano del vate
e le stazioni baciano la terra.
disconvenevole l'attrito degli spasmi
l'aureola corrotta dalla frusta.
in mano alle moine del buon cordolo
tu dimentichi di me che sono innesto
con le perfette nuche che sperdono il dolore.
24.
mi mangerò le unghie fino al sangue
al guaio di gemere la fune garbuglio
di tramonti. in mano alla stesura del fossato
è venuto il Nobel per la letteratura polacca.
il guaio del fronte è il candore del fiore
il rosso ingenuo del papavero. vero il vecchiume
delle nuvole di pioggia. il generale medagliato
sul portone della caserma. l'imbuto del tornato
si fa sfidare dai gabbiani in perenne cerca.
i bottoni del vestito nuziale non reggono
il seno prosperoso, sognante nel respiro.
le spighe polverose dell'ultimo ranocchio
hanno spazi canonici oltre la falce
la gerarchia del santo che ne fa pane.
per minestre di chiodi è sotto stretta osservazione
una bimbetta blasfema ottuagenaria, ancora furba
badante della zolla che la reclama.
25.
quasi già lungo il tenebroso addio
e la risacca credula di vento
insacca l'ombra con l'oasi del brevetto.
a lungo sul verbale della notte
inciampa il veto di scoprir le stelle.
atroce villeggiare questa sciagura
abituro per la rondine del sacco.
abitudine d'acredine restare ospiti
di annulli nei discepoli che piangono
goliardie di servi le vendemmie.
in casa ho solo un remo per catalogo.
26.
nel solco che infuriò l'estate
bivacca la ronda della luna piena.
27.
Visibilio

scodella il mare l'ultimo barbaglio,
l'alunno sul cipresso piange il caso,
ondula il cipresso ritmi di novena.
matriarcale il ritmo della voce
ricerca consolanze di marea.
28.
dio della rondine il gerundio tenue
l'addio libero felice del costato
sulla maretta d'afa senza costrutto
dove ne avviene l'asma e il balbettio.
29.
tutti i dintorni del vento
con le saline darsene
dove si avviene ilarità canuta
la rotta di formarsi per bambini.
in trono alla giacenza del villaggio
canti la fanga che rincorre il corpo.
30.
l'ilarità del vuoto
il solo scempio
la casta delle rondini cattive
dove è morente il verbo della regola
tonfo d'io la lumaca in corsa.
le Erinni calamità del cielo bruno
costano molto lido di dolore.
31.
amo a martirio il codice d'onore
stare sull'erba con i piedi scalzi
o il librino del muto che tiene ad amarmi.
qui sulla regìa che dice di baciarci
la femminile amarezza del rancore
quando quell'uomo è un carico di chiodi.
ora è felice l'arca di commedia
la luna stretta che non acchiappa niente
neppure le paratie amorose delle nuvole.
32.
la sofferenza del cardo
pungolo d'angelo dolente
ammaina relitto la voce
senza pace etere d'ombra.
sciacquio di pomice la fretta
questa voluttà di morte
risacca d'aquila la mano
sempre assassina.
33.
la rotta del fardello quale un accatto
di ortiche che rimuovono l'orto
per le fandonie plurime del pozzo.
indagine del fuoco l'agonia del ventre
quando un bambino fa l'armistizio
con i cipressi plurimi e vincenti.
appena inchiodo la disarmonia del mondo
sto sotto carica di dondoli assassini
con le lancette d'orologio in vortice.
svenuta maestà quest'era vuota
carbone sul catrame pece di cielo
leccornìe del pipistrello appeso al coma.
più ordine di così non so fischiare
alla banderuola in cima a far da diva.
34.
tornava a casa con la fronte in panne
sempre si accorgeva di aver perso
la sola effigie e il deambulo finanche.
35.
nonostante l'estro di porgere aiuto
si restava confinati in una cerchia
di aiuole marce. fu così che la ginestra
si fece nera e la fandonia azzurra
come le migliori delle certezze.
aspro il ciliegio divenne aspro
dalla maratona di ogni tonfo a terra.
36.
il codice del cipresso sa star quieto
dietro la rendita del sole cattivo
andirivieni a rendita di spine.
portico di fronde questo dolore
moltiplicato rettile di fossa
gerundio senza rotte angelicate.
37.
è passato un giorno lontano
dal sito della neve al ritorno della notte.
con il marsupio ho inventato casa
da sùbito bivacco. non c'è speranza
per un albore che sa di sabbia
e barattoli scaduti. d'inverno la barca
si rovina in taciti svincoli di sale.
poi subentra il fato della cialda
promettente. chissà quale aiuto
ingoiò il rantolo per farla finita
con la pece. non c'è datore che si presti
al gioco d'essere magnanimo. è tutto
un far di stucchi per reggere una casa
in grave gravame di reato. la foggia
canterina della sposa attenua le rughe
della bisaccia.
38.
rumina il vento elegie di stoppie
quasi s'inchina un albero al passaggio
dell'orologio favolistico del grembo.
39.
in coda alla mansione di resistere
si chiama il vento un dondolio di sfingi
blasfeme su di un manico di scopa.
la ruggine che svetta sopra la nuca
antesignano coriandolo di morte
io sono. muso lungo non avrò il tuo
amore, ma resistere il partigiano
aneddoto vedrai saprò nella rupe
dell'occaso. maretta d'anima vederti
da sotto il caso che mi accinge morta.
40.
fu un autunno di verbi all'infinito
come a reagire ad un'offesa tanto
tanto mal anima da coprire il volto.
di te ricorderò l'occaso pieno
la vena occlusa da cotanto grembo
in grembo alla maestà dell'alluvione.
oggi son arsa da ferrigna darsena
a nulla serve reagire d'anima
contro il novello sguardo della polvere.
amore di congedo il tuo travaglio
voluto dalle stoppie delle rondini
quando già manca chi chiunque voglia.
le fiaccole cosmetiche del lutto
seducano le giostre che resistono
educate alle voglie del dio sole.
41.
c'è un ceppo di elemosina che colpisce
l'erba muta dell'erbario antico
quando l'abbraccio dei fiori era giovane
tutto in botto il cuore dei ragazzi.
il volpacchiotto morto lungo la strada
citava i chiodi di malanni ghiotti
foggia d'anima disperdere.
così chiunque imparava a vivere
luogo di fossa anima di balbuzie
il fuoco ben geometrico del lutto.
in mano all'acrobata del sale
barcolla il sole che non fece in tempo
a costruire isole di rendite di baci.
42.
di tanto in tanto emanava un lutto
uno steccato a falce di costrutto
senza giammai un sonno ristoratore.
il fianco della montagna calamitava caos
mediocri anfratti per salvare l'anima
duelli senza giovani innamorati.
così stonava il fosso dell'imbroglio
l'enfasi afasica di sentirsi nani
nati da ernie di disturbo e d'ascia.
43.
vago all'oscuro di piangere la rotta
questo stipetto nano con fandonia
di gigante la nenia del dolore.
in culla alla penombra del tuo flutto
vago marina ruota d'epitaffio
la stanza fatta ernia di collasso.
il fiato che si staglia oltre le rotte
bambinello di attrito contro il divino
dacché da qui non si combina niente.
vecchiume della stirpe stare in diniego
col sale nella nuca per sembrare
filosofo soltanto resistenza.
44.
l'epoca del grano saluto a perdere
avarizia congenita al davanzale
che su o giù non ti salva niente
qui mi va di piangere il saccheggio
l'era vuota delle scuole tutte.
derubante il meriggio delle ruote
quando si crede di badare al solco
al covo di trovare la pietà.
intorno alla canicola del chiodo
dorme l'inchiostro delle storie inedite
la briga di commettersi per cieli
o tratte di battesimi felici.
gioca di me la rupe con l'inerzia
la sillaba bruna che non sa parlare
né arguire un nesso di fandonia.
dal treno giusto il canto di scappare
verso l'appello di studiare il mondo
con l'origine becchina tutta nefasta.
45.

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive. Ha pubblicato i libri di versi: IL GIORNALE DELL'ESULE (Milano, Crocetti, 1986), GLI ANGIOLI PATRIOTI (Milano, Crocetti, 1988), ACQUERUGIOLE (Milano, Crocetti, 1990), "DARSENE IL RESPIRO" (Milano, Fondazione Corrente, 1993), LA DEVOZIONE DI STARE (Verona, Anterem, 1994), LE ARSURE (Faloppio, CO, Lieto Colle, 2004), L'ACCIUGA DELLA SERA I FUOCHI DELLA TARA (Lecce, Luca Pensa, 2006), DALLO STESSO ALTROVE (Roma, La camera verde, 2008), L'INCHINO DEL PREDONE (Piacenza, Blu di Prussia, 2009).
Le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione "Sagittario" 2004).
Numerosi e-book e collaborazioni si possono leggere on line.
Sul web cura i seguenti blog di poesia:
Sconforti di consorte
Brindisi e cipressi
Sorprese del pane nero

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