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Rhis Jean Lotus

RACCONTI

Jean Rhys
Lotus

«Garland dice che è una puttana».
«Una puttana! Mia cara Christine, ma l’hai vista? C’è un limite a tutto».
«Cosa? Dalle parti di Portobello Road? Ho i miei dubbi».
«Stupidaggini» disse Ronnie. «Sta scrivendo un romanzo. Sì, tesoro,» spalancò gli occhi e curvò gli angoli della bocca verso il basso «parla di una ragazza che viene sedotta…».
«Bene, bene».
«Su un mucchio di fieno». Ronnie scoppiò a ridere.
«Forse siamo fortunati; magari stasera si sbronza prima del solito e non si fa viva».
«Non farsi viva? Scommettiamo che viene?».
«Non capisco proprio perché tu l’abbia invitata» disse Christine.
«Be’, l’altro giorno ha chiesto un libro in prestito e ha detto che sarebbe venuta a restituirlo. Cosa potevo fare?».
Mentre ancora discutevano qualcuno bussò alla porta e Ronnie gridò: «Avanti… Christine, ti presento Mrs Heath, Lotus Heath».
«Buonasera» disse Lotus con voce roca. «Come va? Spero tutto bene … Buonasera, Mr Miles. Le ho portato il libro. Proprio bello».
Era una donna di mezz’età, piccola e robusta. Le braccia paffute erano nude, le unghie smaltate di un rosso acceso. Si era messa maldestramente il rossetto sulla bocca in tinta con le unghie, ma il volto era pallidissimo. Davanti, il vestito nero era grigio di cipria.
«Come tremano queste finestre!» disse Christine. «In modo isterico, direi». Infilò un pezzo di giornale nel telaio, poi si sedette sul sofà. Subito Lotus si spostò di fianco a lei e si chinò in avanti.
«Cara, vero che le sto simpatica? Dica che le sto simpatica».
«Certamente».
«È stata così gentile a invitarmi qua» disse Lotus. I suoi occhi tristi, ben distanti fra loro, rotearono vaghi per la stanza tinteggiata di giallo e adorna di poster di piroscafi – «Marocco, terra del sole», «Venite a Bali, l’isola degli incanti». «Credetemi, mi stufo a starmene seduta tutta sola in quel seminterrato notte dopo notte. E giorno dopo giorno, se è per quello».
«Penso sempre che questa zona di Londra sia molto deprimente» osservò Christine compassata.
Dilatò le narici. Poi premette le braccia contro i fianchi, si scostò un poco e accese una sigaretta inspirando profondamente.
«Ma qua non è affatto male, vero? È suo padre quello nella foto sulla mensola del camino? Le somiglia».
Ronnie lanciò uno sguardo alla moglie e tossì. «Be’, come va la poesia?» chiese sorridendo con malizia alla parola «poesia» come a una battuta fuori luogo. «E il romanzo invece, come procede?».
«Non va molto avanti» disse Lotus guardando la boccia di whisky. Ronnie, da buon padrone di casa, si alzò.
Lotus prese il bicchiere che lui le porgeva, strizzò gli occhi, lo svuotò d’un fiato e lo guardò riempirglielo di nuovo con aria distratta.
«Ma è fantastico come sta prendendo forma dentro di me» disse. «Sarà un libro lungo. Ci metterò dentro tutto – tutto quanto, dannazione. Scriverò un libro come mai nessuno ha fatto prima».
«Giusto, Mrs Heath, scriva un libro lungo» consigliò Ronnie.
La sua espressione cortese e interessata seccò Christine. «Sta cercando di fare il simpatico?» pensò, e sentì un formicolio d’irritazione su tutto il corpo. Si alzò mormorando: «Vado a vedere se c’è dell’altro whisky. Sono sicura che ce ne sarà bisogno».
«Il brutto» disse Lotus mentre Christine usciva «è non trovare le parole. È una tortura – sapere cosa scrivere e non trovare le parole».
Nella camera accanto Christine sentiva ancora la sua voce monotona e cantilenante, la voce di una donna che parlava spesso da sola. «Portarmi a casa questo vecchio essere spaventoso!» pensò. «Ronnie dev’essere impazzito».
«Questo posto mi butta giù» pensò. La porta d’ingresso principale era verniciata di un blando blu. Sulla destra c’erano quattro targhette in ottone e i campanelli – Mr e Mrs Garland, Mr e Mrs Miles, Mrs Spencer, Miss Reid, e appuntato sotto, un bigliettino da visita sporco: Mrs Lotus Heath. Un dito disegnato indicava verso il basso.
Christine s’incipriò il viso e si truccò la bocca con cura. Di cosa starà mai parlando quella stupida?
«Siamo veramente messi così male?» disse quando aprì la porta del salotto. Lotus era in lacrime.
«Bellissimo». Ronnie pareva imbarazzato e continuava a muovere i piedi. «Certamente bellissimo, ma un po’ triste. Davvero, non pensa che sia un po’ troppo sul triste?».
Christine rise piano.
«È quello che ha detto il mio amico» disse Lotus ignorando la padrona di casa. «“Qualsiasi cosa tu faccia, non essere tetra” ha detto “perché la gente si innervosisce. E non scrivere di cose che conosci, se no ti fai prendere la mano e finisci col dire troppo, e anche così fai venire i nervi. Inventa; usa l’immaginazione”. E il mio libro? Quello non è triste, vero? Sto usando l’immaginazione. Eppure vorrei poter scrivere alcune cose che mi sono capitate, scriverle così come sono, tristi o non tristi. Anch’io ho avuto i miei momenti di divertimento; direi proprio di sì».
Ronnie guardò Christine, ma invece di ricambiare, lei distolse lo sguardo e spinse la boccia dall’altra parte del tavolo.
«Prenda ancora un drink prima di continuare la conversazione. La prego. Il whisky è qui per questo. Ne approfitti finché può, perché mi spiace dirglielo, ma in cucina non ce n’è più e il pub ora è chiuso».
«Pensa che stia bevendo troppo scotch» disse Lotus a Ronnie.
«No, sono certo che non lo pensa».
«Be’, cara, non lo pensi – come si chiama? – Christine. Ho una bottiglia di porto da basso e tra un secondo vado a prenderla».
«Vada» disse Christine. «Comportiamoci in modo amichevole».
«Ha ragione, cara. Bene, dicevo a Mr Miles che la cosa migliore che abbia mai scritto sono le poesie. Detto fra noi, non me ne frega un accidente del romanzo. Il romanzo mi serve solo per fare un po’ di soldi. È la poesia che mi piace veramente. Eppure, è incredibile la memoria che ho. Sapete che riesco a ricordare cose che mi hanno detto moltissimo tempo fa? Se mi impegno riesco a sentire le parole e a ricordare la voce che le ha pronunciate. È una meraviglia la memoria che ho. Certo, non è più come una volta, ma, ecco, non si rimane giovani per sempre».
«No, infatti, non è angosciante?» osservò Christine senza rivolgersi a nessuno in particolare. «La maggior parte della gente vive molto più a lungo di quanto dovrebbe, non è vero? Soprattutto le donne».
«Sarcastica, vero? Tanto carina, ma sarcastica». Lotus si alzò, vacillò e si appoggiò alla mensola del camino.
«Cara, lei è madre?».
«Parla con me?».
«No, si vede che non lo è – e mai lo sarà se può farne a meno. È troppo sveglia, vero? Be’, in ogni caso ho appena concluso un componimento poetico. L’ho scritto con le lacrime che mi scorrevano sul viso ed è la cosa migliore che abbia mai scritto. Era come se qualcuno mi dicesse continuamente nelle orecchie: “Scrivilo, scrivilo”. Proprio così. Parla di una donna che si trova in tribunale e sente il giudice condannare a morte il figlio. “Devi morire“ dice. “No, no, no,” dice la donna “è troppo giovane”. Ma il vecchio giudice continua. “A morte” dice. E sapete» alzò la voce «lui non è reale. È un fantoccio, come quelli dei ventriloqui, lui non è reale. E nessuno lo sa. Ma lei lo sa. E allora dice… aspettate, ve lo recito».
Si diresse verso il centro della stanza e rimase ben diritta con la testa all’indietro e i piedi uniti. Poi serrò le mani dietro la schiena e annunciò con voce alta e artificiosa: «La madre del forzato».
Christine cominciò a ridere. «È troppo divertente. Non voglio essere maleducata, è più forte di me. Le recite mi fanno fare sempre brutta figura». Andò al grammofono e si mise a girare i dischi. «Balli per noi piuttosto. Sono sicura che balla divinamente. Questo è l’ideale – Just One more Chance. Può andare, vero?».
«Non ci faccia caso» disse Ronnie. «Continui pure col suo componimento».
«Ma sta scherzando. Perché dovrei se a sua moglie non piace la poesia?».
«Oh, è solo una sciocchina».
«Dimmi per cosa ridi e ti dirò cosa sei» disse Lotus. «La maggior parte della gente ride quando sei infelice, ecco quando ride. Ho vissuto abbastanza per capirlo – e magari vivrò abbastanza anche per vedere che ride bene chi ride ultimo».
«Ma lei non ci faccia caso» ripeté Ronnie. «È fatta così». Fece un cenno col capo alla schiena di Christine, parlando con voce fiera e affettuosa. «Giusto stamane mi diceva di non riuscire a commuoversi per gli altri. Non è forse vero, Christine?».
«Non ti ho detto nulla del genere». Christine si voltò, il viso paonazzo. «Ho detto che ero stanca delle moìne – ecco cos’ho detto. E ho detto che non ne posso più della gente che mi chiede di compatire coloro che hanno ciò che si meritano. Se uno sta attraversando un brutto periodo, stai pur certo che è colpa sua».
«Forza» disse Lotus. «Cara, solo una scema parla come lei. Non ha mai provato nulla in vita sua, altrimenti non direbbe mai una cosa del genere. Un cuore primitivo, è questo il suo problema. Suo padre sarà anche un uomo di chiesa, ma lei ha comunque un cuore primitivo». Era ancora in piedi in mezzo alla stanza, con le mani dietro la schiena. «Glielo dica anche lei, Mr Come-si-chiama? Dite la verità e svergognate il diavolo. Forza, dica alla sua amichetta che solo una scema parla come lei».
«Ehi, ehi, ehi, cosa succede?» Ronnie imbarazzato spostò il peso da un piede all’altro. Si allungò per prendere la boccia e la inclinò sul bicchiere. «È sempre così, quando hai un gran bisogno di un drink non ce n’è più. Non le capita mai? Cosa diceva del porto?».
Le due donne si lanciavano sguardi truci. Nessuna rispose.
«Cosa diceva del porto, Mrs Heath? Faccia un po’ vedere il porto che ci ha promesso».
«Oh, sì il porto,» disse Lotus «il porto. D’accordo, vado a prenderlo».
Non appena se ne fu andata, Christine, furiosa, cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza. «Ma cosa ti passa per la testa? Perché dai corda a quella donna orribile? “La tua amichetta” l’hai sentita? Cosa pensa, che sono la tua concubina? Ti fa piacere che mi insulti?».
«Oh, non essere sciocca, non voleva insultarti» la contraddisse Ronnie. «È sbronza – ecco cos’è. Dannazione, è proprio comica. Era da tempo che non mi capitava di incontrare una simile reliquia».
Christine continuò come se non l’avesse sentito. «Al diavolo ‘sto lurido quartiere e al diavolo anche la mia vita! E ora permetti a questo essere, che puzza di whisky e lasciamo stare il resto, di rivolgermi la parola. Di rivolgermi la parola! C’è un limite a tutto, l’hai detto tu stesso, c’è un limite a tutto … Sedotta su un mucchio di fieno, mio Dio! … Non bisognerebbe toccarla neanche morti».
«Attenta» disse Ronnie. «Sta tornando. Ti sentirà».
«Che mi senta pure» disse Christine.
Andò sul pianerottolo e si fermò. Quando vide comparire la testa di Lotus disse con voce chiara e alta: «Non ce la faccio più a rimanere nella stessa stanza con quella donna. Il miscuglio di whisky e stantio è troppo disgustoso».
Andò in camera, si sedette sul letto e cominciò a ridere. E presto rideva così di cuore che dovette mettere il dorso della mano davanti alla bocca per fermare il rumore.
«Salve,» disse Ronnie «eccola qua».
«Non ho trovato il porto».
«D’accordo. Non si preoccupi».
«Ma ne avevo un po’».
«D’accordo, non importa. … Mia moglie non sta molto bene. È dovuta andare a letto».
«So bene di non essere la benvenuta, Mr Miles» disse Lotus. «Prendiamo solo un altro drink. Scommetto che da qualche parte ne ha un po’».
Nella credenza c’era dello sherry.
«La ringrazio immensamente».
«Non si siede?».
«No, vado. Mi accompagni da basso, però. È così buio e non so dove sono le luci».
«Certo, certo».
Le fece strada accendendo le luci su ogni pianerottolo, e lei lo seguiva reggendosi alla ringhiera.
Fuori aveva smesso di piovere, ma il vento soffiava ancora forte ed era molto freddo.
«Accidenti, mi aiuta a scendere queste scale? Non mi sento molto bene».
Le mise la mano sotto il braccio e scesero la rampa di scale. Lotus prese le chiavi dalla borsa e aprì la porta dell’appartamento nel seminterrato.
«Venga dentro un attimo. C’è un bel fuoco acceso».
La stanza era piccola e piena di mobili. Quattro sedie di legno con le gambe stile rococò, poltrone con l’imbottitura che usciva, pigne di vecchie riviste, fotografie di Lotus, sempre in sofisticati abiti da sera, sorridente e spenta.
Ronnie si dondolava sui piedi. Le fotografie gli piacevano. «Vent’anni fa doveva essere bella» pensò e, quasi a rispondergli, Lotus disse con voce rotta dal pianto: «Avevo tutto; mio Dio, tutto. Occhi, capelli, denti, linea, proprio tutto, dannazione. E cosa ci ho guadagnato di buono?».
La finestra era chiusa e la tenda bruna era tirata. La stanza era colma dell’odore acre dei tre bidoni di immondizia fuori della porta.
«Cosa paga d’affitto?» disse Ronnie accarezzandosi il mento.
«Trenta scellini la settimana, non ammobiliato».
«Lo sa che quella donna ha quattro case nella via? E ha affittato ogni piano, seminterrati e tutto il resto. Ma ecco: soldo chiama soldo, e se non ne hai, aspetta e spera. Sì, soldo chiama soldo».
«E allora?» disse Lotus. «Non me ne importa un accidente».
«Be’, non faccia così».
«Non me ne importa un accidente. Dica pure in giro che l’ho detto. Un accidente. Non mi è mai interessato. Non me ne importa niente delle cose che importano a voi».
«Povera vecchia pazza» pensò, e disse: «Be’, se è tutto a posto io me ne andrei».
«Sa… il porto. In realtà un po’ ne avevo. Altrimenti non le avrei detto di averne. Non sono affatto quel tipo di persona. Lei mi crede, vero?».
«Certo che le credo». Le diede qualche colpetto sulla schiena. «Non si preoccupi per una piccolezza del genere».
«Quando sono scesa era sparito. E so anche che fine ha fatto».
«Eh?».
«Certa gente è spregevole; certa gente è davvero spregevole. Prende tutto ciò che gli capita sotto mano. Non viene mai a trovarmi se non per arraffare qualcosa». Mise i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani e cominciò a piangere. «Ne ho abbastanza. Ne ho abbastanza, gliel’assicuro. Le cose che dice la gente! Cristo, le cose che dice …».
«Oh, non si lasci buttar giù» disse Ronnie. «Così non va. Andrà meglio la prossima volta».
Lei non rispose, né lo guardò. Lui muoveva le mani nervosamente. «Bene, mi spiace, ma devo scappare. Arrivederci. E si ricordi: andrà meglio la prossima volta».
Non appena fu di sopra Christine lo chiamò dalla camera e, quando lui entrò, gli disse che dovevano andarsene, continuare a ripetere che non poteva permettersi un appartamento migliore non portava a niente, lui doveva permettersi un appartamento migliore.
Ronnie pensò che tutto sommato aveva ragione, ma lei parlava e parlava e dopo un po’ lo innervosì. Così tornò in salotto e lesse un elenco di dischi di seconda mano in vendita al negozio accanto sottolineando i titoli che lo attiravano. I’m a Dreamer, Aren’t We all? I’ve Got You Under My Skin – quello di sicuro; lo sottolineò due volte. Poi prese i bicchieri e li portò in cucina perché la donna di servizio li lavasse la mattina successiva.
Aprì la finestra e guardò fuori la via bagnata. «I’ve got you under my skin» canticchiò piano.
La via era buia come una stradina di campagna, fiancheggiata da alberi potati. Scintillava – con malignità, pensò.
«Deep in the heart of me» canticchiò. Poi rabbrividì – un vento molto forte per questa stagione – si allontanò dalla finestra e scrisse un appunto alla donna di servizio: «Mrs Bryan. Per favore, mi chiami appena arriva». Sottolineò «appena» e appoggiò la busta contro un piatto sporco. In quel momento sentì un insolito squittio. Guardò ancora fuori dalla finestra. Una figura bianca stava correndo lungo la via, al buio sembrava piccolissima e strana.
«Ma non ha niente addosso» disse ad alta voce, e allungò il collo incuriosito.
Sentì un fischietto della polizia. Lo squittio continuava e sopra di lui si alzò la finestra dei Garland.
Due poliziotti sostenevano Lotus e la trascinavano. Uno di loro l’aveva avvolta nel suo mantello, che le pendeva fino alle ginocchia. Sotto, le gambe si muovevano incerte. I tre scesero la rampa di scale.
Christine era entrata in cucina e guardava da sopra la spalla di Ronnie. «Santo cielo» disse. «Be’, quello sì che è un modo per attirare l’attenzione se non ci riesci altrimenti».
Suonarono il campanello.
«È un poliziotto» disse Ronnie.
«E perché mai viene a suonare il nostro campanello? Non sappiamo niente di lei. Perché non suona il campanello di qualcun altro?».
Il campanello suonò ancora.
«È meglio che scenda» disse Ronnie.
«Sa qualcosa di Mrs Heath, Mrs Lotus Heath, che vive nell’appartamento del seminterrato?» chiese il poliziotto.
«La conosco di vista» rispose cauto Ronnie.
«È messa maluccio» disse il poliziotto.
«Oh, caspita!».
«È svenuta» continuò il poliziotto in modo confidenziale. «E a dire il vero non sembra si tratti di una semplice sbornia».
«Morirà?» disse Ronnie con voce turbata – senza sapere perché.
«Morire? No!» disse il poliziotto, e quando disse: «No!» la morte divenne impensabile, il frutto mentale dell’isteria, qualcosa che tanto non capita. Non alle persone comuni. «Si rimetterà. Fra un attimo arriva l’ambulanza. Non sa niente di lei?».
«Niente,» disse Ronnie «niente».
«Ah?!» Il poliziotto scriveva sul taccuino. «Non crede ci sia qualcun altro nella casa disposto a darci informazioni?» Illuminò con una torcia le targhette in ottone sullo stipite della porta. «Mr Garland?».
«No, Mr Garland no» rispose Ronnie in fretta. «Ne sono sicuro. Non è affatto in buoni rapporti con i Garland, lo so per certo. Non aveva molto a che fare con nessuno».
«Molte grazie» disse il poliziotto. C’era forse un filo d’ironia nella sua voce?
Premette il campanello di Miss Reid e, non ottenendo risposta, levò uno sguardo cupo. Ma al numero sei di Albion Crescent non cavò un ragno dal buco. Tutti avevano spento le luci e chiuso le finestre.
«Capisce…» cominciò Ronnie.
«Sì, capisco» disse il poliziotto.
Quando Ronnie tornò di sopra, Christine era a letto.
«Be’, cos’è successo?».
«Sembra sia crollata». Hanno chiamato l’ambulanza».
«Davvero? Poveraccia». («Poveraccia» disse, ma non significava nulla.) «Ho pensato avesse un aspetto orribile, tu no? Quel viso cadaverico e le labbra di un colore così strano dopo che il rossetto era venuto via. L’hai notato?».
Fuori si fermò una macchina e Ronnie vide il corteo salire la rampa di scale; avevano tutti un’aria molto solenne e importante. E furono pure piuttosto solerti, quando misero la barella sull’ambulanza. Sapeva che i Garland stavano guardando dall’ultimo piano e Mrs Spencer dal piano di sotto. Il piano in cui abitava Miss Reid era al buio perché era andata via per qualche giorno.
«È strano come stasera la via mi faccia venire la pelle d’oca» pensò. «Da far venire i brividi a un morto, come si dice».
Non poté fare a meno di ammirare il modo in cui Christine ignorava quella sordida faccenda, distesa con gli occhi chiusi e il piumino tirato fin sotto il mento con un accenno di sorriso. Era molto bella, calda e felice come una bambina quando le si dà una caramella da succhiare. E in pace.
Una bella bambina. Così bella che dovette dirle quanto fosse bella, e cominciò a baciarla.
(Traduzione di Lisa Framarin)


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