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Roberto Saporito - Sono un professore

NARRAZIONI

Sono un professore
di Roberto Saporito


Sono un professore. Suona strano, un professore, io. Che poi per l’esattezza non sono un professore, ma niente meno che un docente universitario: e questa sì che suona come una cosa strana, al limite dell’inaudito. Anche perché quello che insegno io, fino a un attimo fa, in Italia, non esisteva neanche: insegno scrittura creativa. Ma la cosa ancora più strana, quello che si è perso nella nebbia del tempo passato e perduto è il mio percorso formativo, il mio curriculum anche scolastico. Elementari e medie sono abbastanza democratiche: sostanzialmente tutte uguali. Alle superiori iniziano i distinguo. Ai miei tempi se avevi intenzione di fare l’università le opzioni erano due: o liceo classico o liceo scientifico. Perfetto. Quindi io cos’ho fatto? Il liceo. Sbagliato. Ragioneria. Perché ragioneria? Perché era la scuola più vicina a casa mia: un motivo assolutamente pedagogico, una vera scelta di vita, un vero esempio per le nuove generazioni.
Ma quando hai finito ragioneria ti sarai buttato sulla facoltà di lettere. Sbagliato di nuovo. Giurisprudenza. Beh, potrebbe avere un senso, un minimo di rapporto con ragioneria in fondo esiste: diritto, economia. No, giurisprudenza perché una mia amica faceva giurisprudenza, io non sapevo neanche cosa fosse giurisprudenza, io volevo solo posticipare la mia entrata nel mondo del lavoro, e di studiare, francamente, mi interessava proprio poco. Beh, ma una laurea in giurisprudenza ha un suo prestigio, un suo perché anche. Solo che io non mi sono mai laureato in giurisprudenza. Dopo due anni di pochi esami sono passato a scienze politiche (pochi esami anche lì), poi a lettere (nessun esame) e poi a una scuola di giornalismo (almeno questa terminata) e poi ho cominciato a fare il giornalista, mi sono iscritto all’albo, ma poi ho smesso di fare il giornalista, non mi piaceva per niente fare il giornalista e ho cominciato, prima, a scrivere racconti e poi a scrivere romanzi e ne ho scritti (e pubblicati) cinque, è a quel punto che mi hanno chiesto se volevo insegnare scrittura creativa e io ho detto sì e loro non mi hanno chiesto nessun documento, nessun attestato, mi hanno assunto e basta. E’ legale, non è legale, non lo so e non è neanche un problema mio: mi hanno cercato loro. Ma
loro chi? Quelli della facoltà, che una volta era di lettere e che adesso ha tredici percorsi formativi differenti, con tredici nomi differenti, tra i quali uno che prevede appunto un corso di scrittura creativa: il mio.
Sono un professore.
Sono un docente universitario che non ha la più pallida idea di quello che insegnerà.
Loro mi hanno dato carta bianca, mi hanno detto “ci fidiamo ciecamente di lei”, e secondo me fanno malissimo a fidarsi di me, e ciecamente poi! Io non so neanche se sia o meno possibile insegnare a scrivere in maniera creativa: ma intanto loro mi pagano e io allora insegno. Insegnerei qualunque cosa per soldi, anche cucina creativa, visto i quattro soldi che ho guadagnato con i miei romanzi. Oh, fama tanta eh, vincitore di sontuosi premi letterari (e lì qualche soldo devo dire che è entrato nelle mie tasche), ospite fisso in tutti i festival letterari, recensioni entusiastiche dei miei libri su prestigiose riviste letterarie che nessuno legge, forse neanche chi ci scrive, ma guadagni veramente pochi. E quindi se mi pagano sono disposto anche a insegnare assicurazioni creative, o ping pong creativo, o scarico delle merci ai mercati generali creativo.
Che poi a metà degli anni ottanta, quando ho cominciato a scrivere
seriamente narrativa, avevo come miti letterari giovani scrittori americani che arrivavano freschi freschi dalle scuole di scrittura creativa americane, come Bret Easton Ellis il cui primo romanzo, “Meno di zero” era niente meno che un testo scritto per la conclusione del suo corso di scrittura creativa (aveva qualcosa come diciotto anni!), o come Jay McInerney, che aveva avuto come insegnante di scrittura creativa niente meno che Raymond Carver, e così David Leavitt e tutte le giovani stelle della nuova letteratura americana. Allora anche io come loro, a quel tempo, avrei volentieri frequentato una scuola di scrittura creativa, ma qui, in Italia, a metà anni ottanta, non c’era nulla di paragonabile a quelle scuole che io da giovane scrittore di provincia mitizzavo.
E questa è la mia piccola rivincita: insegno qualcosa che nessuno mi ha mai insegnato e che sono sempre più fermamente convinto che non si possa insegnare: sono un fautore del talento, e il talento o ce l’hai o non lo si impara da nessuna parte, e in modo particolare a scuola. Ma come dicevo, mi pagano, e io ho bisogno di essere pagato (visto che con i romanzi, solo con i romanzi, in Italia ci campano solo in due, uno è Andrea De Carlo e l’altro, anzi
l’altra è Susanna Tamaro).
Sono passati due mesi e, devo dire, che, come professore non me la cavo così male come avevo ipotizzato. Sono praticamente amato, quasi idolatrato, dalle diciotto studentesse del corso, meno amato, ma quasi studiato con sospetto dai diciassette studenti maschi, forse solo un po’ gelosi del mio successo con le loro compagne di scuola, e amato, e idolatrato al limite dell’ossessione dall’unico studente gay (l’ha detto lui di essere gay, con un orgoglio commovente, quando ho fatto
smontare e rimontare in classe un vecchio racconto di David Leavitt).
Sono amato (fisicamente, sessualmente, appassionatamente) e idolatrato da Carlotta, una delle mie diciotto studentesse, che ha ventun anni, praticamente la metà dei miei, bella di una bellezza frutto di generazioni di innesti di donne bellissime, scelte dagli uomini ricchissimi, magnati da generazioni di misteriose ricchezze, uomini che dai vecchi ritratti ad olio su tela della famiglia di Carlotta erano fastidiosamente brutti ma alti e che incrociati con le donne più belle che potevano trovare e scegliere, grazie ai loro soldi, hanno generato uomini sempre meno brutti fino agli attuali discendenti alti e affascinanti sposati con modelle e bellezze affini che hanno portato alla
creazione della perfetta Carlotta, che mi ama, mi idolatra e vuole essere scopata solo da dietro, cosa che a me sta benissimo: possiede un culo favoloso, come tutto il resto d’altra parte.
Carlotta si è messa in testa di
salvarmi, nel senso che da quando ha scoperto che da più di tre anni non scrivo niente, neanche la lista della spesa, vuole in tutti i modi portarmi sulla retta via della scrittura. Mi ha commosso, fin quasi alle lacrime, un giorno che dopo una sessione di sesso moderatamente sfrenato (da dietro) mi ha confidato che io le avrei salvato la vita quando ha letto per caso un mio romanzo (comprato sulle bancarelle dei libri usati a metà prezzo), che l’ha letteralmente folgorata, l’ha in qualche modo (va a sapere tu quale) convinta di voler fare la scrittrice: all’epoca aveva quindici anni (e non voglio neanche pensare a quanti ne avessi io), e quando ha scoperto che il corso di scrittura creativa l’avrei tenuto io ha fatto di tutto per entrare nelle mie grazie e nel mio letto (ma molto più spesso io nel suo, visto che casa mia è un minuscolo cesso in confronto alla sua: studentessa favolosamente ricca, che tanto per dirne una possiede, appesa sopra il letto, un’ enorme e originale tela di Jean-Michel Basquiat, con la quale io, rivendendola, potrei vivere il resto dei miei giorni di rendita).
Mi sono preso una settimana di ferie (anche se per quelli dell’università sono ospite di un festival letterario al quale non potevo assolutamente mancare, per il mio prestigio, ma in modo particolare per quello della facoltà) a Cap d’Ail, in Costa Azzurra, dove Carlotta possiede (lei, non la sua famiglia) un alloggio in un esclusivo residence progettato dall’architetto Jean Nouvel (che non ho la più pallida idea di chi sia, ma Carlotta, non so per quale motivo, ci tiene a questo fatto dell’architetto famoso). Comunque questa mattina Carlotta mi ha dato le chiavi dell’appartamento, tenute insieme da un portachiavi d’oro bianco massiccio tempestato di diamanti (veri e grossi e dai carati incalcolabili), una cartina con le istruzioni dettagliate per arrivarci, un navigatore satellitare da inserire sulla mia vecchia Honda Civic grigia una volta metallizzata ora solo sbiadita comprata usata nel 1991, perché non si sa mai, e mi ha detto che nei prossimi giorni verrà a trovarmi:
“E mi raccomando, scrivi ne’…” mi ha congedato con un lieve bacio sulle labbra e correndo veloce verso la sua nuova Fiat Cinquecento rossa a pois neri (che ha solo lei, mi ha detto) del valore (con gli accessori che ha solo lei) di più di quarantamila euro, una
Cinquecento, un’utilitaria che la gente normale paga quanto quindici sedicimila euro? Ma a esagerare.
Comunque la mia Honda Civic sbiadita del 1991 è arrivata davanti al residence a Cap d’Ail, si è spenta e non è più ripartita. Ho aperto il cofano e dal motore è uscito un filo di fumo, fine: morte di una Honda Civic che è stata tra le mie mani per diciassette anni, praticamente tutto quello che possedevo, amen.
Adesso sono qui, sulla terrazza con vista mozzafiato sul mare della Costa Azzurra, a picco a mezza collina tra una vegetazione profumatissima, mare piatto e azzurro, imbarcazioni che sfilano silenziose sull’acqua lasciandosi dietro un’elegante scia bianca, gabbiani che spezzano la monotonia del cielo attraversato da stanche nuvole bianche e un elicottero-taxi che fa la spola tra l’aeroporto di Nizza alla mia destra e Monte Carlo alla mia sinistra, a Cap d’Ail, nel residence progettato dal famoso architetto (per prima cosa va’ a vedere la piscina a strapiombo sul mare, mi ha detto Carlotta nel suo entusiasmo per questo luogo e chi l’ha progettato, cosa che ho fatto appena arrivato e beh, è vero, la piscina a picco sul mare è un vero spettacolo impressionante).
Carlotta mi ha regalato un piccolo, minuscolo, computer portatile bianco che sembra un giocattolo:
“Con questo potrai scrivere dove ti pare” ha detto lei sorridendomi e accarezzandomi la barba, sempre più bianca, di otto giorni.
Già, il problema è che bisognerebbe avere qualcosa da scrivere però.
Se sono più di tre anni che non scrivo ci sarà un suo perché probabilmente.
Il mio editore aspetta il mio nuovo romanzo con la stessa trepidazione che potevano avere gli ebrei di voler andare nel 1942 ad Auschwitz. Perfino la mia agente letteraria mi ha detto di prendermi tutto il tempo che mi serve (con tutto quello che le ho fatto guadagnare, fosse per lei, io potrei anche metterci vent’anni a produrre un nuovo libro, intanto il risultato economico, per lei, non cambierebbe di una virgola, probabilmente potrei morire e lei non se ne accorgerebbe neanche, tanto crede nel mio prossimo, ipotetico, libro).
Carlotta vuole
salvarmi, vuole che io mi rimetta a scrivere, ma la verità è che sto molto meglio da quando non scrivo più.
Molto meglio.
Il piccolo computer che mi ha regalato Carlotta è acceso, lì, davanti a me, da più di due ore, ma io continuo a guardare le barche e le loro scie bianche, i gabbiani e gli elicotteri, il movimento dei rami degli alberi di un verde spettacolare e le nuvole che si rincorrono nel cielo sospinte da un vento di mistral fresco che trasporta profumi verdi ad ascoltare il canto di un uccello nero dal becco arancione del quale ora mi sfugge il nome.
Ma non scrivo.
Il computer mi manda un segnale acustico per avvertirmi che la batteria è terminata e si spegne.
Meglio, molto meglio.

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