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Ronsisvalle Vanni Corpi in movimento

RACCONTI

Vanni Ronsisvalle
Corpi in movimento

Il Driver

Non parlerò, ovviamente. Sarò lì come un totem silenzioso, che non apre bocca benché l’intera faccenda lo riguardi da vicino.

La grande mercedes è parcheggiata in quella piazza di Roma che è stata per mesi l’unico paesaggio di lunghe giornate passate a guardare oltre la finestra.

Platani dal tronco argenteo che andavano mutando il colore delle foglie. Distese di tetti. Quartiere quieto, per quel che ne so. Avevo altro a cui pensare. Qualcuno doveva aver dato istruzioni sommarie all’autista della mercedes. Alla fine del viaggio chi vi sarebbe stato ad accogliermi? Almeno loro, dopo che Matilde aveva passato la mano, avrebbero potuto essere più premurosi.

Vi fu un alterco tra i due autisti della ditta da cui era stata noleggiata l’esagerata automobile per quel viaggio. Il più anziano - avrebbe dovuto essere lui a condurla - si defilò con una scusa. Ed il più giovane come accade dovette rassegnarsi, rimuginando in cuor suo propositi di vendetta e ribellione che non avrebbe mai realizzato. Da questo, credo, nacquero tutti gli equivoci, i ritardi e le incomprensioni di cui fui vittima. E di lui, di quel giovane umiliato mi colpì sfavorevolmente la bizzarra pettinatura. Un gruppo di giovani extracomunitari, probabilmente pusher, si godevano la scena, gonfi di alterigia razziale.

Ma non vi era possibilità di intervenire. Se vi è una situazione in cui la realtà - generalmente poco suscettibile di essere indirizzata - è proprio intangibile dalla volontà dell’uomo, è proprio questa.

Già non mi piacque come avviò il motore, accelerò minacciosamente da fermo, lasciò avanzare bruscamente il pomposo veicolo, nostro mezzo di trasporto assegnatoci da diversi destini, (la parola destino alla fine di questa ingarbugliata vicenda risulterà inflazionata) il suo ed il mio destino, per poi impegnarsi in una difficile marcia indietro. Questo per contravvenire ad un senso vietato ed abbreviare il giro della piazza. Addio, addio. Quella porzione di paesaggio, anche quella, non mi avrebbe più appartenuto, mi sarebbe sfuggita per sempre.


* * * *



Uscimmo dalla città. La traversata di Roma verso le strade che conducono al sud non è entusiasmante. Sono le periferie più brutte e più sfortunate. Nel senso che sfortunati sono certamente i suoi abitanti; già da lì ci si accorge di avviarsi verso un altro mondo. I commenti che mi arrivavano, anche se ovattati in quell’imponenza insonorizzata (chissà perché, l’assurdo optional!) dell’apparato automobilistico marcato mercedes, erano inequivocabili. Ed anche scontati.

Le partenze e gli stop ai semafori non risultarono il meglio che il giovane autista esprimesse della sua professionalità. Anche da questo si riconosceva la malavoglia con cui si era sottomesso a quell’incombenza e di quanto ne fosse indispettito.

Ogni tanto avviava uno strampalato monologo, tanto per tenersi compagnia.

Alla fine di quel viaggio avrei saputo molte cose di lui e della sua fitta rete di relazioni: per ora arrivavano soprattutto fantasiose imprecazioni rivolte agli altri utenti della strada; a piedi, su due o su quattro ruote.

Poi il traffico si sciolse. La pletora angelica, impiegati e commessi - come angeli a testa in giù, puntualmente a quell’ora ricacciati dal paradiso provvisorio dell’intervallo per la colazione (quattro chiacchiere, magari un poco di sesso aziendale) - precipitavano, rientrando nella geenna dei loro uffici; dannati che strombettavano nella realtà ruggente, anfanante, ora metallica ora gassosa; gas che si liberavano con falsa innocenza come il fumo dagli incensieri: tutto si disperse e tutto ricadde in quel silenzio che mi è più congeniale. Ed al quale in ogni caso desidero abituarmi. Nell’asfaltifera sinfonia di vecchie pozzanghere appena rinfrescate dall’autunno dopo la secca asfissia dell’estate, ogni tanto superavamo un camion.

Compìti conducenti - come avevo notato già negli anni, quando mi accadeva di dover sorpassare uno di quei colossi – occhi di brace, dall’alto dei loro troni lasciavano intenzionalmente stridere gli stantuffi dei freni in modo agghiacciante. E’ la guerriglia stradale, il codice cavalleresco dei veri duellanti di questa seconda parte del secolo. Un antidoto della natura contro la longevità dell’occidente. Auguri...In queste condizioni ti rendi conto come l’uomo non sia affatto al centro dell’universo, il prediletto, rispetto poniamo ai crostacei, alle piante cosiddette repens che si arrampicano dove vogliono, agli infimi esseri che costruiscono nei mari del sud barriere coralline. Ma sballottolato qua e là da una potenza folle.

Stavamo certamente traversando la campagna, conosco a memoria quel tragitto. I lunghi e dolci campi del Lazio, somiglianti alla campagna inglese, prima di immettersi sull’autostrada. La breve sosta al casello, il clic che accompagna l’uscita del cartoncino, come una lingua che sporga per uno sberleffo, ed il riavvio paziente dell’automobile, il rituale che sanciva le preferenze del mio autista, la via più breve, più veloce e certo più noiosa.

Mi chiesi cosa pensasse di me.

E’ una domanda che mi pongo quando vengo portato a spasso da un conducente prezzolato. In taxi ne interrogavo la nuca e le spalle magre, grasse, ingobbite, rilassate sulla spalliera, traversate da fremiti di intolleranza, sollevate per dimostrare una forza che, al di là del finestrino o del parabrezza doveva intimorire gli altri automobilisti. Le nuche erano generalmente inespressive. Con solchi grassi quelle dei più anziani, con i tendini a fior di pelle quelle dei più giovani. Quando si volgevano verso di me abbandonato sul sedile posteriore - o si inclinavano furtivi sul loro asse vertebrale per spiarmi senza parere nello specchietto retrovisore - ogni mistero finiva. Ed ero già in grado di tracciare un identikit della persona che in quel momento aveva in mano il mio destino.

Chissà perchè in aeroplano o nella cabina di una nave un pensiero così vanitoso non mi attraversa mai la mente?

“Pilota, tu porti Cesare”. Rimembranze del ginnasio; pessime, per nulla istruttive.

Il senso del viaggio collettivo mi tranquillizza istintivamente? Da soli si diventa individui, le sorti dell’umanità ci interessano meno, non esistono destini generali...

Anche ora il giovane autista della mercedes aveva in mano la mia singola sorte e, mai come questa volta, la mia destinazione. Valutai il pro ed il contro di essere affidato ad un tipo come lui. Imbelle e disponibile a farsi soggiogare da chiunque dimostrasse un minimo di autorevolezza. Per anzianità, grado, posizione sociale. Ma prepotente, se gliene fosse stata data l’occasione.

Con me aveva, come si dice, il coltello (ed il destino) dalla parte del manico, se avessi provato - naturalmente in ben altra situazione - a tirare dall’altra parte mi sarei tagliato orribilmente. Perchè solo uno stupido agguanta un coltello per la lama...Un poco di rancore di classe, per esempio, non sarebbe mancato. Avere noleggiato un semovente così di lusso per un viaggio così lungo era segno che intorno a me giravano molti soldi. Non avrebbe mancato di pensarci più volte. E così sarebbero cresciute le sue pretese, si sarebbe abbandonato a sproporzionati risarcimenti come piccole fermatine per un nonnulla; soste ad ogni autogrill con visite alle latrine, controlli esagerati dell’acqua, dell’olio, della pressione delle gomme.

A volte spariva in quelle toilette per riemergerne ringalluzzito, ripettinato melmosamente (gel, brillantina?), la faccia stupida rinfrescata da una pessima lozione. Tutto per esasperarmi...Non me, in particolare. Ma io come resto-del-mondo che lo relegava a fare quella vita.

Cosa vi fosse poi di così umiliante e di inferiore a portare in giro la gente in un’auto che sprizza così forti quantitativi di prestigio sociale non me ne capacitavo.

“Tutti scontenti della propria sorte”, puntuale come un rigurgito la mia filosofia spicciola. “No, piccoloborghese” fischia l’arbitro Matilde che è una snob. Comunque mi sarebbe piaciuto capire cosa rimuginasse sul mio conto nella sua testa di autista, sotto quello strato gelatinoso e traslucido sapientemente spalmato in forma di cuspidi ed ondine. Perché certamente nella sua testa dovevo esserci entrato. Non si macinano chilometri con qualcuno senza incuriosirsi dell’altro. Anche se il silenzio reciproco è di prammatica come lo era, poniamo, tra l’arcivescovo di Canterbury ed il suo nuovo segretario-autista mentre addentavano il pane e burro con il salmone del breakfest, estratti a tentoni dal cestino aperto sul sedile, durante un viaggio campestre in automobile in un giorno di sola spiritualità tra le parrocchie del Kent. La mia memoria è una polaroid, con l’ossigeno del tempo i ricordi si stagliano precisi, inalterabili, invincibili.

Per il mio driver potevo essere un galantuomo o un bandito, un sordido avaro o un generoso filantropo. Un benefattore o un criminale. Uno scienziato o un politico intrigante...Un bel gioco mentale, un passatempo per quel lungo viaggio. Io, da parte mia, mi sarei divertito molto. Su quanto mi riguardava era calata una nube plumbea. La mia età non gli era stata nascosta, come il nome e quel cognome beninteso (ma evidentemente non era stato colpito dalla stranezza); o non era al suo livello culturale esserne sorpreso ...Mentre io i suoi dati anagrafici non li avrei mai saputi, né mi importava. Si fermò per pisciare. Questa volta all’aria aperta.

Non era uno screanzato; si allontanò un momento dall’auto parcheggiata nella corsia di emergenza, dalla parte della coda. Tornò a mettersi al volante con un sospiro di sollievo.

“Scusa tanto, bello mio” sussurrò al mio indirizzo. La frasina anche se bofonchiata mi arrivò perfettamente. Meglio che niente. Acquistavamo una certa familiarità.

Poi andammo avanti per un centinaio di chilometri senza che avesse da soddisfare altri bisogni. Non essendovi autoradio o altri generatori di disturbi sonori, non venni infastidito né da musichine idiote né da insopportabili e melliflui comunicati pubblicitari. Il giovanotto accese furtivamente un paio di sigarette. Oltre il comico vetro per la privacy del passeggero che ci separava. Ma se un’altra auto sopraggiungeva o lui si accingeva al sorpasso faceva di tutto per nasconderle.

Accadde un paio di volte, verso il tramonto. Non doveva essere un gran fumatore.

Si fermò verso le otto di sera; “già le otto!” disse, allarmato. Loro devono rispettare una certa velocità, l’andatura deve essere conforme. Né troppo veloce, né troppo lenta. Elegante. Non aveva esperienza. Ma non capii se fossimo in anticipo o in ritardo sulla sua tabella di marcia.

Scese stiracchiandosi e sospirando.

Si avviò in cerca di qualcosa. Tornò poco dopo, brontolando.

“Che coglioni” disse senza tante cerimonie. Buttò via una tessera telefonica evidentemente esaurita. Qualcosa, un dubbio, un’incertezza lo tormentavano. Questo cominciavo ad intuirlo con sempre maggior precisione. Presi ad arrovellarmi sull’origine di quel disagio.

D’altra parte il problema, quale che fosse - se relativo a quel viaggio - era tutto suo. Era nei patti, scritto nel contrattino, un modulo della ditta con sopra stampigliate le solite cose. Doveva attenersi a quelli, ed io non potevo farci nulla. Del resto non mi faceva simpatia. Quale leone in gabbia nella carovana dello zoo del circo non pensa al conducente dell’enorme longtrailer come ad un commestibile? Era troppo vile, me ne ero proprio fatto un’idea da quel primo momento in cui si era lasciato incastrare così supinamente; e così avvelenato dall’odio. A quella giovane età. Ognuno ha il suo destino, perché non farsene una ragione? (Ecco che daccapo affioravano pensieri filosofici da due soldi e quella parola, destino, faceva capolino.) Comunque avrei pagato per sapere che cosa diavolo lo tormentasse. Ed in che modo quel problema riguardasse anche me. Di questo ne ero certo.

Verso le dieci ci mettemmo da parte in una piazzola di sosta, un poco per stare nei tempi, un poco per stemperare la tensione accumulatasi fin lì.

Al posto suo non mi sarei mai fermato. Ma lui doveva esservi abituato. Si stiracchiò; fece un giro attorno all’auto; mi rivolse un paio di occhiate furtive, mantenendo le distanze. Esteriormente ignorandomi, secondo quel riguardoso codice di buone maniere che gli autisti come lui devono praticare. Ma in cuor suo la pensava certo diversamente.

“Scusi sa.” Lanciò lì, nell’aria intorno a noi, e si abbandonò un poco sul sedile. Dopo qualche minuto russava. Insomma ci lasciammo un poco andare, ognuno a modo suo. Il tempo non era un problema. Eppure per lui sembrava che lo fosse.

Si tirò su a mezzanotte con un brivido. Più che altro una specie di scossone in tutta la persona. Certo non doveva essere piacevole. Ebbi pietà per lui. Ma chi lo aveva obbligato a fermarsi? A me non importava. Avevo i miei pensieri che mi occupavano. Sarebbe stato lo stesso.

Arrivammo in fondo alla penisola, a Villa San Giovanni, verso le quattro del mattino. E ci imbarcammo rapidamente sul traghetto, dopo le piccole pratiche relative a queste navigazioni da nulla. Sul lungo battello vi erano poche automobili, con passeggeri insonnoliti. E tre o quattro camion, un paio proprio di grandi Tir stanchi visibilmente, dietro i grandi fari infangati, con targhe gialle illeggibili, per via di tante inesplicabili ics ed ipsilon. Ormai i viaggi per strada accomunano in un destino rotolante un gran numero di persone, sospinte da motivazioni incoerenti tra loro. Ognuno con i suoi maldipancia: i sogni, le ossessioni, le frustrazioni, le baldanzose speranze. Contando molto sul futuro, generalmente. Conosco bene cosa passa per la mente a chi viaggia verso una meta qualsiasi. Ed in altri tempi mi sarei stretto nelle spalle.

Il mio autista scese, si allontanò sul lungo ponte, lucido come in un film francese, scivolando tra le auto ed i camions nei piccoli spazi, veri e propri interstizi pretesi dagli addetti all’imbarco che così li avevano allineati. Vi è sempre qualcuno che dispone del tuo modo di stare al mondo. Diciamo per brevi periodi, come il tragitto di una traversata in un braccio di mare dove si vedono le due rive vicine ed opposte. Ma quando può lo fa con passione. Insomma, obbligare gli altri è in qualche modo nella nostra natura, appena che ce ne è data l’occasione.

Doveva essere andato a fumare, nel vento marino.. E tre. Tenevo la contabilità delle sue sigarette? Risi molto. Io avevo smesso da qualche anno. Ma troppo tardi, come accade a quelli della mia generazione.


* * * *

Quella volta che avevo buttato via l’ultimo pacchetto tollerai una pazzesca iniziativa di Matilde, introdurre la videocassetta di un film in un videoregistratore inerte da sempre, alle spalle della mia scrivania in ufficio (e non so per quale sua morbosa curiosità ) mi colpì sul finire di quella tortura - che subii ad occhi chiusi - una musica collocata sotto i titoli di coda. E soprattutto il titolo di essa, Corpi in movimento che mi si offrì ad alcune riflessioni… Il film si chiama GLI ASTRONOMI ed è tratto da un romanzo, figurarsi! Misi le mani avanti prima che a Matilde saltasse in testa di comparirmi sotto la porta con quel libro. Quella musica, dentro cui si facevano strada voci accattivanti come preghiere o il monologo di un filosofo (la lentezza è un’antidoto?) e quel titolo mi rimasero impressi: ed oggi resuscitano nella scatola cranica…Corpi in movimento, straordinariamente azzeccato in questa sarabanda di vittime catturate da un tourbillon infame, che mi riguarda da vicino.


* * * *


Anche quel tragitto era fatto di dignitosa lentezza. Il rullare della nave, lo scorrere dell’acqua lungo i suoi fianchi tozzi, lo sciacquio alla partenza ed all’arrivo, l’aumento della velocità, lo stabilizzarsi in fine nella milionesima replica di una traversata che dura trentacinque minuti o quaranta a seconda della stagione e delle correnti. Le correnti dello Stretto sono abbastanza rispettose di un loro orario, ab aeterno. Ogni sei ore cambiano direzione. Siccome i traghetti le tagliano perpendicolarmente, il loro senso - da nord a sud, o viceversa - è ininfluente circa la durata della traversata. Un suicida che vi cada dentro annegando, può così essere ritrovato (quando accade) su una spiaggia del Tirreno se ha scelto le prime ore del mattino per il gran tuffo. O su quelle dello Jonio se è a pressione bassa ed incapace di decisioni risolutive prima di mezzogiorno.

Pescatori notturni di totani tornano all’alba intirizziti, su minuscole barche della sconfitta.. Petroliere lontane escono dallo Stretto in un impercettibile gorgoglio di tragedia annunciata. All’arrivo un fragoroso scorrere di catene e pulegge nei loro ricoveri attaccati da impenitenti salsedini, l’abbassarsi di una passerella che scende a poggiarsi sul pontile, preannuncia lo sbarco. Allora tutti accendono i motori, li fanno rombare nervosamente - sottolineando così il passaggio dalla condizione passiva dell’essere trasportati a quella di agire liberamente sui propri veicoli - e poi impazienti cominciano ad incalzare chi li precede; e si stringono tutti nell’imbuto dell’uscita dal battello tra le imprecazioni dei marinai. Gli addetti a dirigere lo sbarco non riescono a fare intendere ragioni a chi vuole finalmente toccare terra. Basta galleggiare un poco su qualunque mare perché allo sbarco la gente sia traversata da una specie di frenesia. Come fosse l’equipaggio di Cristoforo Colombo. E gli indigeni residenti, che tornano a casa, sono furbissimi nell’arte di guadagnare centimetri in più.

Noi sbarcammo per ultimi. Credo che il mio inesperto automedonte fosse stato sopraffatto anche in quella stupida sfida. Oppure non ci teneva. O era troppo stanco. O impensierito. Oppure era tenuto a farsi sempre da parte, credo che questa fosse la vera ragione. Certo che nessun’altra automobile o uno di quegli autocarri ci venne troppo a fianco. Mi accorsi che in generale la tendenza era di dare strada. Ma il mio amico, si fa per dire, non ne profittava quasi mai. Era proprio un pavido, remissivo.

Quando sentii di nuovo la terra ferma sotto di noi, mi commossi.

“Eccomi ancora qua, vecchia Sicilia.”

Un nodo alla gola. Eppure non è che dall’isola avessi mai tratto grandi soddisfazioni, per quanto mi sforzarsi di ricordare....Da lì era partita la mia vita. Però per quella piccola porzione di esistenza che vi passai era sempre stata teatro di contrarietà, equivoci subliminali, sgarbi amarognoli, malumori per cause futili, mediocri. Scacchi non solo sentimentali: il meglio mi era accaduto altrove. E non sapevo che ancora una volta il paese natale sarebbe stato lo scenario di altri trabocchetti. E via. Questa volta se li poteva risparmiare.

Ci arrestammo allo smisurato semaforo, vertiginoso come una idiomatica ‘signallation’ tower degli inglesi, alto al centro di un quadrivio, alto come il Faro tracio che smista il passaggio tra due continenti, Asia ed Europa, Mar Nero e Mediterraneo: quello assolutamente drammatico; quanto invece ridicolo questo in Sicilia, e pretenzioso. Davanti a noi il traffico dei veicoli con cui avevamo condiviso la piccola, ripetitiva avventura della traversata era defluito tutto verso mete sconosciute. Eravamo soli, ai piedi di quell’albero semaforico a lungo sul rosso, il più demotivato dei semafori, simulacri segnaletici. Uomini e cose, i siciliani nascono demotivati?

Quando si illuminò del verde, lui - il mio automedonte - girò a destra. Direzione occidente, Palermo.

“Dove vai, imbecille?” protestai dentro di me. Ma bisognava lasciarlo fare, bisognava che se la cavasse da solo.

E fu così che ci avviammo per il più strampalato viaggio in Sicilia che possa capitare a chicchessia. Se qualcuno vuole indagare nel mistero, del resto legittimo, che mi circonda: ancora ieri alla partenza, libri, pacchi di libri sulla Sicilia (regalatimi per ingannare il tempo, secondo gli spiritosi quanto ipocriti visitatori, perfettamente al corrente della verità come Matilde) furono abbandonati intonsi, ammucchiati nel vano sotto la finestra di quella camera di Roma. Nel vago sentore di acido fenico che ancora vi si attardava.

Da decenni ho smesso di leggere. Odio leggere. Leggere mi fa schifo. Cominciai a detestare quel genere di inganno del tempo pochi anni dopo che da adolescente, folgorato da un grande romanzo, dove la Sicilia è già nel titolo, presi ad impararne a memoria periodi chiave.

La madre che gira per il paese praticando iniezioni, scopre timide natiche di vedove vereconde ed invita il figlio a contemplarle; certo coincise con quelle tempeste ormonali che riempiono di rimorsi i ragazzetti. Ne ero entusiasta. Ancora l’anno dopo, unico sussulto intellettuale prima che questo genere di interessi si spegnesse per sempre nella mia vita, ritenni una specie di scherzo volgare l’insinuazione che qualcosa di falso, di ‘americano’ circoli in quel grande romanzo.. Semmai (è così che la penso oggi) si può dire come sia proprio questa mia isola ad innescare involontari processi di falsificazione. Librescamente non si può rappresentare che con dei falsi? Insomma sono uno che non legge più libri, vi è da vergognarsene? Con un nome come il mio è stupendo…

Ma quello che mi stava accadendo adesso, con quello stupido autista, a bordo di quella stupida e pomposa mercedes era proprio la semplice realtà. L’equivoco, il malinteso, l’approssimazione ne erano all’origine ma in tutto ciò la Sicilia non vi entrava per nulla. E’ il mondo che è fatto così.. Ed è il caso a dire l’ultima parola.


* * * *


Il caso aveva voluto che il mio autista avesse sin dal principio un’idea imprecisa sulla meta del nostro viaggio. Ed io dovevo lasciarlo risolvere da solo con se stesso quel busillis. Era nei patti di quel contratto di noleggio. Doveva giocarsi da solo quella partita, una specie di scommessa. Idioti loro, semmai, ad organizzare così il viaggio e tutto il resto della trama. Anche se i nostri rapporti, flebili vincoli di subordinazione a pagamento, (una volta che Matilde non controllava più niente) non erano stati dei migliori negli ultimi tempi, avrebbero potuto mettervi più cura. Ma siamo tutti così frettolosi in certe circostanze. Insomma quel tipo credo non sapesse dove andare. Ed io decisi di tramutare il fastidio in divertimento; mi sarei molto divertito. Tempo ve ne era.

L’aurora e l’alba erano passate da un pezzo. Il sole già alto nel cielo, un buon sole d’autunno, né troppo sfolgorante ma nemmeno troppo pallido, quando traversammo pianure e montagne senza fermarci mai. Pensai a Florio che si era inventato quella Targa snobistica, spocchiose automobili in gara, elegantoni al volante in guanti e spolverini, occhialoni drammatici, un’idea di lusso per i suoi tempi. Invidiabile.

Templi greci sfilavano sui cocuzzoli dei monti, per il resto pelati, in realtà con nulla di emozionante nei colonnati malridotti, simili a vecchie stie per polli sfortunati, senza la maestà misteriosa con cui li presentano archeologi e guide turistiche. Fanfaluche: per tempo ne fiutai il trucco tutto pasticciato di marmellata romantica. E quei nobili pollai hanno ai loro piedi, orrenda corona, paesi ‘moderni’ senza un filo di intonaco sulle facciate già corrose prima di essere completate, paesi formicolanti di miseria. Altoparlanti di musiche sguaiate a tutto volume risuonavano come de profundis. Al tramonto arrivammo sulla piazza di un grosso villaggio ai piedi dell’Etna. Che ha la forma antipatica di un accento circonflesso con pretese turistiche. Lo dedussi da un cartellone. Avevamo completato per tre quarti il giro dell’isola. Ma a che prezzo? Già nelle vicinanze di Palermo - cioè dopo un paio di centinaia di chilometri - si procedeva ormai ad un’andatura forsennata che suscitava lo stupore dei viandanti e dei perdigiorno nei centri urbani.

Ormai il giovanotto in preda al nervosismo aveva perso la testa, messa da parte ogni prudenza. La mercedes sbatteva, noi sbattevamo come vecchi cassoni metallici, principio di successive interiorizzazioni delle bambole russe, matrioske, dagli scrocchi e scrosci terrorizzanti (dove saremmo andati a fracassarci?). Era il suo fallimento, non aveva scampo.

Alle porte di Palermo dunque si rese conto di avere proprio sbagliato strada.

E nessuno gli dava informazioni corrette. Ma non per via della sua capigliatura ingrommata, dell’essere antipatico e tapino a prima vista.

La verità salta agli occhi: è incredibile cosa la gente sia capace di inventare quando non sa che rispondere al viaggiatore, il viaggiatore perplesso ad un crocevia.

Come se si vergognino di ammettere di non sapere nulla, suggeriscono percorsi di fantasia, disegnano nell’aria con gesti imperiosi peripli complicati, attraverso strade che esistono soltanto nella loro immaginazione.

Dipende dalla capacità inventiva di ciascuno, dalla loro cultura, dalla loro inclinazione a mentire, a camuffare il falso con parvenze di vero, a inscenare situazioni teatrali. Dalla sfortuna di chi chiede illuminazioni alla sua buia angoscia automobilistica. Il mio autista ne fu vittima designata da un fato ironico.

Ho detto subito che non mi faceva simpatia, dal primo momento. Bisognava lasciarlo cuocere nella sua disperata impotenza. E godere, peraltro godere sino in fondo quello spettacolo della generosa volontà della gente protesa ad aiutare il suo prossimo. Lanciargli una cima, far volare nell’etere di un quadrivio un sibilante salvagente, tipo freesby. (Di freesby ero stato un campioncino, proprio a Canterbury quando dovevo ingannare il tempo aspettando che l’arcivescovo, dianzi ricordato, mi pagasse quel pugno di azioni di un’ex distilleria inglese di Marsala - ormai quasi fallita - che gli avevo appioppato, uno dei miei primi affari; il suo segretario divenne geloso della mia bravura; allora ero snello ed agile.)

Il mio prossimo più prossimo, in quel momento era lui, l’autista. E, l’ho già detto, per quel che mi riguardava poteva pure impazzire.

Eravamo tornati indietro. Ma questa volta per strade che nessuno percorreva più da decenni. Buche, svolte accidentate su precipizi, paracarri di traverso. La bellissima mercedes ne ebbe i fianchi sbucciati, screpolati, rigati dai rovi che allungavano braccia polverose dal bordo della strada. Ne fu marchiata per sempre.

Cominciò a fare caldo e l’autista si rassegnò ad una mancanza grave, di quelle che avrebbero potuto rimettere in discussione il ‘contratto’. Cose da non credere. Si tolse la giacca, sudava orribilmente, puzzava come una capra oziosa dimenticata al sole. Così ora, alla fine di quella giornata ci trovammo nella piazzetta di un paese che riconobbi perfettamente, come se nulla fosse accaduto nel frattempo tranne l’assedio orribile di certe nuove bicocche. Ma non era il mio, soltanto una specie di gemello con cui nei secoli non ci si era potuti vedere.

Il poveraccio, quel driver del nord, Roma è nord rispetto alla mia isola, si meritava che qualcuno lo consolasse, gli dicesse che finalmente era vicino alla meta. Ma non seppe mai di essere stato così vicino, di avercela quasi fatta. Ripassò un paio di volte dagli stessi luoghi. Soffrì sino in fondo ancora per un’ora. Il gel si disfaceva, evviva.

Quando pose per l’ennesima volta il suo quesito, quale in nome di Dio, la direzione giusta per la nostra meta? il povero insignificante giovane aveva un tono implorante, disperato.

* * * *


Nel mondo fuori dall’incantesimo che si sprigionava dalla lampeggiante vernice della nostra mercedes, dall’altra parte del vetro che si andava magicamente abbassando senza che nessuno visibilmente facesse nulla, l’interpellato non rispose subito. Insomma alla domanda seguì un pensoso, ma anche penoso, silenzio.

Poi venne la risposta, quasi soffocata e capii che eravamo all’epilogo. Nel senso che il nostro amico era uscito dal più grande imbarazzo della sua vita. Provate ad immedesimarvi in uno slancio di altruismo: girare il mondo in quelle condizioni, più o meno con una benda pazza che ti cali sugli occhi come la palpebra spessa di una gallina, verso una meta che sfugge...Intanto, dovetti riconoscerlo senza stupore, il tono della risposta fu deferente. Rispettoso. Persino intimorito. L’omino sul ciglio della strada era certamente uno di quei tipi che si incontrano dalle mie parti; in India si direbbe un ‘senza casta’. Forse l’aiutante dell’aiutante di un ricco pastore; quello a cui nel centro dell’isola non si passava una paga, ma appena il sostentamento. In sospetto di copulare con le sue pecore……Appartenente cioè a quel mondo pagano assetato di prodigi e di eventi straordinari.

Questo anche in tempi recenti. Oh, la conosco bene quella gente che dispone del suo destino, soprattutto se sono i nuovi ricchi di questa parte del mondo. Spietati. Così l’omino era di tono sommesso, certo servizievole con chiunque (benché protetto da un alone misterioso di devozione e di sacralità…). E davanti a noi, all’imponenza della nostra automobile, all’aspetto ben pasciuto e ben vestito dell’autista - che serbava la sua volgare eleganza, nonostante tutto, il gel scambiato per onesto sudore torrenziale - persino intimorito.

Per rispondere all’angoscioso quesito il Salvatore fece un curioso verso con la lingua dentro le guance, come se si ripulisse il cavo della bocca. Poi emise la sentenza che mandò il mio autista in paradiso.

“Siete quasi arrivati...Ancora avanti così” immaginai il gesto del braccio, che doveva rafforzare l’indicazione “poi così per un chilometro” ancora quel gesto “ e vossignoria si troverà davanti una salita...”

Vossignoria? A quel cialtrone? In altri tempi mi sarebbe ribollito il sangue. In altri tempi l’avrei frustato, quel giovanotto di Roma.

“...E siete arrivati.”

Silenzio riconoscente, dubbioso ma incline a credere; per disperazione il driver avrebbe dato retta a chiunque.

Ed a questo punto brillò fatalmente come una mina la domanda, per la prima volta. Doveva accadere. Nessuno lo aveva mai fatto, una domanda posta con ammirazione, quella rispettosità di prima ancora più esagerata. E complice.

“Chi è questo? Uno importante?”

“Importantissimo” tagliò corto il mio autista.

Mi sentii stupidamente inorgoglire. Imagginai le facce dei miei nemici. Visi tirati dall’invidia. Ed ancora per la prima volta mi sentii disposto a perdonare all’autista la sua stupidità, l’incompetenza e la superficialità. Mentre avrei voluto sapere quali gratificazioni, a missione compiuta, ne avrebbe ricavato...Un patto scellerato doveva regolare quel genere di lavoro. Mal visto da tutti e, in qualche misura, abietto.

“Importantissimo” si srotolò in bocca la parola come una caramella, un chewingum saporito, il nostro provvidenziale soccorritore; con ammirazione, ma da più lontano. Il suo ritrarsi dalla mercedes accadeva non soltanto per il timore di essere arrotato nella stizzita manovra di partenza eseguita da un driver ormai stremato ma felice, in quella strada accidentata, ma per la stessa deferenza con cui si fa spazio al fercolo del santo patrono in cima alla processione...Era ancora un segno di estremo ossequio.

“Importantissimo” tubava come le tortore il nostro provvidenziale strumento celeste, sempre più da lontano. Potrei giurarlo: ormai eravamo ad un centinaio di metri da lui quando giunse il suono del campanone appeso al collo del capro che dominava il suo gregge. Quel genere di effetto sonoro, scampanellante a cui al cinema ricorrono per sottolineare felice e liberatorio sollievo. L’omino doveva proprio essere uno di quei miei paria tra i pastori. Hanno tutti un’aria magica e stralunata. Magri, uguali agli albatri che hanno appena traversato l’oceano. Anche se lui, il mio pastore, probabilmente il mare non lo aveva mai visto, ora agitava salutando le mani come alucce.

L’autista si avventò per la salita con ben altra baldanza.



* * * *



Ora è finita. Siamo giunti a destinazione. Giaccio sulla schiena al centro della chiesa del mio paese. Una volta era bello, modesto. Ora è ormai tutto una ruga, di vecchiezza e di orrori. Come mangrovie in un palude americana, crescono aggrovigliandosi tra loro brutte case non finite. Ai poveri con il sogno del palazzo dei ricchi è mancato il fiato, ossia il denaro. Quelle case incompiute appaiono più vecchie e cadenti dei paterni abituri. Aspettano la fortuna dei figli per chiudere con finestre quelle brecce rimaste aperte al primo piano, il denaro degli emigranti per passare sulla tristezza del cemento già crepato una mano di allegro intonaco colorato. Tra dieci, venti anni. Chissà.

E’ entrata una beghina mattiniera.

Ora giaccio qui, la chiesa per fortuna è sempre uguale. Me la sento d’attorno con piacere. Anche se non vi è nessuno a tenermi compagnia. Come usa. La beghina si è subito addormentata. Del resto ero rimasto solo da tempo, tanto da farci l’abitudine.

Mi seppelliranno domani.

Ma quel carrofunebre pretenzioso, quella mercedes ormai malconcia, come le auto degli zingari e di certi rappresentanti di commercio che vogliono fare colpo, quell’imponente veicolo con le cicatrici della vita ed il suo giovane autista imbecille saranno già lontani. Il driver aveva lasciato lealmente sull’altare un biglietto da visita dell’agenzia a cui indirizzare eventuali reclami:

Must & Fine Funeral Services
Io ne avrei solo uno da fare. Chi ha chiuso il rubinetto della bombola dell’ossigeno, nottetempo? Chi per essere più certo della mia affrettata dipartita ha reciso quel tubicino che mi teneva in vita. Un filo per la verità. Accanimento terapeutico? Balle, a me andava benissimo. Insomma fui ucciso per odio o per amore?



Matilde



Il giorno dopo giunse non esattamente al galoppo.

Questa gente persevera in lunghi riposi notturni e pomeridiani, risvegli tardivi; avessero o non avessero fatto la doccia sapevano di sonno; e doveva essere quasi mezzogiorno. Ma i funerali furono, dal mio punto di vista reale (spiegherò qual’è) per così dire sorprendenti. Quella dose di sorpresa che però non chiarisce un bel nulla circa l’intreccio oscuro della vita.

Ed il mio personale intreccio lo era – oscuro – oh, se lo era…

Il prete disse parole alate e sciocche. Si concesse pure omerici concetti, come nostos, ritorno... In realtà io non ricordo nessuna partenza; nulla, o ben poco, di quella mia partenza da qui; seguii con la famiglia al completo la corrente di quegli anni. Ad ogni modo, certamente non vi fu nulla di patetico, nel senso che si è dato alle migrazioni di gente in cerca di fortuna in paesi lontani e sconosciuti. Talvolta pericolosi. Quella della mia famiglia - la cui antica compattezza siciliana degli affetti si polverizzò quasi subito, non resse al trapianto in terra infidelium - non era all’inizio una condizione propriamente disagiata. Fui un emigrante in prima classe, questo sì lo ricordo. E tuttora la parola emigrante mi umilia e mi ripugna.

Ma lui, quel prete - come una inesausta zitella che, digiuna d’amore, inconsapevolmente si sfoga confezionando centrini da tavola da regalare a parenti ed amici - lui mi ricamò addosso una nauseante storia di sacrifici premiati dalla Provvidenza...

Da quel mio punto di vista - dico punto-di-vista nel senso fisico che non mi apparterrebbe più - cioè dall’angolo di una terrena visuale, potevo comodamente osservare la scena.

Lo conquistai, il punto di vista, prima tirandomi su in piedi sulla mia stessa cassa-da-morto, forma inconcreta ed invisibile, una nozione di me allo stato presente che non mi fu subito chiara; poi - scoperto l’impulso, impercettibile agli altri della compagnia, l’impulso mediante cui un estinto sguscia via da sé stesso, involucro inservibile, e va a girellare dove gli accomoda - spiccando un salto ultraterreno con una leggerezza che prima mi sognavo, trovai da accomodarmi in grembo all’angiolone di sinistra, dei due che montavano la guardia all’altare maggiore.

Due angioloni discutibili - come comprati di seconda mano - piuttosto grossolani, le gote enfiate, ossia predisposti a soffiare dentro qualche strumento che non gli era stato consegnato, all’ultimo momento. Niente trombe né clarini.

Dalle ginocchia di quell’angelo come osservatorio potei esaminare i convenuti. Supposi che quelli in prima fila i quali cavavano da tasche e borsette bianchi fazzoletti per passarli su palpebre asciuttissime, rappresentassero dei supponibili parenti…Parenti?

Chi diavolo sono, chi li ha invitati? Era a loro comunque che si rivolgeva il prete confortandone la commozione, moderatamente periferica nella distribuzione tra i banchi, ma vestita debitamente a lutto. E’ probabile che quel santuomo avesse precettato gente qualunque per assicurarsi un uditorio…Nel dna dei siciliani vi è questa preoccupazione di poter contare su un pubblico; essi pur gelosi della domesticità spalancano finestre quando annusano l’approssimarsi di una scena madre; nessun imbroglione che si infili nel festino di un matrimonio è stato mai allontanato, figurarsi ad un funerale. E le piangenti a pagamento dette prefiche? Teatro, teatro di cui io, nonostante la confusione anagrafica che mi colpisce tanto da vicino, rifuggo.

Però mi folgora un sospetto. Per odio? Per amore?

Vi era ancora qualcuno che avrebbe potuto inventarsi la vergognosa pantomima per vivacizzare la cerimonia; e costei non poteva essere che Matilde. La mia assistente, diciamo l’ultima segretaria che abbia avuto…Ma quando a metà di quel decorso patologico di cui era già scontato l’esito fatale, le chiesi il favore di raggiungere in aeroplano il paese, per un minimo di controllo su quella fase conclusiva “te lo sogni, vecchio suino, che vada a rappresentare laggiù il ruolo che mi hai rifiutato sino all’ultimo.”

“Sarebbe?” Vecchio suino; nel genere delle invenzioni lessicali affettuose Matilde è una specialista; le crea dal nulla, nel senso che sono magro (magari falso magro) e giovanile. Ero.

“Le nozze riparatrici in articolo coso…”

“Mortis. Articulo mortis…”

“Me le meritavo” sibilò tra improbabili singhiozzi.

Mi protessi un momento la metà inferiore del viso con il lenzuolo, per nascondere il ghigno che mi aveva contratto la bocca, come un dolore. Di mogli non ne avevo volute in vita, figurarsi a quel punto. Sì, avrei detto. Ma…all’uso indiano?

“Prego?” disse Matilde interdetta. “Non ne faccio una questione religiosa. Sposami da buddista, da shintoista, da mussulmano, da quacquero…”

“Un marito indiano che muore viene bruciato su una pira assieme alla moglie..”

Uscì in un modo inconsueto per la camera di un semimoribondo, sbattendo la porta. Tanto da far piovere piccole scaglie di intonaco sul mio letto. Ero troppo lontano, in senso figurato, per poterla seguire mentre traversava la piazza con i platani. Furente.



* * * *



Insomma, dopotutto, così ben sistemato tra le cosce grossolane dell’angiolone che soffiava nel nulla, nulla mi sfuggiva. Quattro di quei parenti sconosciuti o figuranti ben addestrati issarono con cipiglio il feretro, ampollosa scatola di legno, prima impugnando le bronzee borchie; poi, sudando come facchini, insinuarono maldestramente una spalla sotto lo scatolone di acajù, costato non poco. In clinica avevo controllato le fatture di tutto. Anche delle corone che mi ero dedicato. Mancava un filo di musica. Matilde non l’avrebbe dimenticata. Quando metteva su un party aziendale era imbattibile nella scelta dei sottofondi musicali. Concilianti e vispi ad un tempo.

Niente musica. Del resto qualunque melodia strappalacrime si sarebbe interrotta bruscamente, sottolineando lo stupore generale.

uando metteva su un party asziendale era imbattibile nela scelta dei sottofondi musicali. Conclianti ed effervescenti ad un tempo. QuQ



* * * *



Ho sempre detestato i colpi di scena.

Non aprii quasi più un libro in tutta la mia vita, ho detto; ma già il teatro stesso, quello vero, sin dal primo momento l’ho ritenuto immorale e debilitante per qualsiasi uomo che abbia un concetto concreto dell’esistenza. I patiti della psicoanalisi non avrebbero dubbi sui motivi di questa mia ripugnanza, individuandola subito tutta nella bizzarria del mio biglietto da visita, corrugando la fronte oppure facendosene quattro risate perplesse.

Del cinema non ne parliamo.

Qualcuno ha insinuato che di essi, teatro e cinema, non avevo bisogno, occupando io, praticamente sequestrandolo per sempre, il centro della scena. Metafora, poniamo, di un consiglio d’amministrazione. Adesso, conclusa ogni cerimonia, occupo di nuovo il centro, quello del piccolo obitorio nel cimitero del mio paese.

Certo i funerali, a parte quel prete irritante, furono dignitosi; semmai soltanto un poco freddini. E delle corone nemmeno l’ombra. Ma ecco come andò.

Dieci minuti dopo nel piccolo cimitero, davanti alla mia tomba monumentale, il sindaco a cui il prete introducendolo si rivolse con sussieguo da cardinale, aggiunse qualcosa di generico circa i cittadini che ritornano (era un’idea fissa, tra quei tipi così circonfusi di compunzione?) dopo avere conseguito successo altrove.

Aveva il doppiomento colmo di politica paesana, di pranzi paesani; in un paese così piccolo poteva trattarsi anche di un lontano parente; rabbrividii, se nel mio status è una sensazione ancora ammissibile. Quanto al mio nome-e-cognome forse non vi si accennò perché nessuno ne avrebbe colto le implicazioni paradossali; un test troppo impegnativo per questa gente incapace di cogliere il paradossale della verità...

Qualcuno tra il pubblico accennò uno di quegli orrendi battimani. Ispirato forse dalla grandiosa ‘tomba di famiglia’ (impropriamente così detta: quale famiglia? io non ho famiglia ma loro non avrebbero saputo come chiamarla, pur essendo destinata ad un uomo solo) il mausoleo che si vede da lontano, svettando oltre il muro di cinta tra polverosi cipressi.



* * * *



Matilde, che tessendo ribollente di dedizione la scomoda spola con la Sicilia si era nobilmente incaricata di tutto, me ne portò in clinica grandi fotografie in un album costoso, copertina in gialla pelle di zebù come quella delle sacche per le mazze da golf; con impresso a fuoco un sostantivo balzanamente elogiativo: MASTERPIECE (capolavoro!). Lo contemplammo vicini, testa a testa, Matilde ne sembrava romanticamente rapita.

Ecco il mausoleo di un uomo importante – io, IO - nel bel mezzo di un piccolo cimitero siciliano. Destinato ad ospitare una sola salma, era effettivamente magnifico. Ebbene io (IO) in quella scatola di marmi e di bronzi allegorici costata un mucchio di soldi probabilmente non entrerò mai.



* * * *



Quando si fu lì lì (la bara ed il suo contenuto) per scomparire alla vista degli astanti, i furbi becchini - chini sul mio avello ancora da scoperchiare come corridori in attesa del colpo a salve dello starter - una volta aperta la tomba, se ne ritrassero alzando le braccia per significare stupore e contrarietà.

La scoperta si propagò tra la piccola folla che assisteva alla cerimonia.

La folla fremette, un brivido collettivo si propagò come l’onda d’urto di una piccola bomba da scaramucce tra paesi poveri in guerra…

Mi torna in mente la nuca torpida ed ostile di quell’autista. La sua mancanza di rispetto per il suo carico. Immaginai come si sarebbe divertito a sapere che la mia tomba, così faticosamente raggiunta era già occupata. TOMBA OCCUPATA.



* * * *



Anche se da non molto; gli astanti occhieggiando l’abusivo, identificato con rapida apertura del cofano di insulso castagno per ordine del sindaco, si espressero in proposito con orrore e compiacimento: ”quanto è bello, è ancora tale e quale.”

Infatti, anche se illegale - oh, quali artiglierie per molto meno avrebbe schierato lo stato maggiore dei miei avvocati, i miei mastini masticatori di codici, gran bevitori di sangue e di denaro, un cocktayl a cui si erano assuefatti nell’assistermi fedelmente a lungo, Matilde andava regolarmente a letto con ognuno di essi per tenerli sotto controllo - anche se illegale, il sorprendente spossessamento aveva una nobile motivazione

I bisbigli del pubblico, allo stesso modo che il cinguettio dei passeri mattutini che funziona come la colonna sonora delle incerte luci dell’alba, me ne resero edotto.

E’ arcinoto come nel giardino dei buoni sentimenti rigogli il fiore della pietà; tanto per dare un’idea di faccende di cui non sono pratico.

Sull’onda di quei commossi sussurri, appresi dell’occupante che si trattava di uno stimato concittadino senza un soldo, circostanza per la quale non aveva potuto progettare alcunchè di dignitoso circa il suo alloggio finale. Ma ‘versificatore all’impronto’ in occasioni speciali (nei matrimoni e nei battesimi, nelle feste private, nelle ricorrenze paesane, alla lettura dei risultati definitivi in tutte le elezioni: sporgendosi accanto al sindaco dal balcone del municipio e declamando versi d’occasione; mentre nel tran tran della vita di tutti i giorni, così come scorre qui ed ovunque, regolarmente cantando in chiesa la domenica: con timbro sottile ed acuti tenorili) doveva essere molto popolare.

Fu così che gli eventi precipitarono: nessun annuncio (ferale) da Roma – oh, ingrati! oh, incapaci! – in più il bestiale ritardo per colpa di quell’autista: come non offrire ad un poeta morto all’improvviso mentre io perdevo tempo, strapazzato crudelmente lungo i percorsi più aggrovigliati, i viottoli più impervi del sud della Repubblica, dignitosa sepoltura se pure in via provvisoria?

* * * *

Facile immaginare l’imponenza del rito: ai preti di paese, quanto più lontani sono dai fasti di Roma, piace da morire scimmiottare il Vaticano, le nuvole d’incenso che si impigliano alle fiammelle delle candele, la remissione dei peccati a colpi di turibolo...



* * * *



I peccati. I morti possono ancora peccare?

Chi mi assolverà dal furore che mi divora, qui sui due trespoli di ferro che sostengono la mia bara, unico ospite del miserabile luogo (obitorio, via!) in cui mi hanno, come dire, accantonato? Momentaneamente, sussurravano al sindaco che fingeva indignazione.

Momentaneamente, quando si tratta di mettere a posto le cose che riguardano un morto è un concetto evanescente. Pressoché irreale, vago come un ‘chissà quando’. Ed i due giorni perduti nei frigoriferi della clinica romana prima che il magistrato desse il nulla osta, la polizia togliesse i sigilli alla stanza con vista sui platani della piazza, la stanza odorosa di lisoformio dove tutto si era consumato? Uscendo poi da una porta secondaria, perché non è incoraggiante l’uscita di un morto da una clinica.

Il furore è forse un peccato ammissibile nell’inerzia della mia condizione. E’ esso stesso paradossalmente un sentimento inerte. E’ statico come me. Provo un’invidia furiosa, e cos’altro mi sarebbe possibile? per quel poeta-cantante, che con nessuna spesa - pur rinunciando al nome in cartellone, sulla lapide, questo sì - si è conquistato un cenotafio da miliardario. Il fatto è che in mezzo a tale guazzabuglio di stupore, indignazione ufficiale, vera o finta costernazione di popolo percepii - ormai sul far delle tre del pomeriggio, ora normalmente generatrice d’impazienza nel protrarsi di queste cerimonie - come il serpeggiare di una pruriginosa risata, come la singultante ilarità suscitata da un malizioso solletico.

Dopotutto essi ridevano a spese di uno sconosciuto. Chi ero io tra quella gente che mi circondava? Uno sconosciuto di cui si poteva ridere senza vergogna...I dettagli criminosi sulle cause della mia dipartita gli erano stati nascosti. Nessun rimorso per quanto mi accadeva turbava quella collettività? Supponibilmente proba ed incline a commuoversi anche gratis.

Sentii poi quel frinire delle risate - contenuto solo dalla tristezza istituzionale del luogo - ritrarsi come un fiume dopo l’onda di piena. Divenne una sospirosa lontananza. Disparvero tutti, perché in fretta mi sistemarono all’obitorio.

Ed eccomi daccapo solo.

Penso al cartello con la scritta in grandi caratteri - o era uno striscione? - che nel ‘68 alcuni di quei giovani dalle idee confuse agitavano sotto le mie finestre.



…Una risata vi seppellirà…



Oh, come questo risolverebbe il mio attuale problema. Essere seppellito, purchessia. (Oh, essere seppellito in fretta, in una sera buia e tempestosa, con la pioggia che ruscella sull’ombrello dell’unico spettatore al mesto rito.) Allora ridete amici, ridete compaesani, ridete parenti, qualcuno più o meno autentico doveva esservi, nella comunità così piccola tra cui ero nato; ridete sconosciuti. Per carità ridete. Prima che di ragnatele sia cinta questa mia bara sui cavalletti, nell’angolo meno appariscente di un obitorio paesano.

Mi dimenticheranno qui. E loro lassù?



Loro



Squitti, Ostuni, Verde, Palladivetro (per le sue capacità divinatorie sugli indici di borsa, Mibtel, Nasaq, eccetera) il dottor Geremia, a cui si era anchilosata una mano per condurre tra gli scogli di legalità ed illegalità le siluranti dei suoi artifici contabili; il dottor Salus senza età ma che teneva da decenni alla qualifica di ‘giovane di studio’, tutti i ragazzi dello staff…So chi ha orchestrato tutto. Matilde, vendicativa. Gli ha dato la libera uscita. “…E non fatevi più vedere…” Si sono vendicati in massa.

(Ora sto pensando a Squitti.) Squitti tornava dal Giappone con sempre nuove diavolerie dell’informatica. Geremia non ne aveva bisogno, era un demone ottuagenario a far quadrare sulla carta rigata dei registri bilanci fallimentari come colabrodo. Partite doppie che non avrebbero combaciato nemmeno a passarvi la pialla a smeriglio…Il più pericoloso.

Quindi vi sono due tipi di loro: loro i vivi e loro i morti che sembrano vivi; è possibile che alcuni diventino complici? E’ possibile che non siano distinguibili? Il dottor Salus, ad esempio, a quale gruppo apparteneva? Ed il dottor Geremia che si accendeva del sacro fuoco solo per organizzare una bella bancarotta, il resto del tempo risultando più spento di una stufa a ferragosto?

Li lascio, sono in fuga da loro. Li ho detetestati per la loro superbia intellettuale. Quei ragionieri, drogati di falso in bilancio.…

Ma anche se li matrattavo non ho sulla coscienza il suicidio di nessuno di loro. Carogna sì, ma con sentimento.

Stolti, maniaci, imbroglioni, superficiali. E - come quell’autista – incompetenti nelle cose del mondo che non fossero gli affari. O assassini? anche questo faceva parte dell’orrendo complotto? Matilde, come te la saresti spassata…O avresti pianto, Matilde?



* * * *



Cominciai a fiutare in giro come un vero segugio da romanzo. Prima che se ne andassero, a piccoli gruppi bisbiglianti tra di loro, a coppie che si parlavano all’orecchio; prima che si dileguassero i solitari pensosi del loro avvenire - all’incirca concentrati per associazione di idee sull’inutile domanda “ed a me quanto resta da vivere?” – avevo ingannato il tempo ad osservarli.



* * * *



Mi costrinsi a ricostruire in ogni dettaglio quell’infernale giornata… Conclusi nella chiesa i funerali tra i borborigmi degli stomaci vicini al pranzo di mezzogiorno, una volta sollevato con garbo e risolutezza dai quattro volenterosi circonfusi anch’essi dal mio prestigio - non ero ancora sprofondato nel ridicolo di quell’umiliante infortunio - essi mi avevano sottoposto ad un leggero, allegro rollio, un professionale ballonzolare; finché acquisirono consapevolezza del mio peso complessivo ed io così trasportato mi abbandonai al piacere dell’attesa: dalle navate discrete di quella chiesa, la compagnia si trasferì in ordinato corteo da un luogo sacro ad un altro luogo sacro. I quattro in realtà mi portarono a spalla lungo un percorso di pochi metri, quanto bastava per attraversare una piccola parte del paese.

Chi ricorda che cosa è un piccolo paese di mattina qui al sud in una bella giornata di sole? Donne senza età si affacciavano ai balconi, alle cui ringhiere era stato applicato un curioso grembiule a salvaguardia dagli sguardi - dal basso in alto - di impenitenti maniaci. Della loro esistenza esse ne erano convinte sin dalla nascita. Lenti passeggiatori sul breve corso paesano, pertinaci fiocinatori di occhiate virili, fiondatori di sguardi bollenti alle nebulose sagome, lassù, da esplorare sotto le gonne, elettrizzanti chiarori di mutande senza età. Tutto fa. Il sesso tragico del mio paese! Alcune di esse comunque si segnarono al nostro passaggio. Gratuitamente. Vi era qualcuno tra loro che avesse pensato di rivendicare, parente alla lontana, una possibile eredità?



* * * *



Lassù da dove venivo, all’inizio dei miei malanni, si era gonfiato come il collo di un cigno nero, incurvato nella tensione di interessate curiosità, un gran punto interrogativo circa il mio testamento.

Al titolo 1: feci correre voce che ognuno dei miei dipendenti era stato lautamente ricordato.

Al titolo 2: era corsa voce, senza per la verità che io vi entrassi per qualcosa, che tutto sarebbe andato a Matilde.

Infine, al titolo 3, che ero sul punto - essendo in punto (un altro) di morte - di cancellare queste generose volontà ed uscirmene con uno sberleffo. Tutto alle Opere degli Orfanelli di Piazza Affari ( i figli dei suicidi per crolli in borsa, i replicanti del ’29 a Wallstreet). Romantico, no? Ma chi aveva giocato con questa invenzione era responsabile della mia morte, per taglio di tubicino.



* * * *



Tornai a ripassare a memoria gli avvenimenti di quella mattina: varcammo il cancello, tra due striminziti cipressi ed udii quel caratteristico sfrigolare di passi sulla ghiaia... Poi tutti cessarono di marciare, si accinsero all’ultima parte dello spettacolo non più contriti ma nemmeno annoiati. Finché accadde ciò che accadde, la scoperta del mio vergognoso spossessamento da parte del poeta canterino.

A quel punto, memore dei vecchi tempi, decisi di annegare il furore nell’azione. Sempre più mi percuoteva il funambolico interrogativo: e se fosse stato un complotto di siciliani? Frullai ipotetiche ali dall’ angolo appartato, filai tra la mia tomba (senza gettarvi uno sguardo) ed il muro di cinta. In pratica mettendo a regime quei miei nuovi poteri mi piantai in asso gettandomi sulle loro tracce.. Di lì a poco nella casa del sindaco si svolse una luttuosa festa, quel pranzo funebre che nelle tradizioni del mio paese intende distrarre e, nelle più veridiche intenzioni, consolare i parenti del lutto che li affligge.



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Tra i più fieri delle comuni origini con l’estinto, la moglie del sindaco tra quei parenti virtuali non aveva rinunciato - scremando nelle liste elettorali - a cogliere ogni sfumatura della circostanza per incaricarsi del mesto festino.

Con ben poco sacrificio economico da parte sua, poiché la totalità delle copiose cibarie arrivavano ora su vassoi di alpacca imitazione dell’argento, (nessuno ci sarebbe cascato), proprietà di appartenenti allo scalcagnato ceto borghese, ora dentro zuppiere di comune terraglia che erano le più compatibili con il reale tenore di vita di quei miei compatrioti dai modesti capitali, contadini con poche speranze di sopravvivenza nel tradimento governativo delle sorti agricole…. Questo mi confortava nel pazzesco sospetto che il mio assassinio fosse stato progettato in paese, mediante emissari, tra gente che aveva imbastito con me ipotetici legami di sangue. Plausibile che ad informarli delle mie condizioni i delatori fossero stati Geremia o il dottor Salus, l’ottuagenario giovane di studio. Il mio delirio di sospettosità si faceva pressante come un fuoco d’artificio pronto ad esplodere nelle notti festose.



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Insomma era tra loro, tra i convitati al pranzo del sindaco che andava cercato il colpevole, i colpevoli. O il paese intero aveva tramato la mia morte? Mi strizzai ancora la meningi, girando all’incontrario il filmino di quel convivio di inconsolabili. Appartatasi in un angolo, a futura memoria, puntigliosamente la moglie del primo cittadino andava compilando un bizzarro inventario: ogni pietanza, ogni manicaretto, ogni dolcino, ogni insaccato o formaggio o capocollo, eccetera, con accanto cognome e nome del contribuente. Dove non mancavano anche l’inventiva o l’estrosità con cui ognuno voleva ben figurare. Cosa aveva ispirato, ad esempio, il capo delle guardie municipali a farsi precedere da un pacco di zucchero a quadretti? (Capitano Collura zucchero a quadretti chili 3, aveva debitamente annotato la signora sindachessa, prima di riporre il pacco tra le derrate non deperibili che si accumularono nella sua dispensa.) Oh, la mia inenarrabile Sicilia!

E poi: cavalier Lanfutriati pollo in brodo con kineffe (vagabonde, in quel liquido giallino, palline fritte di farina di riso), il brodo ancora caldo in apposito thermos;

Nerina Ruggeri e zia Cacciola maritata Urso sperlunga di biancomangiare (crema di latte) e biscottini da the fatti in casa; Alfina Lo Sardo falsomagro con contorno di cervella in beciamella;

ragionier Sapuppo crispelle di ricotta e mascolini (acciughe), rognoncino al vincotto, pasticceria varia (è in attesa di sanatoria edilizia per un fabbricone sull’ex terreno dei Padri Salesiani, comprato per due soldi, annotò accanto la moglie del sindaco);

signorine Malambrì marmellata di fichi e limone, pere agileppate ( cotte in una specie di melassa), cetriolo candito, una specialità della famiglia.

Il povero Ciccino ( fratello sfortunato della moglie del sindaco con cui praticamente non si parlavano, era troppo miserevole nella sua indigenza) un torrone. Ma doveva essere di tre Natali avanti, vinto in una lotteria di beneficenza di cui qualcuno gli aveva regalato il polizino, il biglietto con il numero senza pensarci più; è certo che ormai lui non aveva più denti.…



* * * *



Il sindaco troneggiava a capotavola oppure volteggiava tra l’uno e l’altro con frizzante mestizia; tranciava nell’aria con larghi gesti della mano fette di retorica da circostanza, un barbaglio dal mignolo di quella mano…Dio mio, quell’anello – uno chevallier con brillante – è mio. O non è mio? Possono esistere due esemplari simili di un anello, nella distanza tra una capitale ed un orrendo buco di paese? Tra uno come me ed uno come lui? Quei viaggi di Matilde, su e giù dalla Sicilia, anello rubato e anello regalato, dono propiziatorio: farnetico. Prima del tubicino reciso avrei avuto un vitale capogiro, un accapponamento visibilissimo della pelle. Ora niente di tutto questo. Concentro l’attenzione su quel mignolo, ne sparisce metà nell’orecchio del primo cittadino, (un prurito, un rimorso?) poi va a posarsi con tutta la mano, come farfalla, sulla spalla gracile del prete, che piluccava disappetente. Un lampo di complicità nell’occhio acquoso del santuomo; forse. Per oggi è troppo. Torno ad acquattarmi laggiù, in quell’angolo di obitorio, dove un insieme, una poltiglia di circostanze ubriache mi ha condannato. Eventi strampalati, gente oscuramente assortita, Matilde in testa. Matilde!





L’Uomo invisibile



Sei ore dopo. Sono ancora furente. Abbandonato qui, mentre ancora un raggio di sole, un raggio dell’ultimo sole si allunga là fuori sulla mia tomba imponente.

Mi piacerebbe vederla ancora da vicino... Ma certo, certo che si può. Che posso. Io posso. In questo senso il potere è smisurato quanto inoffensivo. Non mi ero proiettato facilmente, sorvolando a bassa quota i tetti del mio orribile luogo natale, nella casa del sindaco? Allora non mi ero accorto di questa forza, obnubilato com’ero dalla rabbia e dal sospetto.

Poiché le azioni - ed i loro effetti - essendo esercitate da quel potere sono neutre, non fanno né bene né male, non producono nulla, a cominciare da un cambiamento di stato; poiché le mie molecole, anzi, andando all’ancòra più infinitamente piccolo, quegli atomi non ancora identificati che costituirebbero l’aura luminescente (elemento parziale) o l’intero ectoplasma scaturito dal mio ex-corpo, si sono adattate alla nuova situazione. Ma ora che il furore è diventato fredda determinazione, forse per contagio del luogo, per l’ora drammatica, mi chiedo: passerò sotto la porta o attraverso i muri?

Impiegai del tempo a ponderare cosa mi convenisse: bastò soltanto l’arroventarsi di nuovo dell’intenzione - come si riscalda un ferro da stiro - per spianare il panno spiegazzato del mio spirito perplesso e ultimamente maltrattato: bastò questo a proiettarmi nel bel mezzo di un crocicchio di quei vialetti.

L’aria della notte...Comunque eccomi qua, fuori da quella rimessa. E questo in capo alla mortificante odissea a bordo di una automobile da cerimonia così inadatta all’avventura che corremmo io e quell’imbecille giovanotto della capitale. Non mi risparmio tardive riflessioni: meglio sarebbe stato un fuoristrada, una camionetta da safari (mai fatto un safari, benché me lo fossi potuto permettere, ma immaginate uno come me con gambe e braccia filamentose, praticamente privo di muscoli, in calzoni corti khaki e carabina da cacciatore bianco?!) era logico finire in un garage. E che cos’è un obitorio se non un garage, un parcheggio provvisorio?

L’aria della notte del mio paese. Percorrendo questi vialetti della tenera mestizia, mi manca lo stropiccio sinistro della ghiaia sotto le suole; è in pieno giorno un accompagnamento sonoro, uno scricchiolio indispensabile dei cimiteri.

Non lessi più libri. Ma non è esatto. Per quei volenterosi che vogliono venire a capo di questa intricata vicenda devo rendere pubblico che qualcuno, uno spiritosone, impropriamente me ne regalò uno.

A conti fatti il secondo libro importante della mia vita. Le veglie di Bonaventura. Qualcosa meno di un antidoto alla mia allergia letteraria, una pillola omeopatica, un niente che non contraddice la mia repulsione per i libri. Di cui mi glorio.

Anche questo, naturalmente, lo lessi con noia (prima di gettarlo, passandogli davanti, nella garitta del portiere - quando lui non vi troneggiava - come una beneficenza, indifferente all’uso che ne avrebbe fatto) ma annotai qualcosa che mi intrigò, il risveglio del Poeta in un cimitero, un cimitero tedesco non certo come questo. Da lì credo l’ispirazione di premunirmi con una bella tomba.



* * * *



...Cespugli bassi ed alti, rigogliosi aranci, altro che i platani dalle foglie color ruggine già autunnali, come me li lasciai dietro, lassù nella capitale. In quell’odore di disinfettanti. Ultima memoria olfattiva, retaggio di semispente papille. Dissolveva nelle stesse quello lasciato tra le mie lenzuola da Matilde, quando ne sgusciava in afrori di Chanel, o era Oppium? sudore e devozione aziendale.

Il nero abbagliante del cielo. Ed oltre il muro basso di cinta, tra le prime case, una fosforescenza marina. Ed eccolo di nuovo lì il ragguardevole cenotafio.

Idioti...Oh, gli inarrivabili idioti; come può essere volgare uno della mia terra quando è volgare! Queste non erano le mie ultime volontà. Le fioriere ai due angoli frontali le avevo volute, le pretesi perché contenessero fiori freschi. Almeno oggi i fiori freschi avrebbero dovuto esserci...Perché queste orribili rose di plastica infilate come in un portaombrelli da chissà quale miserando esteta di paese, ‘rose’ di un giallo inesistente in natura? Non biodegradabili, il che in un luogo come questo risulta una specie di sfida.

Mentre la mia realtà corporea si disintegra loro saranno lì, garantite da ogni minaccia di decomposizione; immarcescibili, è proprio il caso: oh, la robusta volgarità dei miei concittadini!

E poi perché gialle? Il colore dell’odio, della bile e dei suoi travasi, giallo dell‘amore in fallo’ (per me che non mi sono mai innamorato), il colore dei bonzi, dei camicioni di quei ridicoli hare krishna, della tragica stella degli ebrei nel ghetto. Rose gialle e di plastica; perché?



* * * *



Qualcuno è seduto sui gradini della maestosa cappella, così fuori misura rispetto a tutto ciò che la circonda, un campo irto di croci, basse edicole marmoree già attaccate dal muschio e dai licheni; ed essa così nuova, abbagliante nel chiarore notturno, odorosa di cemento fresco: devo dire che da qui, a contemplarla così dal basso, la mia cappella impressiona. Temo però che non incuta rispetto, se era ciò che si voleva (io lo volevo? o fui frainteso...) ma fastidio.



* * * *



Chi sarà adesso quel tipo sugli sdegnosi scalini, espediente di architettonica distinzione? Uno stanco ritardatario tra i concittadini venuti a rendermi omaggio? Uno a cui piace il mio monumento e se lo vuole ammirare in solitudine? Qualcuno a cui rimorde la coscienza per l’improvvida occupazione? Mi trattengo tra i cespugli, sempre più immedesimandomi nell’eroe di quell’unico libro che mi concessi in età matura; il Poeta cimiteriale delle Veglie; e francamente di malumore.



* * * *



Quell’uomo accoccolato ai piedi delle scale della mia tomba se ne stava lì come fosse una delle cose che gli riusciva meglio nella vita. Non ricordavo di averlo visto tra la gente venuta in chiesa al mio funerale incompiuto; né tra quelli del compassato corteo. Ne tra i convitati del banchetto funerario. Li ricontrollai a memoria, quella pletora fagocitante. No, è certo che quando tutti si dileguarono velocemente, delusi oppure soddisfatti ed ilari, o si alzarono da tavola satolli lui non era tra quelli che avevo passato sconsolatamente in rivista. Uno così sarebbe stato una folgorazione imperitura.

…Una delle cose che gli riusciva meglio nella vita…Vita? Devo stare attento al buon uso delle circonlocuzioni: è costui personaggio reale o presenza incorporea?

A parte un cappello a lobia di moda mezzo secolo addietro - ma c’è chi rispolvera stravaganti anticaglie per essere più chic - non trovai in lui al momento nessuno specifico dettaglio che ne rivelasse l‘appartenenza ad uno dei due regni. Dei vivi o degli altri.

A parte la lobia, quel tipo aveva a che fare con qualcosa della mia infanzia: l’Uomo invisibile degli Albi d’Oro, la lobia in luogo del feltro di lui, ma lo stesso trench con il bavero rialzato...E sotto la tesa di quel cappello, sopra il bavero dell’impermeabile alla Humphrey Bogarth, altra memoria di quei bei tempi, un buco pauroso, i tratti del viso assenti, in ogni caso - se vi erano - certamente indistinguibili nelle tenebre sfilacciate da riverberi del lontano orizzonte marino.

Emanava un buon odore di colonia; oppure di un dopobarba Anni Trenta, after shave d’altri tempi, (coevo di quella lobia?).

Ero sorpreso: accade a loro (ammesso che lo fosse dei loro) di odorare, sarebbe possibile a me? Vestito del mio miglior abito scuro, camicia bianca, cravatta blu marine, così mi avevano abbigliato in assenza di Matilde che mi preferiva con uno spiritoso papillon, per la messa in scena finale. Ma inodoro.

Mi salutò educatamente. Quindi ne dedussi che per lui ero una presenza; non ebbi più dubbi. E fui contento di essere vestito con proprietà. Anch’egli era un morto, aveva scavalcato la sinuosa linea del soffice confine, il molle reticolato tanto smagliato da passarvi attraverso facilmente: creature grandi e piccole, neonati e nonagenarii, sportivi e sedentari, deboli e forti, criminali e brave persone, vergini e baldracche, politici ed astensionisti, maniaci religiosi ed agnostici... In un giorno sempre imprevedibile. Qualcuno comunque nel mio caso l’aveva previsto. No. Determinato.

Ora l’Uomo invisibile-visibile per me era sul mio versante.

“E’ seccante” mi disse. “Ma non si deprima: pensi a ciò che è capitato a lui.”

”A lui, chi?”

Al poeta senza un soldo?

Non volevo che l’uomo con la lobia e l’impermeabile di Humphrey Bogarth intuisse la gioia che provavo per averlo incontrato: negli ultimi giorni i miei erano stati soliloqui, ora potevo scambiare pensieri con qualcuno. Pensieri, o qualcosa che prima aveva a che vedervi. E se quella storia dell’ossigeno criminosamente sottratto a ciò che rimaneva dei miei polmoni da notturni congiurati d’ospedale, lui me l’avesse chiarita?

“Non si deprima. Rifletta su ciò che è accaduto al suo omonimo.”





L’Omonimo



Eccola, quella storia che ritorna.

Era stato fin troppo bello che al funerale non fosse saltata fuori. Perché qui, ora, con questo sconosciuto? Ma non è certo questo il mio problema adesso. Potrei attaccare un discorso così strutturato: ho diritto anch’io a quella banale dose di verità che si suppone sia a portata di mano (o è una specie di optional ?) di chi ha appena usufruito del biglietto per l’aldilà? A domanda risponde.

Domanda: causa della morte?

Risposta: taglio del tubicino.

Eh, no. La risposta corretta sarebbe:

“Taglio del tubicino da parte di – e qui giù il nome/i nomi – per queste ragioni…(come sopra) e conseguente decesso per mancanza di erogazione di ossigeno terapeutico…”

Ma diamogli tempo (Gesù, quanto ne abbiamo!) per decidersi a parlare. Rispondo a tono circa l’omonimia; che non dovrebbe entrarci per nulla nelle ragioni oscure del mio assassinio.

“Quell’omonimia fu un caso imbarazzante, un capriccio stravagante del Misterioso Prestigiatore…”

“Cioè?”

“Cioè Dio, il destino, vattelappesca…Nessuno poteva averlo architettato” ammisi secco e sostenuto, un atteggiamento nel quale da tempo mi ero rifugiato; un espediente per tagliar corto e dimostrare l’assoluta indifferenza a quel che divertiva la gente.

“Ma anche un argomento di cui divertirsi in conversazione. Una volta vi erano i salotti. Non so adesso. Chissà quante volte le sarà capitato...Ah, lei...Un parente?...Certo che un nome così è come un’ipoteca” le avrà detto la gente.”

“Se per questo la gente, gli altri in genere mi hanno dato quasi sempre sui nervi, se non addirittura mi hanno fatto schifo...” Frenai quel fiotto di eloquenza; stavo parlando troppo. Sperai che non pronunciasse la parola misantropo, non mi rimbambisse con elevati concetti. Io sono, ero così e basta.

“Neanche a lui piacevano i salotti. Questo quando volli saperne di più sul suo conto; e mi informai, lessi.”

“Lui...Saperne di più...ah!..Leggere. Ah!”

Per quanto avrebbe continuato così? Sibillino. Non era colonia, era un odore dolciastro come di colla di pesce. Lui, lui...Tutta la vita avevo dovuto sopportare lui.

”E in ogni caso a lui cosa è capitato?”

La resa dei conti. Fremente: c’entrava con la mia affrettata dipartita? Quelle chiacchiere sull’omonimia erano un diversivo per introdurre la rivelazione: nome e cognome dei miei assassini.

“A lui che cosa è capitato?” ripetei cortese. Sono contento di me stesso. Questo è il tono giusto, distaccato quanto basta, ma cortese; l’idea che quel tale mi piantasse in asso respinto dal mio modo di esprimermi così scostante ora mi angosciava. Cominciavo a dover prendere le misure di quella che è la vera solitudine. Sperai comunque in una rivelazione. Anzi che lui fosse lì per questo, messaggero del Grande Regisseur.

“...Che dopo morto girò mezza Italia in treno. E la persona a cui le sue spoglie erano state affidate ne combinò di tutti i colori...”

Delusione. Girò mezza Italia in treno. Parlava di tutt’altro.

“Anch’io fui affidato ad uno sprovveduto, ma noi...”mi trattenni. Noi, cioè il vivo ed il morto, l’autista ed io, mi sembrava espressione abbastanza impropria, detta così; ma non trovai altro. ”Così conosco la categoria. L’autista del mio carro, per esempio.”

“Carro?”

“Funebre.”

“Ah, un collega.”

Collega? L’odore di colla-di-pesce non mi illuminava; tranne che con la colla-di-pesce si fabbrica la cartapesta, quella per le maschere, i pupazzi; un pupazzo di cartapesta in forma dell’Uomo invisibile con l’appassionante dettaglio di una misteriosa borsa in mano, mi era stata regalata per il mio dodicesimo compleanno. Ed ora eccolo qui. Quasi.

“Noi si venne giù in automobile; una grande mercedes, si figuri: con le strade che mi fece percorrere sarebbe stato più logico un fuoristrada, un carroarmato...Fui nelle mani di un cretino.”



* * * *



Invisible man accennò qualcosa come un ghigno di comprensione, insomma immaginava, condivideva, ma trovava banale la coincidenza perché gli errori di valutazione sono abbastanza comuni tra il genere umano.

Naturalmente lui non disse nulla di tutto ciò, non lo formulò in parole, ma mi invadeva una sensazione nuova, lo stesso calore che si spande nelle vene quando butti giù d’un colpo un superalcolico: percepivo gran parte dei suoi pensieri ancora prima che venissero del tutto espressi, o anche solo accennati. Non è formidabile?

E’ chiaro che lui lo sapeva e si teneva così sul laconico per non cadere nel superfluo. Questo sarebbe stato bello anche prima, quando la mia entità corporea aveva a che fare con altre entità corporee, stupide quanto insoffribili. Avrei potuto bloccarne in anticipo le sciocchezze irrefrenate. E soprattutto l’intento criminoso, la determinazione omicida di chi tra loro sarebbe stato il mio assassino. O assassini.

Dei grilli iniziarono un concerto, il che mi sembrò fuori stagione: per la verità così a sud le stagioni non contano molto; e mi piacque.

“A lui, cioè a quell’altro dal nome-e-cognome uguale al suo, andò così: chi ne accompagnava le spoglie cambiò linea ferroviaria almeno due volte, salì e discese da quei treni del ‘36 come un forsennato: viaggiarono prima verso nord, il che era completamente sbagliato, poi - per rimediare - l’accompagnatore tagliò verso oriente, sino ad incrociare la linea adriatica che è la più lunga e noiosa; cambiò anche carrozza, perché al principio si era accomodato in prima classe.”

Ormai ero rassegnato, il mio assassinio sarebbe rimasto un caso insoluto anche all’altro mondo. Si spettegolava solo di trasferimento di morti. Corpi in movimento.

Sedetti accanto allo sconosciuto, ragionando; ormai null’altro che l’aspetto pratico di quella storia secondaria mi aveva colpito.



* * * *



“Ma com’era stato possibile, attraversare mezza Italia in treno trascinandosi dietro una cassa da morto con il morto dentro?”

“Niente cassa. Cassetta. Lui si era fatto cremare. Viaggiò quasi sempre sulle ginocchia dell’accompagnatore. Una volta che era andato a rifocillarsi alla bouvette di una di quelle stazioni dove il treno si fermava per soste interminabili...”

“Che sciocchezza, perché non prendere un direttissimo? Nel ‘36 vi erano le littorine, un vanto - mi raccontava mio padre - di quel tempo in cui i treni andavano veloci ed arrivavano in orario.”

“Oh, lasci perdere gli orari. A quel tempo le Leggi Ferroviarie imponevano che i morti, chiusi in una bara o raramente cremati viaggiassero sugli accelerati; come i soldati avviati ai porti da dove sarebbero partiti per l’Africa, era appunto il 1936.”

Sospirò triste e sorridente ad un tempo, sembrava che quel ricordo gli fosse insopportabile ma ne parlasse con piacere malsano.

“A quel treno agganciarono anche un paio di tradotte cariche di legionari che prima cantarono per tutto il tempo, poi a poco a poco tacquero, diventarono tristi. Forse per le lunghe attese sui binari secondarii.”



* * * *



Un vento leggero prese a frusciare tra i cespugli dei sempervirens, i grilli ammutolirono comunicandomi un certo tipo di indefinibile angoscia; ma Colla-di-pesce era del tutto a suo agio.

“...Insomma l’accompagnatore, torturato dal trillo insistente di quei campanelli annuncianti un treno in arrivo da chissà dove e chissà quando, decise annoiato a morte - scusi l’involontario accenno - decise di andare alla caffetteria della stazione portandosi dietro, naturalmente, la cassetta con le ceneri del suo omonimo. E fu lì che quasi la perdette.”

“Un imbecille. Conosco quel genere di persone; ultimamente, le ho detto, ebbi a che fare con un tipo così...”

“No. Solo un delegato, un piccolo corriere pagato male dall’agenzia funebre e per nulla consapevole di chi gli avessero affidato.”

Colla di pesce, era proprio odore di colla di pesce. Ma vi era qualcosa di paradossale, a parte la situazione ( se fossi stato con tutto il mio equipaggiamento di carne ed ossa - nervi e quant’altro, cioè come si dice banalmente, se fossi stato vivo - la situazione mi avrebbe fatto drizzare i capelli, ma come prima per capogiri ed accapponamenti, zero). Era il caso di stupirsi vigorosamente.

“Ma come! un personaggio così celebre...Portarne il nome è stato per me l’imbarazzo di tutta la vita...”

Persino Matilde, l’unica a cui lo perdonai, ci rideva sopra.

“Della celebrità del cliente l’incaricato dell’agenzia sapeva ben poco; e non dimentichi che nel 1936 lui, il suo omonimo, aveva preso già le distanze dal governo, dal regime.”

Tacque dolorosamente. Riprese, accelerando:

“Allontanatosi per la rapida soddisfazione di un bisogno, quando tornò dalla toilette l’incaricato non trovò più la cassetta con l’urna che aveva lasciato sotto il tavolino; lì, tra i lembi di una campestre tovaglia a quadretti rossi e blù, dove l’aveva deposta per un curioso ritegno nei confronti degli altri avventori, caso mai ne avessero indovinato il contenuto. E per tutto il tempo che sorbì il suo caffè non aveva cessato mai di controllarla con la punta dei piedi.”

“Ma allora cosa accadde?”

Quel tale, nei panni approssimativi dell’Uomo invisibile, credo si studiasse delle pause ad effetto, sapienti mutamenti di ritmo. Superfluo. Quale vero narratore, suppongo, all’interno di un cimitero avrebbe bisogno di tali trucchi? Sarebbe come quando in borsa agenti furbacchioni spargono pause di panico artificiale per gonfiare i titoli. Cominciai a convincermi che i casi finali del mio omonimo c’entrassero con il mio assassinio.

“Entrò in scena” riprese lui “un altro imbecille... L’imbecillità, veda, genera una specie di effetto di aggregazione; quando può tende al collettivo...”

Guardai verso la finta porta scolpita nel marmo del mio cenotafio. Grossi, inutili batacchi di bronzo l’adornavano. Quella porta non era fatta per aprirsi agli estranei, ai visitatori, per quanto uno ne lasciasse disperatamente ricadere i batacchi.

“Era stato uno sguattero della caffetteria troppo zelante, uscito da dietro il banco con la scopa ed il secchio colmo di segatura per quei rapidi interventi purificatorii necessari nei luoghi pubblici così frequentati da un’umanità complessa.”

Comprendevo perfettamente. Ma quel linguaggio compassato era così strabiliante. A quell’ora, in quel luogo e come scritto nel ‘fumetto’, nella nuvoletta esalata dalla bocca di un contemporaneo di Dick Tracy.

“Ora che la gente ha smesso con le sigarette, accade più raramente. Ma allora avventori dalle preoccupazioni così diversificate costellavano di cicche e di pensosi sputi i pavimenti dei caffè delle stazioni... Lascio il resto alla sua immaginazione.”



* * * *



La mia immaginazione era inesistente ma adesso, come per miracolo:

…Lo sguattero scoperta la cassetta tra quelle cocche colorate, bisunto sipario a piedi e ginocchia infilati sotto il tavolo per ragioni diversissime quanto i destini umani, l’aveva consegnata alla cassiera, che non perse tempo a passarla all’ufficio degli OGGETTI SMARRITI...

“Che stupido, che sbadato quel fattorino dell’agenzia...” Evviva, la mia immaginazione aveva funzionato!

“Addetto funerario, non fattorino. Oh, non fu del tutto colpa sua. Riuscì a recuperare la cassetta con l’urna dentro, poté consegnarla a chi l’aspettava, laggiù al paese del suo omonimo.”

“Questa storia dell’omonimia mi fa impazzire.” Ammisi stolidamente, una confidenza che messa così al presente doveva risultare strampalata.

“Comunque quell’uomo dell’agenzia scontò la sua leggerezza faticando non poco per riavere indietro la merce. E quando disse di che si trattava fu peggio. Vennero pure carabinieri e poliziotti a chiedergli spiegazioni.”

Sembrava tutta una frottola.

“Come sa queste cose?” gli chiesi sospettoso. Si toccò con due dita le falde di quella lobia in stile diplomatico d’altri tempi.

“Perché ero io l’addetto dell’agenzia funeraria. Si chiamava Pianure celesti...”

Mi sentii cogliere dall’imbarazzo. Le ultime esperienze avevano smussato gli angoli del mio cattivo carattere? Ormai non mi importava più, quasi, di risolvere il giallo del mio assassinio. Vi riandai un momento con, diciamo, la mente. Cosa era accaduto quella notte nella clinica di Roma?

Quei fruscii indistinguibili nei corridoi degli alberghi e delle cliniche di lusso- oltre le porte serrate delle camere - che non si possono attribuire a cause banali: cameriere ai piani, valletti del servizio bar, lustrascarpe e carrelli della biancheria sporca spinti con dolcezza; ma nemmeno ad agenti del controspionaggio, maliarde internazionali, falsari e collezionisti di rare stampe erotiche, stampe ‘cinesi’in realtà tirate in migliaia di copie in un basso napoletano per il diletto di lussuriosi mandarini di Cinisello Balsamo…Ma a tagliatori di tubicini. Chi si era intrufolato nella mia camera dove giacevo sequestrato dalla malattia? E quelle forbicine da unghie, non mie”! non mie! Fatte trovare per terra accanto al letto? No. Saperlo era fondamentale.



* * * *



E’ che non ho mai avuto comprensione per gli errori degli altri. Ma lui, così evasivo sui miei fatti personali - benchè avesse l’aria di aspettarmi - perché adesso era qui, come appiccicato a quell’episodio lontano? E così conciato, come nei miei vecchi cartoons, perchè tornare quaggiù in forma di fantasma? L’Uomo invisibile perseguitato da rimorsi banali…

“Non sono tornato...” Ecco che a sua volta aveva percepito le mie private riflessioni senza che io le avessi espresse. Vantaggio e svantaggio, non saprei, della nostra condizione extracorporea.



* * * *



“Consideri che tutto accadde molti anni addietro. Le preoccupazioni di quel viaggio mi stroncarono. All’arrivo fui aggredito dai familiari. E da mezza Italia, mezza Europa; tutta gente che esigeva scuse plausibili per quel ritardo; e quando se ne seppero le cause fu peggio. Ci stavano cercando dappertutto; l’agenzia fu sepolta da intimazioni telegrafiche, fonogrammi furono sparati nell’etere come accade oggi quando un satellite perde i collegamenti con Cape Canaveral... (Che ne sapeva lui? Di satelliti e di Nasa si sarebbe straparlato almeno dieci anni dopo il suo ‘incidente’.) E’ che le accoglienze dovevano essere trionfali, nugoli di giornalisti, gli inviati dei grandi giornali erano lì ad attenderci. Fu tutto così penoso.”

Penoso? Ed io allora? Ucciso forse dalla mia segretaria- amante, o da qualcuno di quei fessacchiotti dei miei sottoposti, da un sicario improbabile parente tra quei compaesani che ora dormono appena al di là di quel muro di cinta…Estromesso dalla mia tomba da parte di un tale che ora se ne sta lì allungato, a due passi da noi, sotto il mio marmo. E senza esprimere la sua extracorporeità, nel senso da sgusciarne fuori, forse guardandosene bene, per non dovere fare i conti con il mio furore; mentre io ‘parlavo’ con un fantasma truccato ambiguamente da Invisible-man soltanto di un dettaglio antipatico che mi aveva innervosito tutta la vita....

A questo punto Colla-di-pesce si allungò in tutta la persona, si sgomitolò, finalmente offrendosi a figura intera alla mia curiosità. Perdendo alcune fondamentali somiglianze. Un quarantenne appena pingue sotto quell’impermeabile taglia Bogarth, (insomma la cosa l’aveva bloccato nel fiore degli anni, come si diceva una volta, ancora florido sotto quella lobia) che facendo a meno degli scalini andò ad appoggiarsi allo stipite della mia finta porta; lo trovai un poco troppo confidenziale.

Una posa studiata, come l’avesse provata e riprovata chissà quante volte. Ero prossimo ad una pur-che-sia rivelazione?

Macchè.

“Ricordo ancora in che condizioni percorsi quei pochi metri sotto la pensilina della stazione, disceso da quel vagone puzzolente, il fardello con l’urna malconcio tra le braccia, gli abiti stazzonati, gli occhi gonfi dal sonno, le guance non rasate da quarantotto ore. Ancora un telegramma traversò lo spazio in meno che non si dica. Qualcuno si fece largo nella piccola folla di autorità, anch’esse provate dall’attesa - dentro gli abiti scuri in thasmania o alpaga che fa tanto deputato anche se non lo si è, e l’orbace di alcuni fascisti del luogo, ma che si tenevano un poco da parte non essendo più lui molto gradito al partito - tendendomi il giallo dispaccio. Un altro volenteroso mi liberò dalla cassetta. Con le dita intorpidite aprii il telegramma. Era dell’agenzia che si faceva viva, perdoni ancora l’incongruenza verbale, per licenziarmi in tronco. Raccogliendo proteste inqualificabile incidente eccetera eccetera...firmato, Pianure Celesti. Mi accasciai. Mentre gli altri erano lì impalati nel saluto fascista.”

“Ah...” flautai consolato, senza nemmeno preoccuparmi di nascondere la montata lavica di una ingovernabile soddisfazione nel confrontare le mie sfortune con qualcuno a cui era andata peggio di me. Ossigeno tagliato a parte.

“Insomma questa storia mi uccise; un malessere micidiale. Che fine idiota. Da allora mi interrogo su questi inesplicabili disegni del destino. Diventarne strumento per passare universalmente da idiota. L’uomo che si perse le ceneri di...Oddio, perchè capitò a me?”

Questa volta Colla-di-pesce, con la consapevolezza di un grande tragico - così a prima vista - prese a discendere dalle superbe scale della mia tomba come capita ai giorni nostri ai Presidenti della Repubblica, ripresi dal telegiornale, mentre vengono via dall’aver reso omaggio al Milite Ignoto, deposte le corone d’alloro intrecciate con motivi patriottici, passamanerie tricolori. Aveva un’aria altrettanto grave, l’ex incaricato dell’agenzia di pompe funebri. Così torturato dai ricordi. Come avevo potuto scambiarlo con un cartoon, con una larvale maschera del cinema (H. Bogarth) icona già tanto sfruttata dalla pubblicità di grandi marche di sigarette, ed anche - come lessi in una rivista nell’anticamera del mio dentista, quel giorno avevo un ascesso sublinguale grosso così, dovevo essere del tutto intontito per sfogliare quella robaccia - da un comico del cinema ebreo di cui non ho mai visto nulla, ci mancherebbe ?

“Potevo svolazzare da tante altre parti, per via del mio mestiere avevo un indirizzario abbastanza movimentato. Ma forse mi volli trattenere nei luoghi dove si era sviluppato il suo genio. Il genio del suo omonimo.”

Mi strinsi nelle spalle. Futilità. Che mi avessero ucciso per quello, io sublime metafora del genio, essendo tutt’altro; vittima di tardivi invidiosi, rigurgiti vendicativi?

“La sua grandezza si proiettava sulla mia insipienza, in certo senso investiva di fama e grandezza anche quella.”

“Basta. Sicchè a questo punto che differenza vi è tra lui e me? E lei e quell’altro, l’abusivo?”

“Di tutti noi, lui non sarà dimenticato. E questo accade dopo quel suo viaggio mortificante, quella cassetta con le sue ceneri sbattuta tra un treno e l’altro, ceneri frullate dal rotolante procedere di quei treni del ‘36, perdute, come si è visto...Non è straordinario?”



* * * *



Quanto mancava all’alba? Ore ed ore. Precipitavamo ancora verso il cuore della notte.

Immaginai quel convoglio che filava nell’Italia del ‘36. Mentre per me il funzionarietto dell’agenzia di pompe funebri, uno come gli altri, perdeva ogni smalto.

“...La ritrovai, è vero, la cassetta con le sue ceneri. Non le persi mai più di vista, allorchè mi impegnai come un pazzo - ma troppo tardi - per arrivare al più presto a destinazione; qualcuno vi si sedette persino sopra quando mi dovetti accontentare di uno scompartimento troppo affollato, con la cassetta nel corridoio, vicino alla porta...Una matura vedova dalle caviglie gonfie mi chiese la cortesia di farla accomodare lì, sulla cassetta. Come rifiutarsi? Aveva un enorme deretano inconsolabile e faticava a tenersi in bilico sul piccolo imballaggio, oscillando pericolosamente ad ogni imperfezione del binario, ad ogni scambio stridente di quel tempo di una guerra lontana, guerra d’oltremare; ma sempre una guerra che giustificava ogni trascuratezza dei macchinisti, forse concentrati nel patriottismo...Quando il convoglio trascinato dalla fumigante vaporiera si avventò nelle ampie curve degli ultimi Appenini, già in vista dello Stretto, si dovette sorreggere la vedova (al centro dell’ampio petto scintillava un medaglione con la fotina dello scomparso) e temetti orribilmente che le assicelle della cassetta cedessero, l’urna si aprisse spargendo il suo contenuto tra i piedi dei viaggiatori.”

Fui colto da una, per me del tutto inusitata, crisi di incontenibile ilarità. LUI, l’omonimo, sotto le natiche in crespo nero della vedova di guerra. Mi ripresi, seccato solo che quel fallito in lobia, con l’insopportabile severità della sua insulsa condizione, percepisse la mia ancora umana debolezza.



* * * *



“Per quel che ne so questa storia somiglia a lui; anzi: sembra scritta da lui.” La riflessione mi parve abbastanza logica e non mi trattenni dall’esprimerla.

“A lui?”

“Al mio omonimo. Pare farina del suo sacco.”

Tacemmo a lungo. Ormai era notte inoltrata, al limite di un estenuato grigiore.. E tutto si agitava in quel luogo dell’eterna immobilità. Un agitarsi che ora io - come suppongo il mio interlocutore - potevo percepire benissimo. Non mi andava di rientrare, tornare sopra quei trespoli su cui avevano sospeso il mio scatolone, la bara, BARA, apparato contenitore per lunghi percorsi, come era descritto nel preziario dell’agenzia. Io, l’assassinato meritavo ben altro.

Colla-di-pesce (ormai quell’odore stucchevole era tutto ciò che rimaneva delle mie sfumate reminiscenze) accontentò il mio desiderio di comunicare ancora tra noi.

“Ogni tanto vado ad assicurarmi che tutto sia a posto, lì dove hanno sistemato quell’urna.”

“In quale cimitero?”

Mi guardò stupito. Non conoscevo ciò che era risaputo, che faceva parte della sua leggenda, del suo mito?

“Ah, i miti...Quelli non muoiono mai” crollava il capo tanto tempo fa a Roma uno di loro, il dottor Salus l’unico che avesse fatto studi classici. Ma insomma, questo manichino, questo trench tenuto su dall’aria con la sua lobia in testa ugualmente poggiata sul nulla, con tutte le sue facoltà speciali, non sapeva nulla di ciò che mi era capitato(o lo sapeva e perfidamente traccheggiava?) quel dettaglio dell’ossigeno nottetempo dirottato dai miei tubicini inalatorii; con tutte le arie che si dava…I miti!

“Niente cimitero. Ma nel giardino di casa sua, lo sa il mondo intero, è meta di pellegrinaggi, gite scolastiche, visite guidate...”

Non vi è nulla di cui vergognarsi a non sapere le cose di gente che non ti interessa.

“Bella idea. Avrei dovuto pensarci...” ciangottai stizzito, perché la conversazione non stava prendendo la piega da me angosciosamente desiderata. ”Altro che farsi riportare quaggiù come un qualunque emigrante, sentimentale e sciocco.”

“ E vanaglorioso, a modo suo...” si permise di ironizzare.

Gli feci posto accanto a me. Sospinse indietro quella lobia, quasi sulla nuca, il che gli conferì un’aria sbarazzina.

Dissi (o almeno ne ebbi l’illusione):

“...Avrei risparmiato un mucchio di soldi.”

“I soldi sono comunque soldi e vanno rispettati come concetto” ammise, comprensivo.

“ Mi sarei risparmiato anche tanti angosciosi strapazzi in quello sciagurato viaggio in automobile..E ciò che secondo me ne è derivato.”

Matilde avrebbe pensato a sistemare il mio barattolo, una volta cremato. Con poca spesa, tranne dover superare qualche perplessità per l’arrostimento finale.

“Sa, sono rimasto cattolico...”

Annuì. E rimase vagamente in ascolto. Messaggi per me ancora impercepibili?

…Per un momento dubitai. E se l’uomo con la lobia fosse stato Dio? “Colla-di-pesce”, Dio. L’uomo con la lobia, Lui! Magari, per qualcuno…Ora che ci penso, nessuno aveva pensato a rappacificarmi con Lui in quegli ultimi momenti, pentimento,estrema unzione e via. Altra defezione di Matilde.

Non era Dio, era un poveraccio come me, cioè ridotto alla mia condizione attuale di morto (e come morto) defenestrato. Forse quel pastore che ci diede quell’indicazione giusta, togliendo l’infimo driver infelice dai pasticci era Dio. O un suo fiduciario.

La mancanza di una presenza divina, magari sparsa a piccole dosi qua e là, ora mi umilia.

Avrei voluto essere stato più devoto. Rispettoso delle feste comandate. Corpus Domini, Pentecoste, le Ceneri. Luci di candele.



* * * *



No, l’Uomo Invisibile non era Dio; anche se la sua attenzione era rivolta alla totalità delle cose intorno, come una sentinella: infatti ora i bisbigli crescevano e si facevano quasi intelligibili; anch’io mi sarei abbandonato volentieri ad ascoltare. Dovevo pur cominciare ad inventarmi un modo per ingannare il tempo.

Il fatto assodato è che lui, ormai senza sforzo, mi leggeva parzialmente nel pensiero (tra quanto tempo anch’io...? per ora questa sua facoltà un poco loffia, via, mi richiamava alla mente illusionisti da strada che pasticciavano formule, invocavano fenomeni elettrici, telepatia, bagni nella tinozza di Mesmer, balsami indiani per eccitare le donne a distanza; Signore, a cosa mi stavo riducendo...) e sorrise.

“Ne sentirà delle belle.” Ecco ci siamo.

Silenzio, e poi con quel bel tono evocativo da provetto narratore di favole:

“Lei non sa come finì? Ma, via…E’ incredibile. Finì ottimamente, dopotutto (tranne che per me). Lui fu sistemato secondo i suoi desideri dietro un sasso ai piedi di un albero. A pochi chilometri da qui. Di fronte al mare africano. Peccato che quell’albero dopo anni ed anni che gli fece da sentinella fu incenerito dal fulmine. Devo dire che la notizia mi procurò un sottile piacere. Dietro un sasso, ai piedi di un albero. Che presunzione.”

“La capisco” ammisi sinceramente. “Quanto crede che mi lasceranno su quei trespoli dell’obitorio?”

“Oh, non si deprima le ho detto. Prima o poi a qualcuno verrà in mente di mettere le cose a posto.”

“Prima o poi. Intanto quell’abusivo se ne sta lì a godersi il mio cenotafio...E’ costato molti quattrini, sa.”

Lui si strinse nelle spalle.

“Non è tanto questo” soggiunsi. ”E’che se ne sta sotto il mio marmo con quel nome inciso. Ed io sono qua per ragioni inesplicabili. Inesistenza di indizi.”



* * * *



Ebbe un riflusso di generosità? Gli feci pena? Commosso: Colla di pesce si stava guadagnando il privilegio di sedere per l’eternità sulle scale della mia tomba. Sarebbe stato ancora lì sino all’alba dell’ultimo giorno..

“Nessuno di quei benefattori ha progettato la sua morte. Il sospetto era infondato. Che qualcuno potesse ereditare da lei…” Stupefacente. Avevo dimenticato che tra noi non potevamo nasconderci nulla. Avrei voluto abbracciarlo in un impeto di cameratismo. Mi trattenni. I morti si abbracciano tra di loro? Non dà un poco sull’effeminato, come il rimpianto, l’ordine nei cassetti la goccia di profumo sotto i lobi delle orecchie?

“ Ho tutte le ragioni per essere nervoso: non solo per via di quel tale che se ne sta sotto il mio marmo con quel nome inciso. E’ l’orribile insieme. Una orribile confusione di nomi, di persone; e l’omonimia, lo ammetto – anche se non ha a che fare con il resto, ora mi è più insopportabile.” Mi sentivo sempre più trascinatop da quell’impeto fiducioso.

“Oh, oh: mi diventa geloso, dopo tutto questo tempo? Che cambia? Ma se si è preoccupato lei stesso a mettere in evidenza sulla lapide anche il dettaglio della sua professione, a stabilire la differenza tra lei e … Caso mai si facesse confusione...”



* * * *



Così ghignando (a questo punto ritiro ogni giuramento di eterna riconoscenza) con sarcasmo plebeo, si espresse in conclusione il corriere delle Pianure celesti; in tutto eguale al mio driver della Must & Fine Funeral Services ; l’uomo del destino della mia discesa al sud.

Eccola la volgarità rancorosa dei sottoposti. Nonostante la sua lobia da diplomatico degli Anni Trenta, le sue improprie somiglianze con i grandi simulacri su carta e su pellicola, somiglianze ormai in fuga chissà dove.

“Meno male che lei ha voluto che vi si specificasse, bene inciso in grossi caratteri.”



Gatti dai corpi magnetici: in cima, dove io stesso nel progetto avevo aggiunto, disegnato una graziosa cuspide, mentre lei - l’estatica Matilde - non mi risparmiava boccacce di orribile dissenso, è acciambellato uno di quei gatti magnetici dalle iridi inesplicabili come ne vidi fotografati in un numero speciale del Geographical Magazine.

Fui assalito dal pessimismo e da ragionevoli dubbi, così come erano andate le cose.

“Mi scusi per un momento.”

Raccomandazione forsennata: come per un momento? Con tutto il tempo che abbiamo davanti...

”Vado a controllare. Penso a tutto ciò che è mi è accaduto negli ultimi giorni.”

La lapide era ben sistemata ai piedi di quella finta porta marmorea in stile egizio, sotto i batacchi e tra le fioriere guarnite, riempite di ignobili riproduzioni botaniche di plastica. Sotto lo sguardo elettrico di quel gatto. Ma non vivono nel Madagascar quelle bestiacce?

Era tutto a posto, mi bastò un’occhiata. Lessi.



LUIGI PIRANDELLO, CAMBIAVALUTE





L’elicottero.



Certo, un bel caso di omonimia. Ma quante ne capitano di queste cose. In realtà io sono (fui) qualcosa di più di un cambiavalute. Ma fu così che cominciai, in un negozietto piccolo piccolo, al centro di Roma, dove me ne stavo tutto il giorno rannicchiato, mi si vedeva soltanto a mezza vita, come quei negozianti di Baalbeck, di Sanah, di Marrakesh, della Medina al Cairo; inscatolati nelle loro bottegucce, invisibili dalla cintola in giù, omuncoli che guardano passare il mondo, tenendo d’occhio ogni possibile preda. Io, Luigi Pirandello. Per questo ho voluto una tomba così imponente? Per questo ho voluto sulla mia lapide rendere onore alla categoria?

Pensate al finanziere di Londra, capofila di una catena di supermercati, a cui capiti di chiamarsi William Shakespeare…Al capo della mafia russa Lev Tolstoj…

“Quanto alle ragioni della sua uccisione” disse l’ex incaricato dell’agenzia Pianure Celesti “all’identità dei suoi assassini, se lei avesse avuto l’umiltà di leggere i testi del suo omonimo da tempo si sarebbe messo l’anima in pace, è il caso di dirlo.”

Perché Humphrey Bogarth, Dick Tracy ora mi offendeva, mi rimproverava il mio odio per la letteratura?

“I suoi assassini invece ne sono stati ispirati. Dal principio alla fine: il ritorno del personaggio per allibire gli spettatori. Ciò che le è accaduto, le accade era tutto nella testa del suo omonimo. Sparpagliato nelle vicende dell’Uomo Grasso, del Re matto, del “fu Mattia” che ritorna…Le morti dei personaggi di Pirandello, l’altro, sono morti avvenute per misteriose ragioni, morti di cui non si conosceranno mai le cause. Ma come nel suo caso ognuno dei supposti assassini aveva plausibili ragioni per uccidere.”





A Roma i cambiavalute vi erano già al tempo dell’impero, scambiavano il sale con i sesterzi; quelli che hanno trovato negli scavi del Foro erano sgabuzzini come il mio bugigattolo a piazza di Spagna, dentro il quale duemila anni dopo cominciai a fabbricare la mia fortuna. Solo che loro non venivano uccisi in una clinica di lusso, per falsa, falsissima eutanasia se la vogliamo mettere così, negando complotti omicidi, tradimenti. Spacciandomi per un suicida. (Ad ogni modo la mia storia, quella della mia ascesa, fu ritenuta esemplare dall’arcivescovo di Canterbury che non si stancava mai di farsela raccontare; e la citò in un sermone, non omettendo il dettaglio dell’omonimia ma significò ben poco per i suoi parrocchiani del Kent, non ne cavò neppure un risolino. Che ne direbbe oggi il molto reverendo Jonas Phulber Kaan? Ora che potrebbe prodursi in un gran finale con i fiocchi?)

“Coraggio” mi disse con improvvisa cordialità l’Uomo Invisibile.”Rifletta su un primato che nessuno potrà mai toglierle. Lei rappresenta l’unico caso nella storia della letteratura in cui la vittima di un delitto indaga per conoscerne le ragioni e smascherare i suoi assassini. E’ stato un onore conoscerla.”



La letteratura, che persecuzione. Che importa a me della letteratura?

Anche loro, i cambiavalute delle suburra da quelle garitte vedevano passare il mondo. Il gran teatro del mondo, dico; quello sì che me lo sono goduto. Diventando sempre più ricco. Oggi mi direbbero un broker. Luigi Pirandello, procacciatore d’affari. I miei. Certo, soltanto un caso di omonimia. Un caso, forse, di eutanasia. Matilde? Salus? Palladivetro? Mi amavano tutti così tanto? E di un nome scolpito sulla pietra che ora preserva impropriamente una terza persona, l’improvvisatore di versi canterino, morto senza un soldo, e sdraiato al mio posto, sotto quel marmo. Sdraiato sotto quel ‘nostro’ nome. Lui, io e quell’altro Pirandello.



* * * *



A questo punto l’ex Uomo invisibile, ex Bogarth, il Signor Colla-di-pesce, insomma



L’UOMO CHE SI E’ PERSO LE CENERI DI PIRANDELLO



(l’altro Pirandello) come a carattere di scatola, mi disse, avevano intitolato i loro articoli i giornali del tempo, quell’uomo sfortunato e tuttora afflitto da un immenso senso di colpa, svanì.

Ancora quel caldo odore di autentica colla-di-pesce si sparse per il cimitero, la sua traccia olfattiva vi si trattenne un poco. Si dissolse, finì, mentre riprendevo il filo dei miei pensieri.

Un elicottero si leva in volo.

Un ronzio appena più forte di quello dei grilli. Un elicottero di notte? Un’operazione di polizia...Il ronzio cresce, un lampeggiatore al di sopra del rotore invia a destra ed a manca fasci violacei di luce...Il ronzio è sempre più vicino.

Suppongo sia stato troppo per l’uomo delle Pianure celesti. Con quei poteri che a me sono ancora preclusi deve averlo avvertito per primo, e lui - per cui tutto si era fermato al 1936 e di elicotteri non se ne parlava - aveva tagliato la corda.

Ecco in cosa gli sono superiore....Ma il grande uccello ronzante ora si allontana, si deve essere sollevato a quote altissime...Eccolo lì, lassù lassù, che passa davanti al padellone giallo della luna; per un momento è un grosso animale in silouette davanti alla luna, un drago cavalcato da un guerriero lampeggiante, una sagoma nera...Come un’incisione di Blake, che mi colpì sulla copertina di un catalogo di fondi del Banco di Santander, un accostamento inesplicabile (La canzone di Los, si informò Matilde che teneva dietro a tutte le simbologie) una grande sfera scura cavalcata da un tipo con un tomahawk in mano per un elenco di titoli in borsa…Tutto questo deve essere, appunto, insopportabile per l’Uomo invisibile, che quindi ovviamente è scomparso.

Anche il drago-elicottero, dopo avere assunto ogni forma nera possibile (persino la sagoma di un don Chisciotte a cavallo del suo ronzino con lancia e tutto) uscito da quell’effetto lunare è diventato invisibile. E’ solo un ronzio monotono in allontanamento.



* * * *



Vi è stato un leggero tonfo. Come un sacco postale che cada su un prato e nessuno accorra per afferrare subito i suoi dispacci, le sue lettere, biglietti d’auguri in carta color cipria.

Il sacco si tira su in mezzo al prato illuminato dalla luna. In realtà non si tratta di un prato ma del mucchio di foglie marce e della ramaglia rinsecchita che prima della mia (ah,ah!) inumazione avevano tirato via per fare bella figura. E dal sacco si libera come crisalide una figura femminile. Taglia i lacciuoli di un piccolo paracadute da lancio corto che le si è afflosciato accanto. Viene verso di me, l’incedere è elegante. E’ Matilde, Dio mio, Matilde: viene avanti nel suo tailleur da consiglio di amministrazione, così austero e provocante; è ormai qui sulle scale della mia tomba (masterpiece, capolavoro!); estrae dai vasi le orrende rose di plastica gialla, vi infila una rosa rossa, la vera rosa rossa che stringeva tra i denti atterrando… E’ un sogno? I morti sognano? E perché sto facendo un sogno così poco pratico? Pratico nel senso di ispirazioni nel giuoco in borsa, quei sogni che in genere ringalluzzivano presaghi il mio spirito? Smiti e Palladivetro mi facevano un baffo. Matilde si inginocchia, si allunga sui primi gradini, placidamente dorme, quel volo, quel lancio in una terra inebriante di profumi ed uccisioni devono averla sfiancata. Dorme, una piccola bolla di saliva all’angolo della bocca, al solito.



* * * *



Tutti ora dormiamo. Certo, adesso abbiamo questo in comune: dormiamo. Controllati a vista da un gatto elettrico. Ma chi l’ha detto che nei nomi si celi il destino della gente? Il mio, il suo...Andiamo, siamo pratici. Sono, ma non esisto.



Le peripezie dell’urna con le ceneri di Luigi Pirandello (Agrigento 1867 - Roma 1936), che viaggiarono in su ed in giù sui treni di un Regno (italiano) tutto proteso quell’anno a diventare un Impero, è una vicenda realmente accaduta.



Le disavventure dell’omonimo (che venne citato in un sermone dell’arcivescovo di Canterbury per inesplicabili ragioni), che a quella si intrecciano nella complessa vicenda collettiva, pure.



Tutto cominciò quando tempo addietro vidi sfrecciare un carrofunebre sull’autostrada verso sud, veloce come una Ferrari.

“Che sta succedendo?” mi chiesi.



Quel pastore che trasse d’impaccio il mio driver imbecille, il capo aureolato da un mistero. Ecco ciò che è mancato in tutta questa storia; è l’interferenza del buon Dio. Dico interferenza; non perché abbia qualcosa contro il suo presentarsi qua e là. Ma perché a me piace pensare che a volte, provvisoriamente, Dio non c’è. Non per fatti suoi, nel senso che sia occupato altrove (esponendo il doveroso cartellino per la ‘gentile clientela’ TORNO SUBITO) o lì sia stato chiamato (oh, se fosse così come sarebbe tutto chiaro) ma perché io, io ho pensato che non era il caso che ci fosse. Avrebbe complicato le cose. Mentre in questo momento Dio c’entra per qualcosa. Altro che.



Sono qui per un incidente.

Il fatto è che ognuno di noi è un ‘incidente’, un incidente senza importanza.



(bordello)…è un luogo di buone azioni. Le donne si accontentano anche di una taglia media (?) – 75 kg. per 1,58 h. – come me.



Ed ancora a proposito della religione.

“Il coito interrotto fa male. Il preservativo è un atto di supremo egoismo maschile. La pillola ingrassa e rende fertili in caso di errori, vuoti di memoria, dimenticanze.” Questo era il decalogo di Matilde in fatto di contraccezione.

Sono cattolico osservante; e l’idea di una polpetta sanguinolenta che finisca in formalina, un grumo raschiato dal cavo fertilizzato di Matilde con primigenii palpiti di vita, mi ripugna. Ma tant’è; siamo pratici. La religione non c’entra con il senso economico della vita. O no?



(della cultura) La letteratura non mi piace. I classici meno che meno. Prendete la tragedia greca: è piena di assassinii, incesti, matricidi e parricidi; padri che uccidono una figlia per vincere una guerra. La trovo profondamente diseducativa.

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