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Ronsisvalle Vanni Delphine

RACCONTI

Vanni Ronsisvalle
Delphine. Un pescecane per monsignore (2007)

Non vi era alcuna ragione per cui io quella mattina mi imbattessi nelle segrete vicende di Monsignore. E tanto meno in ciò che metteva in relazione quelle vicende con un pescecane dello Stretto di Messina. Quella mattina io ero uscito essenzialmente per soddisfare un capriccio di Delphine. Naturalmente un capriccio intellettuale come era nello stile di questa amica che portava quel nome per via di sua madre, appassionata traduttrice nella nostra lingua di tutte le opere di Madame de Staël. Era una bella mattina di sole ma io mi immersi senza rimpianto nella silenziosa penombra - comune ad alcuni sottoboschi ed a certe chiese del centro storico di Roma poco frequentate dai fedeli - la penombra appunto della Biblioteca M.

Perchè lì, secondo il mio fiuto, avrei trovato la soluzione di quel mistero marino o rarità degli abissi, per cui Delphine sospirava. E le mie azioni, nella scala infiocchettata dei valori sentimentali che ci univano in quei giorni, sarebbero certamente salite. E la studiosa di Madame de Staël, madre normalmente distratta da alti pensieri ma qua e là capace di sospetti banali come una madre qualunque, avrebbe guardato con più simpatia alla nostra acerba relazione.

Su ogni tavolo di lettura brillava dolcemente un lume verde che proiettava la luce sui libri, sulle carte, sulle mani dei lettori lasciandone inconoscibile il viso. Commessi scivolavano elegantemente nelle corsie tra i tavoli e gli scaffali deponendo o scodellando volumi - dipendeva dal temperamento e dalla quantità - davanti a quella gente senza volto in famelica attesa. Lettori. Una condizione umana ancora tutta da esplorare. Era una biblioteca sublime. Con uno stile, direi, di gran lusso. I frequentatori non dovevano rompersi la testa a consultare scomodi o polverosi schedari. Niente cartellini ingialliti, dalle collocazioni illeggibili e gli angoli untuosi o deperiti. Ne vi erano (e non vi sarebbero mai stati) modernissimi computer da interrogare come sibille, nel loro affabile abisso elettronico di milioni di bit. Ma erano invitati a deporre le loro richieste, scritte su appositi bigliettini, in un vassoio d’argento davanti alla Caposala. La Caposala era un artigliere pettoruto che non avevo mai visto tutta intera all’impiedi.

Per me era soltanto un busto. E che busto... Ma disponeva di braccia lunghissime, dita iperprensili, più tentacoli che dita, con cui smistava i nostri desiderata a quei commessi solerti, eleganti e silenziosi. «Signor Cilla, la Trilogia di Durrell al numero 20 barra C… La Vita nei campi di Terenzio Varrone al 31 L…Signor Malangon, prego, il quarto volume della raccolta “Gazzetta di Parma, 1712, anno 13° al tavolo centrale dove c’è quella rossa rompiballe… Prima che mi scappi la pazienza, signor Malangon, cacchio!»

Vi era stato un tempo, ma io non li avevo visti, che quei commessi furono tenuti ad indossare il tight, come quelli dei negozi Liberty a Londra. Chissà come vestiva allora la maitresse dispensatrice di cartacei favori con dita estensibili a piacere?

Poi era arrivata la democrazia e con essa gli abiti da pomeriggio.

* * *

Nel giro né lungo né breve di una mezzora, durante la quale ebbi il tempo di appisolarmi in tutto quel silenzio protettivo, ottenni i miei libri. Cinque volumi dei Viaggi alle Due Sicilie dell’abate Lazzaro Spallanzani, edito in Pavia per i tipi di Baldassare Comini stampatore, nell’anno 1793, Essendo Regnante in Lombardia... Delphine poteva essere contenta, da lì a poco avrei saputo esaudire la sua perentoria curiosità. Astrusa per chiunque non abbia avuto dimestichezza con gli intellettuali o i componenti delle loro tribolate famiglie. Le famiglie degli intellettuali, a meno che i componenti non contraggano tutti le deformità del caso – talvolta anche fisiche (ma nessuno di casa Leopardi fu afflitto da gibbosi, una sola delle sorelle Bronte aveva il gozzo) - ossia dell’astro che brilla tra loro, sono per sempre dannate. Delphine, a parte la giovanile capricciosità, aveva colto in tutto i caratteri della sua mamma, come una goccia d’acqua deriva limpidezza, peso specifico, salinità o alcalinità dall’acqua più in generale da cui si è staccata, poniamo una fontana che gorgogliando in un giardino, con o senza ninfee, ne spruzzi intorno milioni, così uguali, così parenti l’una e le altre. Il commesso, servizievole, accese anche il lume alla mia destra - io occupavo la parte sinistra del tavolo - così potei allargare a mio piacere quei bei volumi rilegati con il dorso in pelle, i titoli con caratteri in oro, i piatti di bella carta marezzata; e poi il bloc-notes, il mio dizionarietto dei termini scientifici latini. Un modo anche questo per garantirmi di essere solo a quel tavolo. Soltanto chi ha dimestichezza con libri e biblioteche capisce quale specie di sibaritico piacere esso sia; al riparo soprattutto da quelle inspiegabili correnti di odio, fatali tra lettori che se ne stanno per un puro scherzo del destino faccia a faccia, gomito a gomito, tentati soltanto di chiudere in un cerchio magico se stessi ed il testo squadernato sotto il naso, inerme, pronto a farsi possedere. Come una sposa non recalcitrante, la seconda notte di nozze. Presto mi resi conto di non avere bisogno del dizionarietto. La prosa dell’abate era limpida, tutta in volgare, e raramente faceva ricorso all’erudizione classica. Brevissime nomenclature infiocchettavano il suo testo, ma di una tale elegante umiltà da non allarmarmi e dover ricorrere a quel sussidiario della perduta memoria di un liceo, benché ben fatto.

L’abate Spallanzani sapeva che un giorno avrebbe reso felice Delphine? Questo è improbabile, anche se negli ultimi tempi, incuriosito dal mesmerismo che confuse in qualche modo con le pratiche esoteriche, prese ad interrogare il futuro; ma ciò che certo non sapeva (e quand’anche non gli sarebbe importato un fico secco) è come da quel momento, da quel preciso momento in cui io aprii non il primo ma il terzo dei cinque tomi dei Viaggi la mia vita cambiò radicalmente. Nel giardino del palazzo dove aveva sede l’austera biblioteca una fontanella riversava perennemente un rivolo d’acqua su sottili foglie di papiro. Quando il silenzio nelle sale di lettura era totale ed il vento cambiava direzione, da oriente ad occidente, allora anche attraverso le sigillate finestre (contro improbabili ladri - di libri? - rumori della strada, polvere, uova di termite portate dal vento) penetrava quel sommesso ruscellare. Ipnotico. Ma che non induceva al sonno più di quanto non lo provocassero, con effetto immediato, certe pagine di quei volumi appena dissepolti dall’oblio. Federico II, il Grande Federico di Prussia, Voltaire e la zarina Caterina erano morti, tutti i grandi estimatori dell’abate emiliano erano morti, tutti gli assidui corrispondenti di ogni punto d’Europa dell’esimio scienziato, botanico, biologo e naturalista erano morti. A chi fuori dalle trattative e comunque dall’intero episodio, un diversivo nella sua noia mortale. «Non vi è stato mai corallo nello Stretto di Messina». Le signore, non rassegnandosi all’idea di essere state truffate, dissimularono con eleganza il disappunto, abbagliarono con sorrisetti di immotivata gratitudine quel cavalier servente di provincia, geloso di un incarico che nessuno gli aveva mai conferito. Ma tornando a casa, rimuginando in aeroplano, una volta nella capitale sguinzagliarono incaricati di fiducia, allacciarono provvisori rapporti con intenditori, si giurarono - madre e figlia - di sapere con certezza se avevano acquistato una vera rarità o un corallaccio qualunque pescato in Sardegna, nelle acque di Trapani, a Sciacca o nel Mar Rosso...

Io me ne stetti per un poco sul ramo dell’albero, come dicono i tedeschi che hanno letto Jean Paul. La maggior parte delle risposte furono fumose. I naturalisti e i talassologi esperti delle acque siciliane dissero «forse» oppure «bisogna distinguere» oppure «lo escludo» oppure «come si può escludere?» a proposito della lontana presenza del corallo in quel tratto di mare. Soltanto uno fornì un’indicazione passabile: «L’unico a mia memoria che abbia parlato di un corallo di incomparabile bellezza nello Stretto di Messina fu Spallanzani. Ma in un testo ormai introvabile. Quella prima edizione che uscita senza il permesso dei Superiori fu subito ritirata. Nelle successive ogni riferimento al corallo fu espunto e cancellato, o comunque così abbreviato da risultare irrilevante».

Perché? Quale fu la ragione del pentimento dell’abate Spallanzani? Mi resi conto come soprattutto in questo ansioso interrogativo, più che nell’episodio che l’aveva scatenato, consisteva il capriccio tutto intellettuale della mia amica Delphine; comunque sempre fiera della sua spilla acquistata a Messina. Quel fiore rosso spiccava come un semaforo tra le delizie del suo decolleté. Talvolta anche tra quelle meno acerbe della studiosa di Madame de Staël. Allora entrai in azione. O scesi in campo. Insomma venni giù dall’albero, come il personaggio di Jean Paul. Trascorsi un’intera mattinata alla Biblioteca M. Sono imbattibile in questa dedizione alla vecchia carta stampata; provo una specie di frusciante follia a sfogliare pagine annose; e quelle lo erano; stampate nel 1793; e senza «il permesso dei superiori». I commessi mi passavano vicino, spostando appena l’aria intorno a loro, esprimendo silenziosa e premurosa - benché, appunto, muta - sollecitudine per le mie necessità supponibilmente capziose... Non ne ebbi che una (la richiesta supplementare di un opuscolo, che lessi in dieci minuti, annotandone passi succulenti) e forse li delusi un poco. Ma ne sapevo abbastanza. Abbastanza da accontentare la stramba curiosità di Delphine e quella rivendicativa della studiosa di madame de Staël. Del resto observer le coeur humain, c’est montrer l’influence de la morale sur la destinée. Non asseriva così quest’ultima in “Delphine”, a pagina tre della prefazione? In quei giorni era disperatamente innamorata di Benjamin Constant, mi dette maliziosamente di gomito la madre di Delphine. Aquesto punto riemersi nel cortile della fontana, che non degnai di uno sguardo; inforcai la mia motocicletta - una Harley Davidson con sidecar - e riparandomi con uno sciarpone dal freddo pungente di un mezzogiorno decembrile (incurante degli sberleffi di certi giovani con occhiali scuri ed orecchino, certo invidiosi del mio sidecar più che della Harley Davidson) sfrecciai verso l’amore. Portavo con me ottime notizie. Per il momento.

* * *

Il mio uomo non era Spallanzani. L’evanescente figura, finora dai contorni appena precisati, a cui cominciai subito a dare la caccia era tutt’altra persona. Un religioso, un abate anche lui (dell’ordine cistercense, che sfornava solo sapientoni) ma proprio l’opposto del girovago, universalmente illustre amico di regnanti e dei migliori talenti del secolo, il viaggiatore instancabile di fronte a cui si spalancavano le frontiere di tutti gli Stati, insomma dell’illustrissimo monsignore Lazzaro Spallanzani Grande Accademico della sapiente Pavia, sede di molteplici scibili. Il mio uomo, in quella tornata del 1789, aveva quarantun’anni. Era il terzultimo rampollo di una aristocratica famiglia di Messina. Era abate della Santissima Basilica di Terra Santa, titolo puramente nominale ma in quella chiesa, ammesso che esistesse ancora, dovevano averlo visto pochissimo, l’anno prima era stato nominato consigliere del Re (il Re di Napoli) e magistrato della scienza, aveva scritto un libro sui pittori siciliani,


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