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Sergio Sozi - Sicilia

NARRAZIONI

Sicilia
di Sergio Sozi

I
"Buonanotte."
"Buonanotte."
L'inizio è scoccato, pensavo. Finalmente entrerò nel mio territorio: liberato, giocondo, volatile testimone privo di favella e memoria, sarò colui al quale nessuno potrà rivolgersi per carpire episodi intimi, strappare opinioni, imporre lo studio di date e calcoli. Andrò, perso in un infinito planare che solo agavi e fichi d'india, bizzarre voci corali e invocanti abbracci ventosi potranno cogliere: l'Africo maestoso, Eschilo moribondo, una gara navale in onor d'Anchise, l'eco remota d'una Didone accorata. Polline – odoroso di misture arcane: fiori d'acacia, miele d'Acaia, bacche turchine, zafferano soave - riposante nella pàtera bronzea che attende l'arrivo del lieto Hypnos... Hypnos: ogni muscolo giace, nascosto nel levigato bianco scoglio del suo volto; le aligere tempie non soffrono per il moto che quelle piume silenti voglion sostenere, purché l'abbrivio alle divine nostre peregrinazioni venga concesso.
Che sia, ogni nostro battito di ciglia notturno, emanazione del reverenziale thambos a cui obbedisce il cuore? La fiducia nei Supremi muove i passi dei sogni e questi imparano le movenze che ogni nuvola o stelo d'erba, ogni grillo o fiume, adattano al sonno eterno degli dèi: ecco perché mio padre disse che i sogni restituiscono sempre qualche verità agli uomini... forse noi le perdiamo di giorno ed i benigni Signori ce le riportano nel letto.
Sono fortunato a poter godere i doni degli onnipotenti, ogni tanto! Perché una volta, non saprei dir quando, i nonni dei nonni dei nonni di tutti quanti dovettero rinunciare ai sogni, quelli veri, mentre camminavano sulle falde nere dell'Etna, fra rosse saponarie e sbuffi gorgoglianti. Avevano deciso, in quella lontana notte, di opporsi alla forza di un tiranno (che essi chiamavano Lucifero) e per questo si eran dati convegno in abiti rituali sul filo del cono sulfureo. Desideravano, con ardore pari a quello dell'infinito braciere attorno a cui stavano riunendosi, ascrivere a sé stessi ogni responsabilità di scelta fra il giorno e la notte.
Ma il loro padrone celeste aveva pronto un inganno poiché la metis, la furbizia umana, nasce da un cuore divino: proprio come il nostro corpo essa, anche immersa nel sole, mai si staccherà dall'ombra. Quindi gli uomini, compiuta la dovuta ecatombe, dissero al re:
"La tua indiscutibile regolarità ci offende, potente capo supremo; cosa ne diresti se anche noi potessimo scegliere quando vegliare e quando concederci a Sonno simile alla morte?"
Lucifero, per niente adirato, chiese cosa volevano ancora gli uomini che non avessero già. Poi, visto che essi tergiversavano, dubbiosi sull'esatta supplica da fare, propose loro alcune soluzioni:
"Vedo che qui le aspirazioni sono confuse... cercherò di aiutarvi a capirle. Dunque, credete che sia meglio per voi alternare tre giorni a tre notti?"
"No, Signore, per carità... i nostri occhi così patirebbero troppo a lungo la tua assenza."
"Allora vorrete mettere tre giorni e tre notti dentro un solo giorno, e altri tre giorni e tre notti in una sola notte?"
"No, no... impazziremmo! Anche gli altri animali andrebbero in bestia; i pini avrebbero l'itterizia e persino i funghi dimagrirebbero."
"Ah, capisco: questo è un atto di ostracismo... potevate dirmelo subito. D'accordo: io scompaio, dopo di che saranno affari esclusivamente vostri."
"Dio ce ne scampi e liberi, da tal calamità! Ecco... è che dovresti, scusa, rimanere o andartene quando paresse a noi, Lucifero. Questo sarebbe di certo un nuovo patto, più giusto di quel che succedeva prima... sai, in fondo facevi il bello ed il cattivo tempo."
"Bravi, uomini! Sottoscrivo immediatamente l'accordo. E lo considero (scusate la metafora fastidiosa) l'alba di un nuovo giorno. Spero ora che vi sbrighiate a compilare il nuovo contratto, visto che... beh altrimenti dovrei sorgere tra pochi minuti, no?"
"Eh sì... tieni: leggi e firma, capo. O meglio, ex capo."
"Qui non c'è scritto che io sono l'unico legittimo possessore ed emanatore di ogni perenne luce terrestre e cosmica, però."
"È ovvio che ora non lo saresti più. Questo accordo recita così: Lucifero potrà tornare sulla Terra solo quando venisse formalmente invitato dagli uomini."
"Non funziona: è chiaro che, se io sparissi completamente (nel caso che, seppur invitato, rifiutassi di accorrere presso la Terra), voi, coi frutti le ortiche ed i caprioli eccetera, rimarreste con un palmo di naso. Qualsiasi luce artificiale, sottolinea il Superno Innominabile, non può sostituire troppo a lungo la mia – ed io non potrei cedervela, altrimenti mi annullerei, è scientificamente e teologicamente assodato. Devo esser talmente volgare da rammentarvi che, se la mettessimo così ragazzi, sarei un despota in vacanza (il quale non assomiglia per niente a un despota morto)? Oltretutto non mi sentirei di accorrere al vostro capezzale nel caso che un qualsiasi ometto-dittatore me lo chiedesse."
"Mannaggia, Lucifero. La faccenda va proprio come hai detto tu."
"Rimediamo presto: scrivete che sarò obbligato a venire sulla Terra, immediatamente ed ovunque io sia, ogni qualvolta lo desiderino almeno la metà più uno degli uomini o dei capitribù o dei monarchi o dei sacerdoti supremi. Così in futuro verrà tutelata una certa mia quiete ed una certa vostra... democrazia. Eh già! A partire da ora siete diventati una vera democrazia. Complimenti per l'astuzia e la maturità."
"Grazie, re. Ecco: ogni parola è a verbale."
"Aggiungi che se non mi chiamerete mai, io non verrò mai."
"Capirai... che problema? Fatto."
"E io firmo."
"Grazie."
"Allora... devo augurarvi la buonanotte?"
Il mio antenato si consultò brevemente, a cenni e mezzevoci, con tutti i capi.
"Sì, per adesso. Arrivederci."
Lucifero si stiracchiò un attimo, sorridendo, e, in un lampo al contrario, sparì.
Il tempo, dice papà, scorre anche al buio. Ed anche sulle cime dei monti dove gli uomini non sono mai arrivati. Perfino lassù, in mezzo alle comete e agli astri; tra le costellazioni e gli invisibili arcipelaghi cosmici, nei quali dèi e Nereidi, unicorni e tritoni, grifi, chimere ed ogni sorta di esseri giocano a nascondino. Papà crede che vogliano, appunto, ingannare il tempo.
Beh, proprio in siffatti misteriosi pascoli anche Lucifero era tornato, ormai da un bel pezzo, senza che dalla Terra giungesse la eco d'una chiamata. Siccome quel dio è un vero curiosone, ad un certo punto gli venne il desiderio di andare a gettare uno sguardo da quelle parti. Ma l'accordo purtroppo non prevedeva tale eventualità; quindi Lucifero, chiamata a sé una delle più giovani stelle luminescenti, Eliana, le ordinò cortesemente di fare un prudente giro in incognito nelle circostanze di quel pianetino, per tornare prima possibile a riferirgli cosa diamine stessero combinando, da così lunghe ere, gli strani animali parlanti che ivi dimoravano senza veder le stelle.
"Niente, sire" riferì Eliana a Lucifero appena l'ispezione fu terminata "sembra che i bipedi pentadàtttili bioculati che vivono lì abbiano rinunciato alle parole e alle emozioni: costoro infatti, in assoluto silenzio, vagherebbero, con gli occhi semichiusi, a fantasmi simili. Mangiano e bevono solo quel tanto che basti per non andar prematuramente a finire nel regno di Ade. Se tu mi chiedessi di esporti una mia diagnosi non esiterei a farlo immantinente."
"Allora esponila, dài" rispose Lucifero, alquanto incerto sul da farsi.
"La loro è una malia endogena; un pericolosissimo incantesimo spiralidale autoindotto."
"Non mi appartiene. Chi gliel'ha suggerito?"
"Nessuno, sire, né dio né semidio santo o beato. Direi che se lo siano fabbricato in completa autonomia. Se tu non avessi memoria corta... sapresti anche come ciò sia potuto accadere."
"Io so solo che quegli screanzati un giorno mi hanno allontanato per gestire come meglio preferivano il tempo, la veglia e il sonno."
"Eeeh, la divina senilità, che materia insondabile!" esclamò bonariamente Eliana "in verità ti hanno rifiutato perché avevi il monopolio dei sogni diurni... mentre loro erano certi che sarebbero stati in grado di inventarsene altri senza il tuo interessato ausilio. Firmasti tutto contento il nuovo contratto, sicuro che i bipedi, lasciati soli, avrebbero fatto un gran casino. Infatti sembra che l'autarchia non abbia molto giovato loro: li ho rischiarati con il mio alone appena un pochino e quelli già tendevano verso di me le pallide braccia, come se non volessero altro che tre raggi di luce naturale. Che pena!"
"Capito."
Lucifero così, stabilita assieme agli altri dèi una idonea (e conveniente) allocuzione, si ripresentò ai miei antenati:
"Là, dove si vuol quel che si puote e si puote quel che si vuol, ha circolato una certa misericordia, ultimamente: ed è grazie al buon cuore degli Eterni se ora mi vedete ancora qui, nonostante i trascorsi che entrambi sappiamo. Pensate, meschini, che ho dovuto travestirmi da caprone per entrare nel vostro incubo collettivo autogestito e, dunque, per poter sentire e capire da quali sofferenze dovrei ulteriormente cavarvi fuori. Ma, accidenti, non riesco a riposare un momentino che... guarda lo sfacelo, il deliquio, l'aberrazione in cui mi tocca di ritornare! Siete tremendi!"
Intorno a lui, muti, gli uomini annuivano. Egli proseguì.
"Avete salvato questo corridoietto infuocato, l'Etna, per fortuna. Altrimenti come sarei passato? I cieli sono grigi: impenetrabili. Le città accecano anche me: infrequentabili. Il silenzio! Il silenzio poi: folle, innaturale, patologico, vuoto più del nulla! Ma non lo sapete che il nulla non esiste? C'è bisogno che ve lo ricordi uno come me? E adesso... vedete... sono costretto a giocare con voi mantenendo la posizione del più forte... di chi ha la torcia dalla parte del manico ecco. Ciò che sono in procinto di offrirvi (o meglio di imporvi) è insieme una furba mossa ed un atto caritatevole. Ma lo faccio, sappiatelo bene, solo perché gli altri dèi non sopportano da parte di alcun mortale tali pagliacciate: i sogni umani nocciono agli uomini stessi, dando oltretutto il cattivo esempio alle altre forme di vita. Ma adesso sbrighiamoci, che in questo incubo fra un po' svengo: in Cielo siamo concordi nell'operare un semplice baratto: i vostri sogni in cambio dei nostri. Chiaro? Voi rinunciate seduta stante a credervi dèi e noi prontamente torniamo sul vostro disastrato monolite bagnato orbitante. Io, che so stare al mio posto, porterò i sogni diurni; i miei sodali vi spediranno quelli notturni. E niente esclusività: riutilizzateli pure quanto e come volete. Anche il Superno Innominabile è d'accordo. Fossi in voi penserei di averla sfangata bene per un pelo, o no?"
Papà dice che i nostri progenitori non ebbero nemmeno la forza di manifestare il proprio labile assenso, da quanto erano avviliti, sfatti e confusi. Dissero di sì con gli occhi o con quanto di essi restava. Mio padre, poi, si ricorda di avermi concepito poco tempo dopo quel nuovo patto. Ma non finisce qui.
II
Il tempo scorre nelle ramificate arterie dei rigagnoli, anche quando non vi sia uomo ad osservare le gioconde capriole delle loro piccole onde. Il tempo batte fra le querce che, subendo ogni acquazzone, accettano di sposare la mortale saetta alla propria coriacea scorza bugnata. Il tempo usa la bocca dei sogni per parlare con chi faccia attenzione all'importanza delle proprie orecchie. Il tempo non si ritrae. Neanche quando un uomo o un altro essere di pari stupida magnificenza riesca a manifestarsi agli altri enti come un dio sempre esistito... magari facendo così: "Bubù! Mi ero nascosto per qualche secolo ed ora eccomi palesato di fronte ai vostri occhi, tanto lungamente soggiogati ed umiliati dalle false divinità, dagli idoli, le Croci, i totem, le Icone, i vitelli aurei, le statue crisoelefantine!"
Questo, mi ha detto papà, riferì agli altri uomini, dopo che era stato deciso il nuovo patto, un tizio. Io evidentemente ero troppo piccino perché potessi avvertire tali discorsi; eppure avvenne che un giorno costui, senza dar preavviso ai suoi simili, si esprimesse da essere onnipotente:
"Io sono il dio della matematica e della cognizione, della fissità temporale e del falso mutar dei sogni. Io ho catturato ogni sogno che gli dèi ingannatori hanno dato alle vostre modeste anime e l'ho separato dagli incubi. Ho organizzato ogni immagine in essi contenuta. Dunque chiamatemi pure 'Coscienza'. O 'Memoria Scientifica'. Comunque sia voi, d'ora in avanti, o mi chiamerete o sarete chiamati da me. Ogni sogno verrà da voi stessi, purché sia io a filtrarlo."
Dopodiché, introdusse una nuova regola, sostenendo che fosse naturale farlo e che soprattutto non esistesse altro dio in grado o volonteroso di contrastarla o vietarla:
"Sognerete solo ed esclusivamente durante il sonno e questo avverrà durante la notte. Sarete comunque liberi di dormire anche di giorno, ma in tal disdicevole caso dovrete accontentarvi degli incubi o della falsa morte. Il resto sarà veglia, veglia senza fine. Mica male, no? La realtà reale e l'irrealtà irreale, perfettamente separate ed organizzate acché la Terra sia autonoma, funzionante ed indipendente."
Insomma, quello era il dio che serviva: idee chiare e niente conflitti. Morale semplice e quadrata.
Ma se certa morale è quadrata, dice papà, questo non toglie che il tempo resti circolare, rotondo, ovvero costituito di infiniti punti riconducenti l'essenza allo sfaccettato chiarore di un permaloso insieme di divinità, attive sotto l'egida del Superno Innominabile. Attive, nonostante la Memoria Scientifica spacchi in due la realtà irreale: di qua il sacro profano, di là il sacro profanizzabile – cioè il sacro che ancora non è stato profanizzato. La realtà è sempre irreale, dice papà, e questi due termini hanno sopra di sé costantemente non la Realtà Superiore, bensì lo sguardo del Superno Innominabile, al quale certi sofismi importerebbero niente. Niente, capite?
Fatto sta, che agli uomini quella soluzione piacque. Avevano azzerato i conti coll'infinito evidentemente... dimenticando la folle Trinacria: Isola-Continente-Regione, ove ogni riconversione non fa sparire la precedente ed ognuna di queste conduce ineluttabilmente all'origine.
Da quel momento in poi, riconquistando solo i sogni che eran loro concessi, gli uomini cominciarono ad odiarci. Ad odiare i bambini, intendo: senza confessarlo neanche a se stessi, ma con un'intensità autenticamente diabolica. Chissà perché?
Una volta ascoltai una madre redarguire duramente sua figlia:
"Smettila di sognare mentre cammini per strada! Conta i passi e non sporcare i vestitini!"
Capirai! I vestitini erano una tuta gialla e nera di nàilon, con sopra un impermeabile-spolverino nero gommoso che pareva la pelle dell'omino della Michelin. La bimba, poi, calzava scarpe da ginnastica con scritto sopra qualcosa tipo Dike o Tiche.
In un'altra circostanza ebbi modo di cogliere il rimbrotto che un lugubre padre con gli occhiali scuri indirizzava al figlio:
"Non importa che tu senta o sappia ciò che è bello e ciò che è brutto: mettiti in testa che quanto prima dovrai lavorare ed avere delle responsabilità! Le responsabilità sono il tuo dovere che non potrai decidere o scegliere: esse rappresentano, insomma, la tua unica possibilità di sopravvivenza, quali che siano le leggi o le scempiaggini così denominate alle quali dovrai adattarti."
D'altronde, ammetterò che quei figli erano solo poveri omuncoli - emuli dei loro genitori scervellati ed ottusi perché non potevano far di meglio. Infatti a partire da quel malefico ultimo patto con il nuovo dio, molti bambini ebbero come unico ruolo quello di accettare o rifiutare, sullo stesso piano qualitativo, la verità ghettizzante dei progenitori (i quali, da rivoluzionari del cavolo, erano divenuti mangiatori di cavoli).
La realtà non ha più un accenno di sfumatura, dicono i padri e le madri. La realtà è cieca anche se ci vede bene, diciamo noi bambini speciali. La realtà è una pista sulla quale scorrazzano gli dèi, pensa un'eternità non congetturale, intera, completa, forse inenarrabile. Questa è la realtà che capta ogni bambino-vecchio, anche se non lo sa. E non lo sa perché gli adulti hanno stretto un patto con il loro egoismo.
Però ogni vecchio-bambino come me lo sa bene, visto che conosce a menadito anche il proprio egoismo. E parimenti sente suoi i sogni degli dèi antichi, usa i sogni aritmetici del dio giovane e non pretende di spodestare il Superno Innominabile.
Forse sarà per questo che non vorrei uccidere, a differenza degli altri bimbi o bimbi-maturi, i miei genitori o i miei figli.
O forse sarà perché mi chiamo Angelo Giovenale e i crimini dei padri li posseggo così tanto nel cuore da averli da sempre masticati, digeriti e riimmessi nella circolazione sanguigna.
"Buonanotte, figlio."
"Buonanotte. Sai, papà, ho sognato di essere come te, ieri notte: un papà anch'io, ma non era vero, eh? Mi sbagliavo. Comunque ho sognato, non solo questo. E lo sa il Cielo se è successo davvero che sono divenuto padre anch'io oppure no... sulle pendici del Mongibello."
"Buonanotte."
"Buonanotte."

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