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Sette Ilaria - Angurie in Australia

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Angurie in Australia
di Ilaria Sette

L’appartamento aveva un buon odore di detersivo leggero, a dichiarare ore di solitudine riempite da pulizie straordinarie e insensate.
Al contrario l’aspetto generale di sua madre era vagamente trasandato, forcine sparse sui capelli radi e biondicci, vestaglietta goffa, mani sudate.
L’acqua tirata fuori dal frigo freschissima.
Le sedie della sala, più traballanti del solito, andavano perdendo l’assetto, estate dopo estate, e cigolavano sotto il peso di Giuliana, nonostante si fosse seduta con cautela.
“E... come è andato il viaggio?”
Cominciarono le due donne la danza obbligata delle frasi di circostanza, a voce alta, interrompendosi l’una con l’altra, sottolineando le parole come se le stessero spiegando a un bambino, come entrambe avevano fatto quando era stato il momento e come continuavano a fare, madri per sempre, modulando la voce, gesticolando, in quell’eterno pensare di dovere insegnare qualcosa (mangiare, camminare, parlare, lavarsi mani e denti, pregare, leggere, salutare, vestirsi, amare) che ormai sembrava patetico, spesso insopportabile.
“Bene, però il caldo...”
“... hanno detto il traffico alla televisione...”
“Eh ma che vuoi, agosto...”
“Ogni anno peggio”
“Poi dicono le persone..., ma che crisi, dove sta sta’ crisi...”
“Tutti in vacanza!”
“Hai mangiato?”
“Sì, durante il viaggio non faccio altro, mo’ un panino, mo’ un cracker, mo’ un biscotto”
“Ma se bevi poi...”
“Sì, sto attenta e bevo poco che i bagni all’autogrill...”
“Sporchi schifosi”
“No, ma è anche che la coda, certe volte una coda, quello delle femmine”
“C’è nu picca di pasta pronta... ma se non la vuoi... e l’anguria, vuoi l’anguria?”
L’avevano sempre chiamato mellone, italianizzando lu mulone; poi Giuliana e sua sorella, mano a mano che crescevano e si andavano acculturando, si erano poste il problema di quella “l” di troppo: però toglierla significava cambiare categoria, perché il melone esisteva già ed era quello bianco o giallino. Finché non era saltato fuori che il termine in italiano era anguria e tutti in famiglia avevano fatto lo sforzo di adeguarsi.
Anguria.
In qualche trasmissione televisiva, di quelle dei consigli medici, dei suggerimenti per il gran caldo, delle frivolezze di costume, forse il telegiornale, di recente Giuliana aveva sentito che era un errore, che cocomero doveva dirsi, di quel meraviglioso dissetante colorato appagante frutto della sua infanzia. Ma a cambiare di nuovo appellativo, con quella disciplina del terrone che si dà da fare per emanciparsi, non ce l’avevano fatta questa volta.
La parola cocomero finiva poi per riportare al punto di partenza: cocomero al paese era sempre stato quello piccoletto e verdino, a volte liscio striato, a volte con i peluzzi trasparenti. Quello che assomiglia alla zucchina, ma è più tondo e acquoso, che te lo puoi mangiare a morsi, o a fette nell’insalata. Qualcuno lo chiama cetriolo, ma cetriolo non è, perchè i cetrioli sono lunghi e scuri e bisogna sfregarli a lungo con il loro stesso cappellino per farci uscire la schiumetta con il gusto amarognolo.
Cocomero.
Anche se al mercato lo chiamavano pagnottella.
Giuliana l’aveva anche trovato al mercato di Milano con il cartellino con il prezzo che diceva: “caroselli”.
Ma “caroselli” la faceva ridere. Non ci riusciva a dire: vorrei tre caroselli. Così tutte le volte metteva in atto una piccola recita, con il sorriso di chi vuol fare il simpatico ed espone la propria generosa dose di autoironia. “Poi per piacere tre... non so come chiamarli... caroselli si chiamano? Dalle mie parti li chiamiamo pagnottelle”
Nelle quasi totalità dei casi dall’altra parte del bancone di legno c’era un pugliese che nella vita aveva sempre detto pagnottelle, anche se scriveva caroselli, e ci stava a scherzarci un po’ su, non perché si stesse davvero divertendo, solo perché doveva farlo, ché con le signore di mezza età bisogna essere capaci, buttare lì il mezzo doppio senso, chiedere dei figli, far finta di condividere qualche preoccupazione.
In ogni caso l’anguria fresca era buona, già tutta sbucciata e tagliata in pezzi grossi e squadrati da inforchettare e mordere, sbrodolandosi e fottendosene dello sbrodolamento, dopo il viaggio e quel lieve senso di sottile disgusto che le davano l’odore intrappolato e i chilometri lunghi di autostrada agostana.
Poi avrebbe riposato un poco.
Sua madre per ora era stata pietosa e non aveva chiesto nulla.
Ma Giuliana sapeva che non sarebbero trascorse troppe ore prima che l’argomento venisse fuori: Pietro e Paolo, detto così, come i santi, come ci avevano sempre scherzato sopra, Pietro e Paolo, il figlio e il marito che non c’erano, per la prima volta, dopo anni e anni e anni.
Il riposo fu perfetto, adagiato sul silenzio spesso della controra, nel quale rari rumori di motori di passaggio restavano isolati e inoffensivi. Attraverso le persiane, un poco accostate, si intravedeva un sole mordente che se ne rimaneva fuori e faceva apprezzare ancora di più la penombra e la pancia piena, la pelle nuda di gambe e braccia che strisciavano voluttuose sul lenzuolo teso candeggiato.
Dopo, il pomeriggio trascorse veloce; venne qualche familiare a salutarla e chiese di Pietro e Paolo. Giuliana recitò la parte sulla quale si erano messi d’accordo: la revoca delle ferie di Paolo all’ultimo momento. Punto. Vaghissima e imprecisata allusione a Pietro. Punto.
Disfece il bagaglio: efficientissimo bagaglio per una sola persona. Ogni anno sapeva sempre meglio quali fossero gli indumenti che valeva la pena trasportare. Sapeva che alla fine avrebbe usato più o meno sempre le stesse due vestagliette per tutti i 15 giorni di vacanza al mare; sapeva sempre meglio che non si sarebbe quasi mai truccata e che il vestito buono alla fine non sarebbe servito a niente; sapeva sempre meglio che portare dei pantaloni lunghi sarebbe stato un inutile ingombro, che in Puglia in agosto certi giorni ti spoglieresti della pelle e ti strapperesti i capelli, altro che infilarsi degli strati di cotone sulle gambe.
Le ciabatte per stare in casa, ormai era una tradizione, le lasciava lì da sua madre, dove potevano essere?
Nel ripostiglio, in alto in alto, c’erano le sedie per la spiaggia e l’ombrellone, ma sarebbero rimasti lì dove erano questa volta. Non valeva la pena tirarli giù solo per se stessa: le bastava un asciugamano. Pugnalata leggera: l’immagine di una donna sola, accucciata sulla spiaggia con un libro in mano.
Forse le ciabattine di plastica erano nell’armadio a muro del corridoio; ne fece scorrere le portine a soffietto e ne contemplò il contenuto traboccante: anni di famiglia accatastati sugli scaffaletti, oggetti anni sessanta, pile di vecchi libri.
I libri marrone in similpelle se li ricordava bene. Suo padre aveva deciso di pagare l’abbonamento delle pubblicazioni Reader’s Digest perché gli sembrava buona cosa che ci fosse qualcosa da leggere in casa. Giuliana e sua sorella se li litigavano ed avevano letto e riletto, stese sui copriletti ruvidi o arrotondate a palla sulla poltroncina della sala, riassunti e condensati di romanzi di successo pubblicati negli anni settanta.
Provò a far scorrere le dita sulle coste sbiadite, dove le lettere avevano perso l’inciso dorato e restituivano ormai titoli sincopati.
In mezzo a tutti quei romanzi letti da bambina, in quegli anni poveri ma spessi di futuro, non ricordava il nome e l’autore, ma ricordava il sapore sensuale di un polpettone ambientato in Australia.
“Alla fine si seppe che anche Lucy non aveva nessuna voglia di fare quel viaggio in Inghilterra”.
Quella frase le era rimasta intrappolata in silenzio nella testa per quasi quaranta anni e adesso risuonava all’improvviso nei pensieri.
In quale di questi volumi incastrati e impossibili da tirare giù, se non disfacendo il paziente lavorio di sua madre, era stampato quel vecchio romanzo ambientato in Australia?
Per esempio chi era Molly? Ah, ecco: la governante, la solida e modesta servitrice di una famiglia di coloni inglesi in Australia, l’amante del padrone ovviamente, donna vitale e concreta, all’opposto dell’esangue, delicata e brontolona mogliettina fatta venire apposta dall’Inghilterra.
E Adelaide la figlia maggiore. Sicuro.
Cliché.
Rapporti di famiglia.
Invenzioni amorose.
Lucy invece era la figlia minore.
Quel romanzo aveva accompagnato desolate ore di noia preadolescenziale, evocando paesaggi sconfinati, deserti, solitudini.
E donne che facevano arrivare tessuti alla moda, cappellini e nastri dalla patria lontana.
E uomini incapaci di comprensione, bevitori di vino robusto, con le braccia cotte dal sole e capaci di abbracciare forte.
L’anguria maldigerita del pomeriggio inoltrato era tutt’uno con l’immagine ormai fissata da giorni dello sguardo di sfida di Pietro che si preparava lo zaino per le sue prime vacanze senza i genitori.
“Ci vai tu anche quest’anno a casa della nonna, sai che roba!”
Sai che roba.
La mogliettina inglese soffriva, non si era mai voluta adattare. Sembrava sempre sul punto di caricare un baule su una nave e farsene ritorno in patria.
E’ che di fronte alla situazione concreta poi, scompaiono tutti qui libri che ti eri letta, quei manuali di educazione moderna, quella psicologia a basso costo che ti dà consigli su come fronteggiare il fatto banale ma sempre inaspettato di essere dall’altra parte a fare la madre. “Sai che roba la casa della nonna” era come uno sputo in faccia ad una storia forse mai condivisa veramente, a una mitologia che non gli era mai appartenuta, neanche quando bimbetto sembrava godersela un mondo, portato in vacanza, vezzeggiato da parenti e teglie sugose.
A tre quarti circa del romanzo il colono aveva potuto regalare alla mogliettina un lungo viaggio in Inghilterra, insieme alle due ragazze ormai in età da marito e lei aveva preparato tutto proprio a puntino e organizzato presentazioni in società, scopo frequentazioni di classe e matrimoni in patria.
Sai com’è, il mondo va come cavolo gli pare e Adelaide, niente affatto intimorita e con piglio da donna del nuovo mondo, se ne uscì che si era fidanzata di nascosto con un australiano abbronzato a puntino e il viaggio con la mamma pallosa sembrava non interessarle molto.
L’anguria a Milano Giuliana non riusciva mai a comprarla: per quanto il prezzo si abbassasse giorno dopo giorno, costava sempre troppo rispetto ai pochi centesimi al chilo che la aspettavano sulle bancarelle sulla strada della litoranea salentina. Così rimandava. Ne avrebbe mangiata fino alla nausea in quel concentrato di giorni chiusi in un cerchio di indolenza e salsedine appiccicosa, tanto desiderati una volta quanto ridotti, da qualche stagione, ad una ripetizione priva di domande.
La mogliettina costernata e sconfitta dovette rinunciare al viaggio perché anche la sorellina minore Lucy si sentiva australiana e sei mesi dall’altra parte del mondo, voglio dire, sarà pure Londra, ma io sto in Australia, sai il vecchio continente che roba!
“Alla fine si seppe che anche Paolo non aveva nessuna voglia di fare quell’ennesimo viaggio in Puglia”.
“Se sta’ cierchi li scarpuni di plastica, li ho buttati, s’erano fatti vecchi” le gridò sua mamma dalla cucina.


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