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Sette Ilaria - Facebook

NARRAZIONI

Facebook
di Ilaria Sette


Buongiorno.
Il mio nome non le dirà niente.
Sarei davvero stupita del contrario.
D’altra parte anche io avevo lasciato il suo in un inutile ripostiglio, sotto uno strato di ricordi, di fatti, volti, pensieri, accumulatisi negli anni, evanescenti a volte, spesso imbarazzanti, quasi sempre inutili.
Lei ed io abbiamo frequentato lo stesso liceo nello stesso periodo, tutto qui. Io sono stata sempre, da allora in poi, a centinaia di chilometri, in un’altra città.
Qualche giorno fa però ho fatto questa cosa leggera, coerente con i tempi in cui viviamo: mi sono iscritta a facebook.
Nonostante utilizzi abitualmente il computer e la rete per lavoro, nonostante ci gironzoli costantemente per informazione e per evasione, mi ero tenuta a distanza da facebook; una cosa da ragazzini, pensavo e penso.
Però a furia di sentirne sempre parlare, a furia di vedere figli e colleghi e persino i miei familiari lontani (sorelle e fratelli, nipoti e cugini) allegramente presenti, con tanto di foto e battute quotidiane, ho deciso di curiosare.
Passata la fase di inserimento dati, ho finito naturalmente col mettermi a cercare il passato. Una melassa agrodolce mi ha abbracciata: il liceo, la parrocchia, pensi, anche la scuola elementare! Sì, c’è qualcuno che ha aperto un gruppo di donne che frequentavano la mia scuola elementare negli anni settanta. Non la stupisca il fatto che si tratti di un gruppo femminile; all’epoca c’era una severa divisione fra i sessi: le classi, i bagni, i portoni di ingresso erano rigorosamente destinati o ai maschi o alle femmine. Follie dei tempi trascorsi che a ondate ritornano sotto forma di proposte educative di qualche gruppo di desolati in cerca di visibilità.
Ubriacata dal passato che ritornava, digitavo euforicamente tutti i nomi che ricordavo bene e restavo delusa nel non trovarli registrati. Quindi a un certo punto mi sono arresa, non ricordavo più nulla: solo volti sbiaditi, solo episodi insulsi senza un nome.
Ben presto però, sarà capitato a tutti, come per magia, mano a mano, altri nomi hanno cominciato ad affiorare da soli alle labbra, come se un ipnotizzatore mi stesse scandagliando nella mente. Così è saltato fuori il suo nome e una vaghissima immagine di un volto di ragazzo, che forse per strada non saprei più riconoscere.
Ma vicino a quel nome, su facebook, lì sul computer, ho trovato un viso di uomo che mi sembra di poter collegare a quei lineamenti confusi.
Ora, non si spaventi, non sono qui a pensare di riallacciare nostalgici e inesistenti rapporti di amicizia con una persona che di fatto è uno sconosciuto: ho una vita intensa, piena di cose, famiglia e lavoro e molto altro. Ho figli adolescenti e mi sforzo di comprenderli. E’ difficilissimo, veramente troppo al di sopra delle mie possibilità! Non ero nata per fare la saggia madre educatrice io, maledizione... Sa che cosa faccio quando sono in difficoltà? Mi sforzo, mi concentro con tutti i miei sensi, non solo con il pensiero, anche con gli odori e le musiche, e il cuore, accidenti, soprattutto il cuore; tento di riascoltare la me stessa del liceo; è una sorpresa ogni volta, perché io ero e mi sentivo grande e i miei figli invece, che dirle, sono piccoli. Oppure io li vedo piccoli? Insomma non lo so e allora capisco che c’è qualcosa che non va nel modo in cui considero le cose adesso che sono madre. Pensando a desideri e stupide certezze di allora, tento di correggere la rotta che ho intrapreso oggi. Piccole, insignificanti deviazioni che, già so, non riusciranno ad evitare che io diventi per loro, mano a mano, un dovere noioso cui portare rispetto senza più stima.
Ma torniamo a lei e a quando, nella primavera dell’ultimo anno, senza conoscerci, partecipammo entrambi alla gita scolastica in Toscana.
Io non ero seduta dietro con quelli giusti. Mio padre mi aveva accompagnato alla partenza e si era assicurato che mi sedessi davanti perché tendevo a soffrire di mal d’auto. Mi resi subito conto dell’errore: i fatti avvenivano sui sedili posteriori, là c’erano i belli e i benvestiti, le coppie in nuce, gli scherzi perenni.
E’ che ero abbastanza sola. Della mia classe c’erano solo due ragazzi impegnati a cercarsi compagnia femminile e una tranquilla brufolosa cicciosetta che era in stanza con me, ma tendeva a starsene per i fatti suoi. L’autista infilava nel mangiacassette di continuo Enola Gay; però c’era anche Per Elisa, c’era un Dalla fase anni ottanta, chissà chissà domani, su che cosa metteremo le mani. Ma c’era soprattutto un formidabile sottofondo di Dire Straits.
Lei non mi notò in quanto bella, perché non lo ero.
Io la notai in quanto non bello, ma alto e scuro di carnagione e con due occhi lucenti e penetranti. E per di più seduto davanti, con gli sfigati come me, e le prime e le seconde classi.
Tutto qui.
In uno dei noiosissimi tragitti in pullman ci capitò di parlare. Ecco, non so, magari lei adesso è uno stupido idiota o forse lo era anche allora. Però quel giorno mi sembrò umile, profondo, povero, intelligente, insicuro e infelice.
Mi sembrò che avessimo un mare di cose che era urgente raccontarsi e cavalcai quell’urgenza facendole domande e sciorinando le mie risposte prima che a lei venisse in mente di farmene.
Adesso non me le ricordo proprio precisamente le cose che ci dicemmo.
Tranne una.
Il mondo, anche se sono passati solo trenta anni, era un pochino più ordinato e per esempio era un mondo che comprendeva i gialli Mondadori e la collana Urania di fantascienza, perché allora si poteva ancora dividere l’umanità senziente fra chi amava i gialli e chi amava la fantascienza. Questa cosa sciocca ci dicemmo, io e lei. Quei sedili spessi odoravano di polvere e plastica e lo sballonzolio sulle ruote mi lasciava un sottile perenne senso di nausea. Avevamo pochi difficili anni, guardavamo una autostrada già grigia e finimmo per dire cose da bambini.
Adoro la fantascienza e tu? Gialli o fantascienza?
Gialli.
Il mio sogno segreto è di scrivere romanzi di fantascienza.
Anche io, io sogno di scrivere romanzi gialli.
Sguardi: ci incontreremo da adulti famosi e ci firmeremo la dedica reciproca sui nostri romanzi.
Ricordo che sfuma.
Il ricordo riprende sulla sera seguente: la mia prima, primissima e definitivamente ultima discoteca della vita, quando lei si fidanzò, seduta stante, sul divanetto azzurro, con una delle ragazzine dolci e bionde della seconda, una che ci era seduta vicina nel pullman e che forse ci aveva ascoltato e che forse io avevo contribuito, con i miei discorsi e le sue risposte così giuste, a fare innamorare di lei.
Passai un po’ di tempo a piangere nel bagno, forse.
Poi ci fu la perfida e inevitabile umiliazione del viaggio di ritorno, una tortura psicologica dalla quale una quasi donna di diciotto anni delusa esce cattiva, rafforzata, disillusa e pronta ad esperienze sentimentali e sessuali future nelle quali si butterà via con inerzia autodistruttiva: perché sempre un po’ vicini eravamo seduti e mi toccò di subire di sottecchi limonate ardite, smanazzate incontrollate e gote in fiamme fra lei e la ragazzina bionda.
Guardi che mentre dico queste cose sorrido, non perché mi sembrano tenere cosucce da ragazzi, ché anzi sono questi i veri momenti che scavano gli scambi dei binari e i treni in corsa si mettono ad andare in una direzione oppure in un’altra. Sorrido perché sono troppo vecchia per non sorridere, per il bene che voglio a quella ragazzona malvestita che ero e che resto, solo che adesso non devo più combatterla, perché sono riuscita con gli anni a neutralizzarla, sotto una coltre sempre più spessa di convenzioni sociali, pettinature alla moda, vestiti d’ordinanza e fatiche benpensanti e ben ricompensate.
Di lei mi ricordo ancora un pomeriggio caldissimo, davanti ai quadri degli scrutini appesi nell’atrio della scuola; ero lì a godermi la mia magnifica ammissione agli esami di maturità da prima della classe e lei accompagnava invece la ragazzina bionda in gonnellina e sandali: mangiavate un ghiacciolo, guardando i suoi voti normali e di colpo i miei bei voti mi sembrarono nulla, mi sembrava valessero molto meno delle gocce leccose di ghiacciolo nella mani della sua ragazzina con i bei piedini nei sandaletti estivi e la sua mano bella forte sulla schiena fragile.
Me ne stetti in disparte con la mia classe, ma reinciampammo l’uno nell’altra sul marciapiede fuori. Le chiesi a quale università si sarebbe iscritto, io che già sapevo che, forte del mio presalario, sarei potuta partire con mille sacrifici per un prestigioso ateneo, lontano lontano e ancora non sapevo che sarebbe stato un viaggio di sola andata. Lei evitò la risposta con una battuta detta secca, senza sorrisi: Oxford o qualcosa del genere. Rimasi male, mi infuriai per l’ennesima volta con la mia incapacità di stare al mondo e non finire sempre a dire o fare la cosa meno adatta alla circostanza; pensai che forse lei non sarebbe potuto andare all’università e la mia domanda era stata inopportuna, cattiva.
Non lo so.
Dalla foto che vedo su facebook lei sembra una persona felice.
Non le scrivo per sapere della sua vita e che fine abbia fatto la biondina.
Né voglio chiedere se lei si ricorda sia pure vagamente di me e di quegli stupidi voli pindarici nei quali mi ero librata in gita quel pomeriggio, credendo di riconoscere in lei uno spirito affine.
Vorrei però esprimere un desiderio un po’ sfacciato: sapere se mai esista, sia pure sotto forma di appunto scarabocchiato e vergognoso, quel suo romanzo giallo. Solo se esiste, mica mi permetterei di chiederle di poterlo leggere.
Io, il mio romanzo di fantascienza, non sono mai più riuscita a scriverlo e mi consolo dicendomi che erano stupidaggini di ragazzi con in testa tutto e niente, sogni indistinti senza senso. Si sa come va: qualcuno sogna di diventare campione sportivo; magari scienziato, chissà missionario o poeta. Noi due invece avevamo scelto questa cosa dei romanzi che non significa niente di preciso. Avremmo anche potuto sognare di diventare musicisti, pittori, giornalisti, condottieri, astronauti, cantanti.
Sapere che anche il suo romanzo giallo non esiste mi confermerebbe in questa mia autoassoluzione, in questo mio accettare mesto il modo in cui è finita.
Se esistesse invece...


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