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Torossi Tevini Maria, Noi e la crisi

SAGGI

Noi e la crisi
di Marina Torossi Tevini




Da decenni stiamo tuonando contro la società dei consumi, stiamo lamentando il fenomeno che pochi decenni di consumo dissennato delle risorse del pianeta abbiano arrecato danni irreparabili, abbiamo invocato più volte una razionalizzazione dell’uso delle fonti di energia e una diminuzione dei consumi, e soprattutto degli sprechi, e ora che, per motivi non certo di scelta ragionevole e di pianificazione, ma per il contrarsi repentino del denaro a disposizione, i consumi cominciano a ridursi, ci preoccupiamo, e giustamente, visto che questa situazione comporta notevoli danni, dal licenziamento di tanti lavoratori a un minor benessere per tutti, da un diffuso pessimismo al timore che la situazione tracollando induca catastrofi ancora maggiori come sommosse o scontri armati. L’invito precedente a ridurre i consumi si è paradossalmente capovolto in un balzano invito a consumare di più, quasi che il consumo in questa fase di crisi avesse un valore etico. Insomma, da consumatori col senso di colpa, condizione in cui siamo vissuti per decenni, ci ritroviamo – ed è davvero incredibile! – a sentirci in colpa se non consumiamo, ci ritroviamo a guardare con preoccupazione gli indici in quotidiana caduta che riguardano finanza ed economia reale, ci ritroviamo a invocare aiuti per sostenere questo o quell’altro settore che, con la sua espansione parossistica dei precedenti decenni, tanti danni ha arrecato.

La situazione al limite surreale in cui ci troviamo ci fa riflettere che, se non era positiva la situazione in cui ci trovavamo e di cui siamo stati in parte corresponsabili (consumi dissennati, rifiuti non smaltiti, danni al pianeta), ancora più temibile è l’attuale situazione in cui i consumi si contraggono, ma non in maniera razionale e voluta, ma in base alle spietate leggi dell’economia.

Da anni ci stiamo riempiendo la bocca degli aspetti positivi della globalizzazione e del libero mercato, da cui dovrebbe scaturire una maggior prosperità per tutti e un’abolizione delle ingiustizie planetarie che tutti abbiamo sotto gli occhi (anche se a lume di naso avrebbe dovuto sembrare strano che la somma di molti egoismi produca automaticamente un bene). Comunque è abbastanza evidente che questo bene non si è prodotto e che della globalizzazione sono stati vittime stati come l’India dove, accanto alla dimensione di superpotenza e all’evidente miracolo tecnologico che l’ha resa uno dei paesi più avanzati in molti settori come l’informatica, sono presenti vastissime sacche di povertà non attenuate, ma anzi rese più acute proprio nell’ultimo periodo dall’agricoltura industriale – si pensi ai suicidi in massa dei contadini e alle carestie che hanno spinto lo scorso anno il governo indiano a opporsi al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, facendo presente che i condizionamenti imposti, che compromettono la bio-diversità e le multi-culture tradizionali – e incrementano peraltro i profitti delle multinazionali – hanno creato regole di scambio coercitive e hanno smantellate le economie sostenibili, mettendo in crisi equilibri economici già estremamente precari. (Rimando per l’argomento a India spezzata di Vandana Shiva pubblicato da Il saggiatore nel 2008 e La nostra speranza si chiama democrazia economica, della stessa autrice, recentemente ripubblicato da Bollati Boringhieri)

Forse dovremmo finire di inchinarci davanti all’economia come al valore sommo e renderci conto che il settore economico ha un valore, sì, ma è solo un settore della società e niente di più. Ci sono altri settori che nei passati decenni sono stati trascurati, come l’etica e la filosofia – la filosofia di stampo classico, quella cioè che si prefiggeva di cercare la verità, il senso della vita, quella che si poneva degli obiettivi che coglievano il trascendente, non certo la filosofia che da Hegel in poi si occupa solo di comprendere intellettualmente l’esistente, – la comprensione intellettuale è ben poca cosa, e i vorticosi cambiamenti della realtà l’hanno messa spesso in crisi, specie se si considera la realtà come non giudicabile, un dato a sé stante, quasi un assioma, – e se ci troviamo nelle condizioni in cui ci troviamo, moralmente parlando, molto è dovuto proprio a questo. L’educazione delle giovani generazioni è stato il campo più trascurato, e i danni alla società sono quotidianamente sotto i nostri occhi. È un campo in cui non si osa entrare davvero, perché la nostra vita si regge su equilibri talmente precari che un soffio potrebbe comprometterli.

In questa situazione, in cui anche esprimere il proprio parere può sembrare un azzardo perché la situazione in fibrillazione non ci consente che una lettura parziale dei fenomeni, mi sbilancio a dire la mia opinione: credo che l’unica soluzione per uscirne non troppo ammaccati sia cogliere questa tragica occasione per riconfigurare i rapporti che negli ultimi decenni abbiamo stravolto, il rapporto con la natura in primis, che non può essere sfruttata all’infinito in modo scriteriato, il rapporto col paesaggio, che non può essere violentato come le società industriali e postindustriali hanno fatto, e riconfigurare anche i settori dell’economia spostando – e sarà lavoro titanico e non indolore – masse enormi di lavoratori da un settore all’altro. Delittuoso sarebbe continuare a dissanguarci per sostenere dei settori che nel giro di qualche anno dovranno comunque essere drasticamente ridotti. Altri settori invece hanno delle possibilità di sviluppo e incremento. E il loro incremento e sviluppo andrebbe a beneficio di tutti. Non si dovrebbe esitare a intervenire in modo radicale agendo con la necessaria lungimiranza. Quanta almeno è concessa all’essere umano.

Spero che la razionalità, che non ha dimostrato di essere molto presente nella storia del Novecento, non ci abbia abbandonato del tutto e che ci siano delle persone capaci di fare un lavoro di riconversione della società, incrementando i settori il cui incremento ritorna a beneficio della collettività e riducendo quelli che globalmente apportano alla comunità solo dei danni, senza fare un gioco di corporativismo e di strenua difesa degli interessi settoriali. Speriamo che ci siamo persone capaci non solo intellettualmente ma anche moralmente di fare questo grande lavoro di riordino di molti settori economici, persone insomma che possiedano il senso del bene pubblico che deve essere anteposto a quello dei singoli privati. Solo persone di questo genere potranno cavalcare la tempesta che ci verrà addosso.

Ma, volendo essere ottimisti, potremmo anche azzardare che la crisi potrebbe essere una straordinaria occasione per invertire la caduta che l’Occidente da decenni sta facendo. Si potrebbe trarre spunto da una situazione di emergenza e di terribile precarietà per riportare un po’ d’ordine all’interno dei valori che le società occidentali hanno sovvertito. Insomma la crisi potrebbe essere anche un’opportunità di crescita e di miglioramento della qualità vita, a patto però che non si continui a idolatrare l’economia e non si pensi che essa sia retta da criteri di giustizia e di razionalità. Adeguarsi alle sole leggi del libero mercato produrrebbe non solo le ingiustizie planetarie che tutti abbiamo sotto gli occhi, e per cui ipocritamente versiamo ogni tanto qualche lacrimuccia, ma anche danni irreversibili a settori importanti della nostra esistenza.

La nostra specie non potrà sopravvivere se si continuerà a privilegiare e incoraggiare l’avidità come regola suprema. Essere più giusti e ragionevoli mi sembra si imporrà, per non perire.



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