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Torossi Tevini Marina - Week end in monastero

NARRAZIONI

Week-end in monastero
di Marina Torossi Tevini


Si svegliò in una bara di luce. Subito la stanzetta che la sera prima le era sembrata insopportabile le parve meno tetra. Non aveva sognato affatto quella notte, o forse aveva sognato troppo profondamente, e al risveglio non voleva richiamare alla coscienza quel turbinio di emozioni. Già troppe gliene procurava la realtà, quella realtà che le era caduta addosso all’improvviso con una lettera che veniva dal passato e le presentava, in un cocktail imbevibile, molecole della sua vita non ancora metabolizzate e un presente inquietante, che veniva a cozzare con la sua tranquilla esistenza. Non s’era chiesta neanche un momento se rispondere o no. Per fortuna sua figlia era in vacanza a Londra e suo marito era via per lavoro. Un week-end in monastero: quando l’aveva letto le era venuto da sorridere. In un monastero… A poco più di due ore di macchina da Bologna. L’avrebbe visto e gli avrebbe offerto quello che lui le chiedeva: l’occasione di rivederla un’ultima volta prima di morire.

Nei giorni seguenti i ricordi del passato si impadronirono giganteschi di lei; le sembrava di vivere una vita dissociata: continuava a lavorare, recitava con coerenza ineccepibile il suo attuale personaggio, ma nel suo intimo si dedicava a ricostruire a mozziconi, a soffi, una realtà lontana e per certi aspetti inattingibile.
Attraverso la sua lettera, una lettera delirante che sembrava non volesse finire mai, Carlo l’aveva richiamata a quel loro passato lontano, le aveva fatto venire in mente episodi che lei aveva da tempo rimosso.
Leggendola e rileggendola, quella lettera, avvertiva nelle sue parole più rancore che amore, ma la conclusione era quella supplica appassionata, quella richiesta di vederla per un’ultima volta, e lei non se la sentiva di sottrarsi a qualcosa che le sembrava quasi un dovere morale. O forse si sentiva lusingata che un uomo – dopo più di vent’anni – potesse ancora pensare a lei e odiarla o amarla, ma comunque considerarla la causa del bene e del male della sua esistenza? È piacevole in fondo l’idea presuntuosa di essere la persona più importante nella vita di qualcuno.
Ma, ammettendo anche che lo fosse stata, indubbiamente lo era stata nel male. Della sua vita, sempre ai margini, vissuta con il gusto perverso di farsi del male, era lei la responsabile. Glielo faceva capire nella sua lettera, con chiarezza. Era lei che gli aveva tolto il gusto di vivere una vita che avesse un qualche significato. Le sue parole esalavano un livore sordo. Era possibile, si chiedeva meravigliata Laura, odiare dopo tanti anni?
Era contenta di avere l’occasione di vederlo, per potersi giustificare, per spiegargli che lei non c’entrava nulla e che non si sentiva colpevole. Forse avrebbe capito. A tratti, mentre guidava per le strade dell’Appennino, si chiedeva se un discorso razionale sarebbe stato possibile con lui. Dal tono della lettera, non sembrava che ci fossero molti spiragli per una pacata comunicazione.
Per un attimo, fissando i campi rigogliosi di quella primavera inoltrata, ebbe la sensazione di trovarsi in pericolo. Sostò in una piazzola e fu tentata di tornare indietro. Ma si sentì vile. Doveva proseguire, che cos’erano quelle paure?
Si distrasse e cominciò a canticchiare, poi diede un’occhiata allo specchietto. Non aveva fatto neppure in tempo ad andare dal parrucchiere. Le dispiacque un po’. Le sarebbe piaciuto che lui le dicesse: Oh! Sei sempre la stessa. Come vent’anni fa. Tale e quale! Sogni assurdi, perché sapeva bene che non era così.
Irrazionale, non doveva diventare irrazionale.
Ricordò quante volte lo era stata nel periodo in cui s’erano amati.
Nella lettera lui la rimproverava di averlo lasciato, di avergli rovinato la vita, di non avergli consentito di trovare in un’altra quello che aveva intravisto in lei, di averlo reso un lupo arrabbiato e insoddisfatto, un dannato per sempre.
Le sue parole gridavano rabbia, ma lei si sentiva del tutto incolpevole. Innocente come un bambino. I suoi erano sempre stati contrari al loro matrimonio: troppe le differenze economiche, di mentalità e di carattere. Con molta energia s’era opposta a loro. Per mesi aveva lottato. Perché l’aveva fatto? Per amore? Forse. Ma soprattutto per dimostrare ai suoi di non essere solo una loro appendice. Aveva voglia, a vent’anni, di avere una sua autonomia e l’iperprotezione dei genitori le andava stretta.
Costrinse suo padre ad assumere Carlo, che allora era disoccupato, come direttore responsabile della distribuzione nella sua fabbrica.
Carlo accettò, seppur riluttante. E per parecchi mesi, disciplinato, svolse con un misto di rabbia e di frustrazione il lavoro che il futuro suocero gli offriva.
Non sopportava di starsene tutto il giorno rinchiuso, non sopportava di dover dire grazie a qualcuno, non sopportava che lei avesse più potere e denaro di lui.
– Sei troppo diversa da me, le diceva.
Eppure la sera era sempre sotto casa sua, e se qualche giorno non si vedevano o se litigavano, poi erano sfuriate, baci, notti da impazzire.
Poi lui cominciò a rimanere assente dal lavoro adducendo la scusa che non si sentiva bene. Le parlò di partire assieme, di cercare un altro lavoro e un altro luogo.
– Ma sei impazzito? esclamava lei. Con la facilità che c’è oggi di trovare un lavoro! Non ti capisco! Che cosa vuoi ? Io ho fatto quel che potevo.
Anche suo padre non era contento di lui. Diceva che era una gestione fallimentare, la sua, che per quel lavoro lui non era proprio tagliato. Minacciò di allontanarlo. Non gli avrebbe lasciato rovinare la sua fabbrica e la sua vita!
Lei perorò la sua causa, e ottenne un’ulteriore proroga.
Ma fu lui ad andarsene, invece. Fu lui che all’ennesimo rifiuto di Laura di lasciare la sua famiglia e di partire disse: domani me ne vado.
E così era stato. Poi Laura non aveva più avuto sue notizie.
La lettera raccontava che s’era messo a fare l’antiquario, che aveva fatto parecchi soldi, che non era mai stato felice perché aveva continuato a cercare in tutte le altre donne quello che aveva intravisto in lei. Poi s’era ammalato.
Laura si rigirò nel letto. Che idea incontrarsi in un monastero. Comunque il luogo aveva reso meno traumatico il loro incontro.
Alla lunga tavola sedevano molti altri, tutti con i loro problemi, grandi e piccoli, e con una discreta voglia di farne parte agli altri occasionali commensali.
Seduta vicino c’era una abituale frequentatrice di monasteri che ci veniva, diceva lisciandosi la maglietta aderente, per respirare un po’ d’aria elettrica, un po’ di eros trattenuto. Dall’altra parte del tavolo due amiche si davano ogni tanto occhiate di intesa. Ascoltavano sorridenti, ma intanto pensavano ai fatti loro. La più giovane, così esile che sembrava una bolla di sapone, stringeva la mano dell’altra.
In mezzo alle chiacchiere degli altri non ebbero modo di parlare a lungo. Ma le parole che si scambiarono tra il passare dei piatti avevano stranamente il sapore di una complicità ritrovata, di un’intimità mai interrotta.
A dir il vero, quando s’erano incontrati quasi non si erano riconosciuti.
Lei aveva posteggiato alla meno peggio l’auto, e si era diretta verso il monastero. Lui era seduto su una panchina e guardava il piazzale. Laura gli era arrivata vicino, e lui di scatto si era alzato e l’aveva salutata, quasi meravigliato.
Allora anche lei l’aveva riconosciuto, nonostante i capelli brizzolati e il viso smagrito. Aveva riconosciuto i suoi occhi neri guizzanti.
Poi era andata a sistemarsi nella sua stanza. Una stanza troppo piccola e scura. Dopo cena erano usciti sul piazzale. Faceva freddo, ma lei non voleva rinunciare a una passeggiata sotto le stelle. Camminarono in silenzio.
Che cosa poteva chiedergli? Perché le aveva scritto, No, era una domanda banale. Come stava, Mah, era ancora troppo presto. Cosa aveva fatto in quegli anni, Ecco, questa forse poteva forse essere la domanda giusta.
Lui si mise a parlare, prima quasi riluttante, poi fluviale, dilungandosi in particolari, soffermandosi minuziosamente su episodi irrilevanti, saltando da un argomento all’altro e, alla fine, si erano ritrovati più distanti ed estranei che all’inizio della conversazione. Quel conversare superficiale era però la cosa migliore. Il dire, quello vero, è sempre un atto di amore, una penetrazione a cui non si sentiva ancora preparata.
Carlo continuava a chiacchierare. Aveva fatto l’antiquario, un mestiere come tanti, scelto così, casualmente, perché gli piaceva l’idea di avere tempo libero e di poter vivere senza orari e impegni. Aveva viaggiato molto.
Laura gli lanciò un’occhiata di meraviglia, come se cogliesse una contraddizione tra le sue parole quasi soddisfatte e il tono disperato della lettera. Ma lui non ci fece caso, e continuò a parlare. Non le disse che lei era stata la responsabile di tutti i suoi mali, non le disse che nelle altre donne aveva cercato sempre lei, non le disse nulla di quello che aveva scritto. Continuò il suo soliloquio sconclusionato. Ogni tanto c’era qualche pausa e qualche silenzio. E in essi Laura avvertiva un’aria gravida di tensione violenta. I suoi occhi brillavano nel buio.
Poi erano rientrati e s’erano congedati, quasi senza sfiorarsi.
Laura s’era stesa sul letto. S’era messa a pensare. Mescolati nella sua mente c’erano i pensieri di un tempo. Una sera in un viale appena fuori dalla città… una notte lunghissima in una campagna in mezzo ai grilli… un boschetto di periferia e la macchina ferma… Era stato come un risucchio, il loro amore, l’unico momento folle della sua vita. Per questo ne aveva qualche volta nostalgia. Poi s’era sposata, aveva avuto una figlia, aveva lavorato, la sua vita era stata faticosa, ordinata, con una razionale suddivisione delle energie per riuscire a sopravvivere.
La follia di quegli anni le ritornava spesso in mente, era diventata un sogno piacevole a cui si concedeva ogni tanto, quando aveva voglia di qualche assoluto, quando voleva assaporare la vertigine.
Per lui, invece, quegli anni erano stati il tormento di una sconfitta, il ricordo di un paradiso toccato appena, e poi perduto.
La mattina seguente, nell’aroma di caffè d’orzo che si diffondeva per la grande sala, decisero di fare una passeggiata. Meglio uscire di prima mattina, quando l’aria era ancora fresca e profumata.
Si incamminarono per viottoli sassosi. Parlarono del più e del meno, e Laura, guardandolo di sottecchi e sembrandole che, a ben osservare, non c’erano segni particolari di malattia o sofferenza, decise di fargli la domanda che dal giorno precedente aveva in bocca: Era ammalato o no? Insomma, voleva sapere.
Carlo la guardò ridendo. – Ammalato?… Sì, per un periodo era stato male, c’era scivolato dentro come su un piano inclinato, viscido, lasciandosi risucchiare… Per un periodo aveva avuto voglia di chiudere con la vita, di sbatterle in faccia la porta… Ma poi… poi s’era ripreso… insomma, ora stava bene.
– Allora, perché hai detto di essere ammalato?
– Perché altrimenti non saresti venuta. Saresti venuta se non te l’avessi detto?
– No certo.
– Allora ho fatto bene a mentirti.
Laura rimase perplessa. – Non dovevi farlo, disse lievemente risentita.
– Sediamoci qui, propose lui mettendo un golfino a terra.
– Non credo sia prudente in questa stagione. Ci sono le vipere che hanno i piccoli.
– Splendido! Potremmo morire assieme. A me piacerebbe.
– Io non ho nessuna voglia di morire, obiettò seria Laura.
Poi lo guardò negli occhi, e le parve di intravedere un guizzo di follia. Erano neri e accesi come due tizzoni. In essi vide quello che le sue parole non dicevano. Si sentì indifesa. Pensò che avrebbe fatto meglio a non rispondere alla sua lettera.
Lui si accorse della sua paura e subito spostò il discorso su un terreno più tranquillo. Si mise a parlare del suo hobby preferito, la barca a vela. Lo fece in modo torrenziale, con particolari assurdi, senza badare al fatto che Laura non lo ascoltava per nulla.
La sola cosa che Laura pensava in quel momento era: Parla, continua a parlare, continua pure questo soliloquio, continuiamo a restare estranei… È meglio così… Io non sono pronta per un discorso vero… Non sarei capace di dirti me stessa… Non lo potrei né vorrei fare. I discorsi senza limiti e senza domani li possiamo fare con uno sconosciuto in una stazione del treno, ma non con una persona che ha incentrato su di te la sua vita, non con un uomo che ti rimprovera di avergli detto una volta “ti amo” e poi di non averlo amato. Non con un uomo che ti ritiene la sola responsabile della sua infelicità. E dunque niente. Niente parole vere, niente profondità da esplorare, solo queste piccole sciocche parole di cortesia… Per non avvicinarsi troppo, per non farsi del male. Sì, sì, è meglio così, pensava e cercava di ascoltare almeno qualcosa. Ma se, oltre ad ascoltare, lo osservava, vedeva, nascoste da quelle parole in apparenza sensate, altre deliranti e s’accorgeva che era stata pura follia la sua di aver creduto alla sua lettera e di essere andata lì.
– Parto nel pomeriggio, disse Laura.
– Già?
– Mi aspettano a casa.
– Io speravo che ti saresti fermata qualche giorno. Dopo tutti questi anni!
Sembrava una proposta assennata, detta con pacatezza.
E con altrettanta pacatezza Laura rispose: – Non posso proprio. Ho un lavoro e una famiglia. Devo partire.
Lo vide incupirsi. I suoi occhi brillavano torbidi.
D’istinto gli carezzò il collo. Avrebbe voluto carezzarlo a lungo, percorrere tutto il suo corpo, dargli piacere, sentirlo vicino, almeno per un poco. Ma sapeva che poi lui non si sarebbe accontentato, l’avrebbe voluta per sé come un tempo e, come un tempo lei non s’era sentita capace di lasciare tutto e di seguirlo, ancor meno ora che aveva una figlia e un marito.
– Vorrei che fossi sereno, disse invece. Se riuscissi a darti un po’ di serenità, sarei felice. Sono venuta per questo.
– Avrei preferito qualcos’altro.
– Che cosa?
– Il tuo amore.
– Ma, Carlo!
Lo guardò, ma gli vide uno sguardo così sconvolto che si sentì rabbrividire.
Oddio, pensò Laura, io non so che confrontarmi con il razionale, tutto ciò che lo trascende e lo supera mi mette paura. E adesso?
Gli occhi di Carlo brillavano di una luce sinistra, inquietanti riflessi di un mondo da cui la logica era lontana.
– Fra qualche giorno non ti ricorderai più di me, non mi penserai più, le disse fissandola con un’aria cattiva.
– Sei sempre lo stesso, scappò detto a lei. Non potevi cambiare un po’ in questi anni?
– Che cosa c’è che non va in me? replicò lui. Ho sempre voluto soltanto che tu mi amassi, che rimanessimo assieme, solo questo ho voluto. Ho fatto male? In questi anni non sono riuscito a dimenticarti.
La sua voce saliva e si impennava in acuti dissonanti.
Laura aveva la netta sensazione che la rabbia che sentiva raggrumata nelle viscere di lui sarebbe esplosa.
Cercò di rabbonirlo con qualche parola pacata, gli prese la mano, ma sempre di più lo sentiva in preda a una furia incontenibile.
– Sono così! Che cosa ci posso fare? gridava lui. Tu mi hai rovinato la vita. E anche adesso non vuoi rimanere.
Sbocconcellava imprecazioni e frasi sconnesse.
Riguadagnare in fretta il monastero, non c’era altro da fare.
– Ritorniamo, è l’ora di pranzo, disse Laura, cercando di non far sentire il tremito della voce. Cominciò a incamminarsi e, arrivata al primo cespuglio, si voltò per invitarlo a seguirla. Ma vide la pistola puntata su di lei.
Gridò, supplicò, ma Carlo fuori di sé continuava a ripetere: – Non siamo vissuti assieme… almeno moriremo assieme. Per me è la fine di un incubo. L’inizio di una dolce stagione.
Laura cadde al suolo colpita più volte.
Lui le si avvicinò. La guardò. Si inginocchiò vicino a lei. Poi si mise la pistola in bocca, ma non ebbe il coraggio di farsi saltare le cervella. La guardò a lungo distesa in una pozza di sangue, poi si sollevò e si diresse al monastero.
Era già sera, e non aveva ancora fatto le valige. Interrogarono anche lui e con poche domande lo inchiodarono. D’altronde sembrava non avesse che il desiderio di essere inchiodato. Continuava a ripetere frasi sconnesse, diceva: è giusto che il cerchio si chiuda per sempre. Lo ripeteva con aria stralunata e assente, e a chi lo strattonava dava un buffetto sulle guance sussurrando: Così è bene, così è per sempre, così Laura adesso…


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