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Torossi Tevini Marina, Gli oggetti e noi. Dalla società borghese ad oggi

SAGGI

Gli oggetti e noi. Dalla società borghese a oggi
di Marina Torossi Tevini


Non era solo la tazzina di Limoges, era un pezzo di vita dalla nonna, era passata alla madre e ora faceva bella mostra di sé sul tavolino più prezioso. Anche il centro di peltro o il candelabro di argento o la vestaglia di pizzo o i tantissimi soprammobili che affollavano i ripiani delle credenze delle case borghesi di inizio Novecento erano pezzi di vita, passavano di generazione in generazione ed erano un po’ il simbolo della famiglia. Di solito erano le donne a custodirli, ad avere con essi un rapporto preferenziale, fatto di complicità e di amore. La società borghese del primo Novecento celebrava attraverso di loro la sua apoteosi. Servivano ad ostentare la ricchezza della famiglia, ad inneggiare alla sua continuità e ai suoi legami. Lavoro e famiglia, i due pilasti su cui si reggeva la società del tempo, trovavano in essi la loro realizzazione.

Certo, gli intellettuali del tempo, Pirandello e Svevo per citare due italiani, con ironia sottile misero in forse quella società così apparentemente ordinata e soddisfatta. Ma, si sa, gli intellettuali vengono capiti appieno solo dalle generazioni successive, quando le idee che hanno dominato la società in cui sono vissuti lasciano posto ad altre.

Nella società postindustriale gli oggetti del desiderio non sono più legati alla casa e non sono affidati alla trasmissione in linea femminile. Sono oggetti legati soprattutto all’individuo che, memore del qui e ora, suprema regola della nostra società, non si affeziona ad essi, perché sa che tra pochissimo saranno sostituiti da altri. Questo vale per i telefonini di ultima generazione, ma anche per le scarpe che si smentiscono a ogni stagione. Come si fa ad amare qualcosa che, oltre a costarci uno sproposito, ci costringerà a fare l’illogica azione di non indossare magari un paio comodissimo e ancora in buono stato, ma ormai fuori moda?

L’uomo consumatore, che negli ultimi decenni ha preso il posto dell’uomo borghese, ha reificato i rapporti tra le persone, ha ridotto ai minimi termini lo spessore umano e ha un rapporto disinvolto e non affettivo con gli oggetti.

Qualcosa però è cambiato negli ultimi anni, e sta cambiando a velocità stellare negli ultimi mesi.

Il divario generazionale che si è creato nella società e penalizza fortemente le generazioni più giovani sta portando le persone consapevoli a un distacco dagli oggetti per un recupero del valore della loro funzionalità. La casa ideale non è più quella piena di oggetti feticcio del primo Novecento e neppure quella freddamente tecnologica di qualche decennio fa, ma una casa un po’ bohemienne dove lo spazio non è molto, e quindi le scelte devono essere guidate da criteri di razionalità. Si tende a privilegiare il benessere, la comodità e il multiuso.

Ma la realtà si trasforma vorticosamente sotto i nostri occhi. Il panorama è sempre diverso. E per molti aspetti sconfortante. Che cosa vediamo? Da un lato magazzini e magazzini pieni di merci di dubbio valore e di esile vita, dall’altro masse di uomini che con la produzione di detti oggetti ci campano. Comperiamo una maglietta e la prendiamo in mano, osserviamo il tessuto, generalmente di poco valore, e possiamo certo rimpiangere le belle stoffe della nonna che anche dopo trent’anni risplendevano di imperitura bellezza, ma siamo anche consapevoli che l’ingranaggio economico vuole che questi oggetti di consumo abbiamo una durata limitata perché rapidamente vengano sostituiti da altri che sono stati prodotti. È evidentemente un meccanismo perverso e delirante perché produce spechi enormi ed enormi masse di rifiuti dannosi. Ma – e questo è il maggior paradosso e la maggior sciagura dei nostri tempi – in questa situazione non possiamo neppure augurarci che si consumi una buona volta di meno, che si razionalizzino i comportamenti e che infine l’uomo consumatore si dia una regolata. La crisi che sta compromettendo i vari settori dell’economia reale, a cominciare da quello delle automobili, è e sarà una crisi generalizzata, una crisi di vastissima portata, e purtroppo ne faranno le spese i più vulnerabili della società, in Occidente e nelle altre parti del mondo. Siamo su una sfera impazzita che, comunque giri, farà inevitabilmente dei danni.

Con forza profetica Calvino aveva rappresentato nella Leonia de Le città invisibili un mondo in cui la felicità era data dall’usaegetta, un mondo che doveva sempre reiventare se stesso: “Ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti”. Però sui marciapiedi i resti di Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Più che dalle cose di ogni giorno che vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Le nostre città piene di centri commerciali e di pubblicità seducenti che incitano al consumo e circondate da discariche traboccanti di rifiuti somigliano alla Leonia calviniana.

Come sostiene Zygmunt Bauman nel libro da poco uscito in Italia, Consumo, dunque sono (Laterza, pp. 200, euro 15) molti oggetti non sono beni essenziali, servono solo a suscitare l’ipertrofia dei desideri ben oltre la linea dei bisogni fondamentali. Alla dittatura dell’oggetto il consumismo ha sostituito la dittatura del desiderio: desiderio del consumatore di essere, tramite l’oggetto, altro da quello che è. È una forma soft di dittatura quel desiderio grazie al quale può, nonostante tutto, prosperare un sistema economico che manda montagne di rifiuti al macero e che giorno dopo giorno avvelena il pianeta. Nessuno è costretto con la forza a consumare, a comprare, a rincorrere le ultime mode; sono gli individui stessi che desiderano paradossalmente fare ciò che occorre affinché il sistema sia in grado di riprodurre se stesso.

Ma ci sono ulteriori assurdità. Se da un lato la crisi economica ha dimostrato che per gli strati sociali bassi – e, ormai, anche per una parte del ceto medio – lo slogan del consumare meno è già una dura realtà, e sono sempre più numerosi quelli che fanno fatica ad arrivare a fine mese e a soddisfare i bisogni elementari (quelli veramente necessari e imprescindibili), mentre le diseguaglianze si ampliano sempre di più, paradossalmente, come dicevo, si verificano anche situazioni che, sotto molti aspetti, sono strane e irrazionali. Come mai individui magari in difficoltà nel soddisfare le esigenze fondamentali continuano a correre dietro alle chimere del consumismo, fino al punto d’indebitarsi pur di possedere l’oggetto dei desideri, una macchina nuova o l’ultimo modello di telefonino? Bauman lo motiva con la forza del consumismo che si basa su una promessa di felicità in cambio dell’abitudine a disfarsi del passato. L’economia di mercato si reggerebbe insomma perché il consumismo ci ha indotti a desiderare quello che è necessario affinché il sistema funzioni e la ricerca della felicità sposterebbe l’attenzione “dal fare le cose, o accumularle al disfarsene”.

Sta di fatto che si ha la sensazione di correre su una macchina impazzita.

La soluzione migliore sarebbe trovare un’uscita morbida e graduale da decenni di delirio, programmare un reinvestimento di capitali in altri settori che non siano la produzione fine a se stessa, settori come la conservazione del patrimonio ambientale e del patrimonio storico, –così sterminatamente ricco nel nostro paese, – oppure il settore della cura alla persona e dei servizi, che rendano l’esistenza più umana per molti. Questo potrebbe essere fatto. E penso che verrà fatto, prima o poi.

Però, se le trasformazioni avvengono con una lungimirante programmazione, hanno costi umani minori. Se invece ci si spinge fino all’estremo e si procede reclamando settoriali benefici e corporativistiche garanzie, poi i tagli cadono dove cadono, creando danni e sofferenze notevoli. Sapremo essere razionali e lungimiranti? Bisogna augurarselo proprio.


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