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Torossi Tevini Marina, La bellezza è semplice

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La bellezza è semplice
di Marina Torossi Tevini



“Perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio, / noi lo possiamo / reggere / ancora, / lo ammiriamo anche tanto, perché esso calmo / sdegna di distruggerci”. Credo di non aver letto nessuna definizione della bellezza più inquietante e profonda di questa, tratta dalla Prima Elegia di Rilke, che Lou Salomé così commenta: “La bellezza, concepita come immagine istantanea della suprema magnificenza, è uno splendore riflesso, un margine luminoso oltre il quale, inattingibile per gli uomini, fiammeggia un fuoco ardente, destinato a consumare e distruggere tutto ciò che gli si accostasse, oltrepassando appena questa manifestazione luminosa”. Che la bellezza sia riflesso di una dimensione sovrumana l’aveva affermato con intenti e significati profondamente diversi anche Platone nel Fedro. Cito testualmente: “Lì c’erano da un tempo infinito le grandi idee. Quelle della giustizia, della temperanza e della bellezza, idee che non avevano né mani né viso né forma né colore, ma erano terribilmente seduttive, e attraevano a sé le anime che, mentre giravano nei loro cocchi trascinati nelle orbite celesti, si sporgevano e cercavano di vederle almeno per un breve istante. Immerse con gli occhi in una bellezza sovrumana si sentivano sbigottite e tremavano come davanti all’amore. E mentre il volgere del cielo le trascinava lontano, si sentivano trapassate da questa realtà - non realtà e capivano che il vero pensiero è la corposa visione dell’invisibile”.

Nel confronto dei due passi si coglie, anche a una lettura sommaria, l’atteggiamento più razionale di Platone (e quindi giocoforza più ottimista). Per Rilke l’arte è vista come tentativo estremo, balzo disperato verso un mondo di bellezza che la trascende e che rimane comunque inattingibile. Non c’è l’atteggiamento positivo che ha connotato il pensiero greco, ma c’è pur sempre una tensione verso, tensione che nelle maglie del secolo breve è andata perduta. Tra i meandri del Novecento, in cui le ideologie hanno abbattuto per essere poi abbattute, in cui le istanze metafisiche hanno lasciato posto a una fisicità che ha generato spesso piattezza e noia, da questa condizione mi sembra si sia usciti per recuperarne un’altra, ancora più triste, dove l’artificiale si sposa con una pseudolibertà, e la negazione di qualsiasi trascendenza si sublima nel culto della quotidianità banale. Questa è almeno la sensazione che ho nel passeggiare per le moderne cattedrali, i grandi magazzini o kaufhaus di Magdeburgo e di Lipsia. Situati in enormi cubi di vetro occupano molti piani e contengono negozi di vari tipi; i cultori della quotidianità e i frequentatori delle moderne cattedrali di vetro sono molto assidui, le visitano, ci si sfiancano, poi si riposano davanti a giganteschi gelati.

Se penso a un paesaggio che sposi armoniosamente natura e manufatti umani non posso non pensare alle dolci colline di Siena, alla fusione di colori che svariano dall’ocra al marrone del terreno e che ben si armonizzano con il mattone delle case. Ma anche le case con i tetti di paglia della Danimarca o le casette rosse dei fiordi norvegesi, oppure ancora le case variopinte di Bergen si armonizzano in modo magistrale col paesaggio. Se penso a un sapiente equilibrio di forme penso a un tempio greco. Come osserva giustamente Robert Venturi “la semplicità estetica che soddisfa la mente deriva, se valida e profonda, da una complessità nascosta. L’apparente semplicità di un tempio dorico è ottenuta attraverso precise distorsioni geometriche e la sua semplicità apparente è raggiunta tramite una complessità effettiva. Laddove questa scompaia una mancanza di vigore sostituisce la semplicità”. Queste parole ben esprimono mi sembra l’essenziale dell’arte che è al contempo semplicità e rigore, complessità e lineare precisione, artificio e normalità, difficilissimi da coniugare.

Certo, nel valutare la bellezza di un manufatto il nostro gusto sarà condizionato dalla conoscenza di canoni di bellezza che abbiamo in qualche modo introitati e fatto nostri. Chi non sapesse nulla dell’equilibrio di volumi di un tempio greco o della miscela di colore e struttura di una costruzione rinascimentale, chi non avesse mai visto la cattedrale di Orvieto né il duomo di Reims, chi non conoscesse il cromatismo di San Marco e neppure il turchese di Albi o della Cattedrale di San Francesco ad Assisi, chi insomma non avesse in sé la conoscenza degli elementi di base attorno ai quali nei secoli si sono creati i canoni estetici del mondo occidentale, che idea potrebbe avere della bellezza? Il nostro mondo temo non educhi molto al gusto del bello, nonostante molti parametri su cui si fonda siano apparentemente dei parametri estetici. E fa molto poco anche per valorizzare il patrimonio del nostro passato. Eppure l’Italia è un paese straordinariamente favorito in questo settore. Sarebbe assurdo dimenticarsene. Ma da tempo è stata sovvertita la prospettiva. Se il mondo antico era rivolto al passato, il mondo moderno è proiettato verso un ipotetico futuro concepito come fonte potenziale di maggior valore. E così il mondo occidentale, e non solo, ha visto l’avanzare di grigie periferie, l’affermarsi della funzionalità sulla bellezza, dell’effimero su ciò che è destinato a durare. Se, come diceva Platone, l’arte è nutrimento per l’anima, la sua vista e la quotidiana frequentazione eviterebbe forse che dilaghino periferie non a misura d’uomo e avanzino generazioni che hanno un pervertito senso non solo della bellezza ma anche della vita stessa.


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