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Traina Giuseppe - Le varianti dell'io

RECENSIONI



Una indagine attenta
alle variegate varianti dell'io

GIUSEPPE TRAINA
Le varianti dell'io.
Intersezioni tra vita e finzione letteraria

Salarchi Immagini
pp. 201, euro 12
Comiso 2008

Milva Maria Cappellini

L'io è odioso, asseriva Pascal e - a scanso di equivoci - ammoniva subito il libertino Miton circa l'insufficienza di una operazione di puro mascheramento dell'io. Rincarava Gadda, tre secoli più tardi, definendo l'io "il più lurido di tutti i pronomi", questi "pidocchi del pensiero". L'io è deprecabile e ingombrante, dunque, e la scrittura è la sua manifestazione più o meno criptata. Potrebbe essere diversamente? C'è da dubitarne. Se si possa eliminare l'io dall'esperienza filosofica è forse da discutere, ma che si possa obliterarlo nella scrittura appare improbabile. Soprattutto: proprio nel momento in cui si pretende e si conclama il ripudio dell'io, si lascia spazio alle sue più ineludibili per quanto velate epifanie. Perché difficilmente chi si occupa di letteratura (o anche solo ne legge) può imbattersi in qualcosa di più complicato e insidioso della relazione tra l'io, la scrittura e la verità (tanto da sospettare che lo scrittore sia sempre fantasma).
Il brano di Leonardo Sciascia che apre la Premessa al volume Le varianti dell'io. Intersezioni tra vita e finzione letteraria è davvero, in questo senso, perfetto: "non bisogna credere agli scrittori che chiedono di esser creduti in quel che rappresentano o confessano, o al loro esser "veri". (…) di uno scrittore, in definitiva, son più da creder e le "menzogne" che le "verità"". Non avrebbe potuto scegliere di meglio, Giuseppe Traina, per introdurre il suo discorso. Le tesi di Sciascia, nota Traina, appaiono tanto più convincenti (e più complicate e feconde, si potrebbe aggiungere) "se la scrittura letteraria in questione appartiene alla variegata famiglia delle "scritture dell'io" - autobiografie, memorie e journals ma anche epistolari, libri di viaggio e reportages - che dovrebbero statutariamente collocarsi in zone più vicine alla cosiddetta verità". E invece è quanto mai rischioso dar credito a una scrittura veritiera per statuto, dimenticando che nello scrivere ogni statuto si può trasgredire, stravolgere, ribaltare del tutto o in parte, e proprio quando più ci si proclama fedeli e osservanti. Chi lo dimentica può incorrere in equivoci di lettura come quello, doppio, intorno alle Memorie di Lorenzo da Ponte, da un lato - rileva Traina - lette come "un coacevo di menzogne auto-nobilitanti e auto-assolutorie", dall'altro paragonate ai libretti scritti per Mozart, con l'implicita istituzione di un inaccettabile "confronto tra due tipi assai diversi di scrittura". La "logica egocentrica" di Da Ponte è tutta esplicita ed estroflessa, e il "ritrovamento di sé avviene a un livello tutto proiettato all'esterno, il livello della "carriera", e però con un grado accettabilissimo di autenticità". Proprio questo "candore" conferisce al Da Ponte auto-narratore il suo "timbro" peculiare, resistente "a tutte le prove documentarie delle sue reticenze e della sua non infrequente mendacità". Come dire che la scrittura dell'io può conservare un grado di verità superiore - e perfino indipendente - rispetto alla verità del suo referente.
Ma anche scritture all'apparenza non sospette di egotismo qual è la critica letteraria possono offrirsi proficuamente a un'indagine attenta alle variegate emergenze dell'io. Così, dallo studio su Giuseppe De Robertis lettore di Alfieri si apprende tra l'altro come De Robertis, riguardo alle Rime alfieriane che gli apparivano "così antiretoriche e sincere", esprimesse "la convinzione che fossero esse la vera e più riuscita autobiografia di Alfieri": e una simile opinione dice pur qualcosa sull'io di chi la formula. La stessa eterogeneità dei testi presi in esame, del resto, dimostra quanto pervasiva e multiforme sia la costante egotica nella scrittura. E dunque sarà soprattutto questione, per il critico, di smascherare nel testo le più o meno abili "strategie di nascondimento". Va quindi da sé - avverte ancora Traina - che "Di fronte alla cortina fumogena imbastita dallo scrittore, lo studioso dovrà usare molta cautela". Perché le strategie sono di mille tipi, e Traina è critico troppo sperimentato per non avvertire subito il lettore, nelle pagine iniziali, intorno al "sospetto che il travestimento letterario possa operare con maggior profitto proprio dove l'autobiografismo sembra più esibito"; sospetto al quale corrisponde, per opposta simmetria, la possibilità che qualche verità emerga più certa proprio dove la letteratura sembra soffocare quasi del tutto le insorgenze dell'io. In realtà, séguita Traina, "non c'è operazione più ardua, per un critico, di ricostruire l'autentica intentio di uno scrittore": ciò accade tanto più, si potrebbe aggiungere, soprattutto in presenza di abbondanti documenti autobiografici e per ciò stesso depistanti al massimo grado. Eppure, alla fine, c'è da chiedersi se una possibile scheggia di verità non sia davvero intrinseca al processo di ricostruzione, all'operazione laboriosa e affascinante dello studioso che ripercorre a ritroso e fino all'origine il percorso di costituzione del testo, inseguendo un vero e proprio mito critico: gettare luce sul momento in cui la scrittura prende forma dall'idea, su quella sorta di mitosi in cui l'io si concentra, si scinde e si raddoppia e infine si condensa in scrittura.
Ha dunque ragione Traina quando ipotizza che l'analisi stilistica possa essere "l'approccio metodologicamente più rivelatore": lo dimostrano, anche in questo volume, la finissime analisi linguistiche e stilistiche, per esempio la ricognizione delle opzioni di stile del Manoscritto di un prigioniero, di Carlo Bini, cui così difficilmente si attaglia "l'archetipo della memorialistica risorgimentale"; oppure il regesto delle preferenze retoriche di Anna Maria Ortese; infine, la perizia del Libro segreto dannunziano, che mette in chiaro dati essenziali, per esempio il contrasto tra lessico arcaizzante e sintassi-grafia modernizzante, risolto in "un'artificiosa simulazione di work in progress", ma anche l'eloquentissima "profluvie" di pronomi e aggettivi di prima persona che caratterizza una pagina. La conclusione del secondo dei due saggi dannunziani è esemplare, quando rileva come il Libro segreto, "più di altri compromesso in apparenza col versante della sincerità", sia in realtà l'"estrema summa" di un autore che è riuscito "a mettere tra robuste parentesi il problema della sincerità di un testo letterario, contemporaneamente raggiungendo il massimo livello possibile di esposizione pubblica dela propria presonalità autoriale".
Simili testi, ibridi e intermedi tra autobiografia e narrazione, sono il luogo in cui il gioco di occultamento e svelamento dell'io si fa più sottile e ingegnoso: com'è appunto nel Manoscritto di Bini, che "non è romanzo né testo memorialistico, perché Bini inventa un personaggio che solo molto avanti nella lettura scopriremo coincidere anagraficamente con l'autore, che fino ad allora si è dato uno statuto da testimone curioso": con tutto quanto ne consegue anche in termini di posizione del narratore. Al riguardo, è fuor di dubbio che le questioni della scrittura dell'io, nelle sue diverse varianti, abbiano molto a che vedere con il grado di scienza del narratore. In Bini, per esempio, la scelta della non onniscienza, la metalessi autoriale, la pratica dell'embrayage generano un tipo di narratore che a ragione Traina definisce "sterniano": "come il narratore manzoniano, anche il je actuel dovrebbe sapere tutto o, quanto meno, tutto quel che è accaduto al moi révolu. E invece il narratore di Bini, prima di dichiararsi autodiegetico, gioca ad essere eterodiegetico, e per giunta a sottolinere la limitatezza del suo punto di vista", fino a passi in cui sono contenute, insieme, "la smitizzazione dell'autore onnisciente e la messa in discussione del patto di verosimiglianza". E tuttavia Mazzini, nel panegirico premesso a un'edizione livornese del 1843, potrà spostare - e non sorprende - l'attenzione sul vivere (e l'operare) piuttosto che sullo scrivere, tanto che Bini "non avrebbe mai potuto scrivere a chi lo conobbe, libro migliore della sua vita".
A proposito di dinamiche tra vita e scrittura, e a proposito di tipologie testuali disponibili alla mescolanza tra "il dato biografico autentico e la calcolata invenzione letteraria", la tappa dannunziana, a cui si è fatto già cenno, appare ineludibile; opportunamente, a proposito delle lettere di d'Annunzio, Traina nota in via preliminare che il poeta "risolse il celebre dilemma pirandelliano - la vita si scrive o si vive - testimoniando che la vita si scrive e si vive, contemporaneamente e al massimo grado di intensità". Il riuso delle lettere in sede narrativa è solo un esempio del costante transito, nell'esperienza dannunziana, non solo dalla vita all'opera e talora viceversa, ma anche dalla scrittura autobiografica alla scrittura finzionale, e non soltanto con gli stessi materali (cosa in fondo normale), bensì con gli stessi procedimenti genetici e linguistici. Si aggiunga che l'autobiografia e il carteggio d'artista, configurandosi "come un eccellente luogo di sintesi tra vita e scrittura", costituiscono, per la peculiarissima dialettica di verità e menzogna di cui diceva Sciascia, una sorta di vertiginosa mise en abyme. Ancora più complicata la trama di vero e falso nel Libro segreto, in cui davvero "Il gioco di specchi tra il vero autore del testo, l'autore implicito e il Cocles che potremmo chiamare autore fittizio […] è il frutto di una strategia ben studiata" (senza contare che ad allargare il "concentrico paratesto del libro" interviene, com'è noto, la dialettica testuale-redazionale di d'Annunzio con Angelo Sodini).
Di grana del tutto differente "l'autobiografismo ambiguo" di Anna Maria Ortese, costruito "secondo modalità le più diverse" ma sempre rarefatte: con "quella forte presenza metanarrativa della stessa autrice che, sotto forma di io narrante […] o di narratrice, falsamente ingenua ma in realtà onnisciente, caratterizza l'ambiguo e sfaccettato gioco col lettore imbastito dall'Ortese in tutti i suoi lbri"; con la moltiplicazione di alter ego, "nomi e soprannomi" simile per certi versi "al gioco raffinato ed atroce dell'eteronimia, che ha il suo modello esemplare in Fernando Pessoa"; con la comparsa di un narratore "depistante", che nella metalessi lascia pur risuonare un'eco della voce autoriale. Quando poi si tratta di scrittura di viaggio, come nel reportage ("più correttamente definibile "una serie di "ricordi di viaggio" ricavati a posteriori da un diario") del soggiorno della Ortese a Mosca nel 1954, l'io si definisce in relazione a un "altro": ed è in questo caso una definizione per rispecchiamento ed empatia, per misteriose affinità e consonanze, che genera un testo assai diverso (per stile, tono e senso) da altri coevi e di analogo argomento.
Resta da dire dei due saggi liminari: l'ultimo è una Postilla in cui si dà conto di una Lettera al padre di Antonio Brancati, nella quale dichiarazioni di poetica e giudizi di valore vengono trasmessi attraverso il genere del Brief an den Vater, non soltanto kafkianamente connotato, ma anche esplicitamente connesso - se non altro per il genere e il destinatario - con l'espressione dell'io. Lo studio che apre il volume, infine, riguarda la letteratura del carcere, una scrittura nata in situazioni estreme, nelle quali l'io deve mimetizzarsi e scomparire o, al contrario, esporsi ed esibirsi con audacia o, ancora, scendere vertiginosamente all'inetrno di sé: oscillando tra concretezza realistica e valenza metaforica, la prigione diventa figura di una condizione segregata e costretta e perciò suscettibile di ogni reazione e compensazione. Tracciando un arco storico-letterario amplissimo, da Iacopone da Todi a Gesualdo Bufalino, Traina conclude con una nota sull'uso che della forma epistolare ha fatto il Novecento, un uso "capace di sintetizzare i sentimenti più profondi dell'uomo atrocemente recluso con una tensione intellettuale di portata sorprendente e, perfino, con una caratura stilistica che esige una lettura anche in chiave letteraria". Così, questi Prodromi di una ricerca sulla letteratura della reclusione impegnano il critico (che, rammenta ancora Sciascia, insieme al lettore fatalmente aggiunge menzogne alla stratificazione menzognera che costituisce un libro, "tutto un teatro di menzogna, di menzogna che si è fatta verità") a ridefinire i concetti di io, di verità, di mistificazione e mascheramento nella scrittura, al fuoco dell'urgenza biografica e storica.

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