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Vasile Turi 'U scifu

RACCONTI

Turi Vasile
‘U scifu

L’altro giorno mi uscì irrefrenabile dalla gola un urlo: Mamma! Dammi ‘u scifu! Erano anni che non mi capitava. La domenica, indugiando a letto, invitavo così poco elegantemente mia madre a portarmi la colazione. Il nostro però era un gioco affettuoso: celebrava la mia voracità a quel tempo considerata segno di buona salute quanto lo siano oggi il digiuno e la dieta risicata.
Del tutto inaspettatamente dopo cinque minuti in camera mia entrò Roma, la nostra cara badante ucraina, portando nel vassoio di tutti i giorni ‘u scifu fumante. È ‘u scifu una parola in dialetto siciliano che significa “ truogolo” dove mangiano i maiali. In quell’occasione era solo una tazzona colma fino all’orlo del dolce latte di capra che pezzi di pane al lievito di birra avevano quasi del tutto prosciugato. Era la mia colazione preferita che né breakfast full o continental riuscirono negli anni seguenti ad eguagliare.
- Mamma dov’è?
- A fare la spesa.
- E papà?
- In ufficio – rispose ancora Roma venuta dall’Ucraina tanti anni dopo.
- Volevo parlare con qualcuno di loro.
- Quando tornano. Mangia intanto, signor Turi.
E sparì.
Mangiai. Solo da poco avevo scoperto il lievito di birra che dava un sapore gradevole al pane bianco. Al confronto mi parve che il solito pane di casa sapesse un po’ di acido, sebbene all’epoca mi fosse tanto piaciuto inzuppato nel latte. Mangiavo e tanti pensieri mi venivano in mente.
-Roma, papà quando torna?
-Alla solita ora.
Scoprii che avevo dimenticato quale fosse la solita ora ma decisi di non domandare informazioni.
-Che cosa di così urgente hai da dirgli – obiettò la donna – che non vedi l’ora che egli torni?
Non risposi e mi accorsi che Roma ne fu un po’ umiliata come se non la ritenessi degna di confidenza.
-Papà, lo capisco, ha l’orario, però mamma perché tarda tanto? Non le sarà successo qualcosa?
-Ma che vai a pensare, signor Turi! – sembrava che mi prendesse in giro. – Sai quanto piace a tua madre fermarsi a parlare con le amiche del mercato.
Nonostante la presenza di Roma ebbi la sensazione di essere solo.
-Che dici Roma se telefonassimo a papà in ufficio?
-Sai che non vuole, per nessun motivo! A meno che non si tratti di un fatto gravissimo.
Non sapevo se quel che dovevo comunicargli fosse un fatto gravissimo, anche perché mi accorsi che in realtà non avevo niente da dirgli. Così come non avevo niente da dire a mia madre. Ci sono cose che non si dicono, che non hanno bisogno di essere dette.
-Una telefonata a Cettina almeno gliela potremmo fare!
-Escluso. Tua sorella non ha telefono diretto in ufficio e dovrebbero passarle la comunicazione dal centralino. Il tempo per farle prendere un colpo subitaneo, pensando a qualche disgrazia. Finisci di mangiare e aspetta.
- Non ne ho più il tempo – mi scappò di dire
Roma non ci badò, mi tolse di mano lo scifu ormai vuoto e sparì in cucina.
In realtà avrei voluto tutti accanto a me anche se finalmente capivo che non sarebbe servito ad altro che a liberare i ricordi. Mi pare oggi mio padre che entra nello sgabuzzino dove studiavo per annunciarmi che lo hanno nominato Cavaliere di Vittorio Veneto. Era felice come se lo avessero promosso ammiraglio. Sul tavolo della cucina era seduta la mia sorellina morta di meningite a diciotto mesi. Mia madre le aveva dato uno spaghetto poco cotto al sugo e lei lo stava succhiando con una felicità che raramente avrei visto altre volte. Mia madre si ingegnava a sistemare i nostri vestiti adattandoli alla crescenza. Con quattro pelli di coniglio conciate alla meglio aveva confezionato due “colli” per le mie sorelle. Ho ancora davanti agli occhi le due bambine che in fotografia si pavoneggiavano come se indossassero stole di visone. Mia madre si ostinò a cucire per me un basco e applicò in cima un tubetto di stoffa. Un compagno rise di quella novità vistosa e mi chiamò “piripacchio, piripacchio”. Ne piansi e pretesi che mia madre lo sostituisse con una piccola striscia, come usava nei baschi comprati al negozio e non raffazzonati in casa.
Un turbine di pensieri mi avvolge con tale velocità da non poterne riconoscere molti. Vedo con tenerezza due calzettoni bianchi di quelli che le ragazze non ancora in età portavano al posto delle ruvide calze del tempo di guerra. Arriva sferragliando e frenando un tram; lei sale sul predellino e mi saluta con un gesto e un sorriso. Salto anch’io accanto a lei e le dò un bacio, il primo bacio, a bocca serrata; e mentre il tram si muove io scendo alla svelta per nascondere la felicità e la vergogna.
Oh, dove siete cari ricordi dell’innocenza perduta; vorrei portarvi tutti con me, persino quello della prima notte dopo le nozze, che delusione, quale amarezza; avrebbe dovuto darci il piacere tanto a lungo sognato e ci lasciò quello strano tedio addosso quasi un disgusto che solo dopo tante altre notti d’amore fu riscattato dalla tenerezza. Oh, Maria, figlia mia, la prima, ti ho visto nascere, con emozione ho assistito te che ti liberavi dalla custodia di tua madre mentre la tua testolina si apriva come i petali di un fiore al mattino. Ti ho visto nascere e non ti ho visto morire.
- Roma! – grido, isterico.
L’ucraina accorre spaventata.
- Che c’è, signor Turi?
- Voglio vedere subito almeno mio padre…
- Lo sai che non è possibile.
Mi acquieto. So che tante altre cose non saranno più possibili, dette e non dette.
- Almeno mia madre?
- Porta pazienza signor Turi. Sono sicura che lei verrà quanto prima. Anzi vado a chiamarla.
E si avvia.
Io le artiglio un braccio.
- No! Non voglio restare più solo di quello che sono.
- Sei strano, signor Turi. Non ti capisco.
- Neppure io mi capisco, Roma. Ma non te ne andare. Sei stata l’ultima a venire, non voglio che tu sia la prima ad andartene.
Perché erano andati tutti via. Sento il deserto intorno a me e invoco che la grande luce mi accolga. Sento che ora, d’improvviso, non ho più paura: desidero solo ardentemente di parlare con mio padre senza dirgli niente. Mio padre mi ha voluto bene, al di sopra dei miei meriti. Forse non mi conosce. Ho bisogno di spiegarmi.
- Esco a chiamare tua madre signor Turi. – si decide a dire Roma – Hai ragione, si è fatto troppo tardi. Ma non ti lascio solo; porto il lettino della signora Silvana accanto al tuo.
Silvana di solito mi guarda e non parla; ma i suoi occhi dicono qualche cosa che io non so interpretare; forse mi chiedono l’aiuto che non posso darle. La chiamo, le dico cose dolci; non risponde. Allora come d’abitudine mi metto a cantare. “Oh, come balli bene bella bimba!…”
Anche lei si è messa a cantare. La sua voce non è più quella dolcissima e melodiosissima di un tempo, ma è ancora intonata.
E conclude da sola, con l’ultima nota trattenuta: “…Bella bimba, balli béen!”
E tace. Provo a domandarle:
- Mi vuoi bene?
- Tanto – mi risponde con la voce rauca.
Qualche cosa dunque è rimasta: forse tutto. Questo pensiero mi pare una proposta di dolce consolazione. Sento sbattere la porta esterna, finalmente Roma che se ne va.
Allora mi esplode in gola il grido: “Mamma, dammi ‘u scifu!”
Ma nessuno mi risponde, nessuno accorre. Silvana mi guarda con gli occhi sbarrati: sembra che capisca.


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