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Vichi Marco Un uomo chiamato molecola

RACCONTI

Marco Vichi
Un uomo chiamato Molecola

Marco Vichi vive a Firenze dove sono ambientate le avventure del commissario Bordelli. Ma è la Firenze degli anni Cinquanta e Sessanta quella scelta come ambientazione. Della serie, pubblicata come gli altri titoli da Guanda, fanno parte Il commissario Bordelli (2002), Una brutta faccenda (2003) e Il nuovo venuto (2004). Ha anche pubblicato L’inquilino (1999), Donne donne (2000), Perché dollari? (2005) e Il brigante (2006). Suoi racconti figurano in antologie quali Firenze nera (Aliberti, 2006), La vita addosso (Fernandel, 2006), Delitti in provincia (2007). Ritenuto uno dei principali giallisti del momento, si distingue per lo stile piano e un intreccio che vanta un’architettura lavorata e sorprendente.

La mamma di Molecola era una donna giovane e povera che alla fine me la sono sposata io. Maria si chiamava.
Viveva in un vecchio mulino abbandonato, in mezzo alla campagna. Era una bella femmina. Aveva tutte le cose al posto giusto, non so se mi capisci. Certi capelli lunghi e neri e due occhi che quando ti guardava. È morta presto, povera donna. A trent’anni era già vecchia, pace all’anima sua. L’uomo che l’aveva ingravidata era uno di passaggio, uno di Palermo. Le aveva giurato amore e lei ci era cascata. Era un uomo istruito, così diceva lei, una specie di dottore di cose scientifiche. Uno di quelli che mischiano le cose con i guanti e inventano le medicine. Era rimasto in paese due settimane, e ogni notte Maria lo stava ad ascoltare a bocca aperta.

Lui raccontava che con certi attrezzi si potevano vedere dei minuscoli animali che si muovevano dentro una goccia di sangue, e diceva certe parole che Maria non capiva, per farsi grande di fronte a una povera contadina ignorante. Lei non aveva mai sentito nessuno parlare così, e lo guardava come se fosse un santo. Poi lui se ne andò lasciandosi dietro una bava di promesse. Maria si mise a lavorare come una ciuca, per non pensare al tempo. Io le portavo i lenzuoli da lavare, e quando potevo mi fermavo a parlare un po’ con lei. Sembrava un’invasata. Diceva a tutti che dopo qualche tempo il dottore tornava e la sposava. Non proprio subito però, per via del lavoro. Ma tornava, questo era sicuro.

Dopo tre mesi Maria si accorse che la sua pancia cresceva, e disse subito che quel figlio l’avrebbe chiamato Molecola, perché era una parola che diceva spesso il suo futuro marito. E intanto Molecola cresceva dentro di lei. Alcuni in paese la chiamavano scrofa, e quando passava in piazza certe mamme tiravano via i figlioli. Il prete la guardava con occhi di pietà e di schifo che era peggio di chiamarla scrofa. Alla fine partorì, ma il suo dottore non si vedeva. Maria diventò stanca e cattiva. Un giorno mi chiese di badare a Molecola perché voleva andare a cercare il dottore.

«E se non lo trovi?» dissi io.

«Lo trovo, stai sicuro» fece lei. Cercai di farle capire che il suo bel dottore sarebbe tornato da lei come un evaso tornerebbe in galera, ma lei non mi dava retta. Disse che stava via al massimo due giorni e sarebbe tornata con il suo dottore. Io pensai che le teste dure hanno bisogno di un colpo forte per rompersi. La mattina dopo Maria partì per Palermo, e dopo due giorni non era ancora tornata. Io mi occupavo di quel piccolo disgraziato del bambino, ma avevo anche le mie faccende e mi feci aiutare dalla figlia di un mio cugino che mi teneva il bimbo dalla mattina fino al tramonto e lo portava ad allattare dalla balia.

Passarono altri due giorni, e Maria non si vedeva.

Decisi di aspettare ancora tre giorni, poi sarei andato dal maresciallo. Il terzo giorno andai a letto tardi e non chiusi occhio per tutta la notte. Molecola dormiva in una cesta accanto a me. Pensavo a cosa avrei fatto di quel bambino se Maria non fosse più tornata. La mattina dopo lei non era ancora arrivata. La sera, prima di andare a riprendere il bambino passai come sempre dal mulino di Maria. La trovai seduta in cucina, di fronte al tavolo, con un sorrisetto sulle labbra. Fissava la parete. Sembrava calma. Disse la stessa parola per una decina di volte, sempre con la stessa voce tranquilla:

«porco».

Mi avvicinai. Lei non si mosse. Appena le misi una mano sulla spalla lasciò andare la faccia sul tavolo e scoppiò a piangere. Ritirai la mano e aspettai. Dopo un po’ lei alzò il capo di scatto, aprì una mano e mi fece vedere un anello con una pietra trasparente in mezzo. «Guarda cosa m’ha dato» disse. Mi raccontò che il dottore voleva darle anche dei soldi, «come una puttana». Il dottore abitava in una casa grande con gli alberi intorno. Lei lo aveva aspettato tutto il giorno nei paraggi della villa, e quando lo aveva visto scendere dalla macchina gli era corsa incontro felice di rivedere la sua faccia che le faceva tenerezza. Lui si era bloccato sulla gambe, gli occhi tondi.

Già da quello lei aveva capito, ma una parte di sé non ci voleva credere e allora andava avanti, incontro al suo amore. Lui l’aveva fatta salire in macchina ed era partito con la retromarcia. Aveva girato in una stradina e dopo qualche chilometro si era fermato in un sentiero che tagliava in due un immenso oliveto.

«Ho una famiglia» le aveva detto. Le aveva giurato che la moglie era una strega, ma che non poteva lasciarla perché avevano dei figli. «Che farebbero senza il loro papà, poveretti?» aveva detto. Allora lei si era messa a piangere. «Anche noi abbiamo un figlio» gli aveva detto.

«Un figlio…» aveva fatto lui.

«Si chiama Molecola» aveva detto lei. Lui allora si era strappato i capelli giurando che soffriva all’idea di non poterla sposare, ma non l’avrebbe mai dimenticata. Poi erano tornati in città e lui le aveva regalato quell’anello che costava molti soldi. Voleva anche darle un assegno. «Non ti devi offendere» le aveva detto. Le aveva spiegato che nella vita le cose a volte non vanno per il verso giusto, e in certi casi si doveva solo inghiottire e tirare avanti.

Maria affondò la faccia nella mia pancia e si mise a singhiozzare. Quando si staccò da meavevo la maglia bagnata come se avessi raccolto pomodori tutto il giorno. Lei si asciugò gli occhi e disse che quella mattina andava subito a vendere quell’anello d’oro che valeva un sacco di soldi. Lo faceva per Molecola, disse, poi ricominciò a piangere.

Io mi sentii un po’ vigliacco, perché in un momento così mi misi a guardare le sue poppe che tremolavano per i singhiozzi. Anche la gonna era un po’salita, e mi venne la voglia di farle una carezza sulle gambe. Però non lo feci. Pensai che ero già abbastanza vecchio e lei invece era ancora una ragazzina.

«Ti sposo» dissi, «e mi prendo il bambino come se fosse mio. E che tutto il paese vada al diavolo». Lei mi guardò che ancora sussultava con le spalle, poi cominciò a urlare «no no no» e corse via su per le scale con la gonna che svolazzava. Guardare quelle gambe mi faceva male agli occhi. Sentii una porta che sbatteva e poi un pianto disperato.

Che avevo detto di male? Se mi voleva dire di no poteva scuotere la testa e io me ne sarei andato. Mi sentivo anche un po’ offeso. Non ero più così giovane ma non ero nemmeno concime per i campi. Non avevo preso moglie solo perché non avevo trovato quella giusta. Dissi a voce alta che andavo a riprendere il suo bambino e mi avviai alla porta. Lei scese di corsa e mi strinse una mano.

«Ti sposo ma finché non lo dico io non mi tocchi e io dormo chiusa a chiave» disse. Guardavo quel petto che andava su e giù e mi veniva voglia di abbracciarla. «Giura che non mi tocchi e ti sposo tra una settimana!» Sentii il suo fiato buono sulla faccia, e dissi di sì.

«Giuro che non ti tocco» dissi. Da ora in poi chi storceva il naso di fronte a mia moglie avrebbe fatto i conti con le nocche delle mie mani. Dopo una settimana eravamo moglie e marito, e così Molecola aveva un padre. Ma quell’anello valeva meno di un etto di pepe. Maria pianse un giorno intero, non per i soldi ma per l’inganno.

Ogni tanto mi dava un bacio sulla guancia, allora la stringevo, aspettando un bacio vero, ma la mia speranza durava quanto un lombrico in un pollaio. Una sera tornavo dal campo con lesue gambe stampate qui in mezzo agli occhi. Entrai in cucina e la guardai mentre girava la zuppa. Le andai dietro, l’abbracciai e baciai la sua testa, uno schiocco sui capelli. Lei continuò a girare la zuppa e mi lasciò fare. Allora scesi con le mani. Non feci in tempo a sentire il morbido delle pelle che mi tirò una gomitata nel fegato.

«L’avevi giurato!» disse tra i denti. Mi venne quasi voglia di dare un pugno sul tavolo e dire che ero suo marito, ma di fronte a quegli occhi non mi riusciva. Mi scusai e dissi che se facevo così la colpa era sua, perché era troppo bella, e che resistere era difficile come buttare via il pane durante la carestia. Lei era contenta di sentire quelle cose, ma non voleva farmelo vedere.

Si rimise a girare la zuppa. Lasciai perdere e andai in cantina a prendere il vino. Acena ne bevvi diversi bicchieri, così per consolarmi. Poi Maria prese il bambino come un fagotto.

«Dai un bacio a papà» disse, e lo portò a letto. Poi sentii girare le mandate della sua porta, come ogni sera, e il capo mi crollò sul tavolo.

Una sera, dopo che lei era andata a letto, cominciai a bere vino. Dopo un’ora mi sentivo come un leone. Salii di sopra e staccai dai cardini la porta di Maria. Lei scattò su e mi guardò con gli occhi sbarrati. Si teneva le coperte strette addosso. Mi misi davanti al suo letto e le puntai addosso un dito che sembrava un fucile.

«Anche il prete dice che moglie e marito devono fare certe cose!» dissi. Poi mi buttai su di lei. Successe un macello che è meglio non raccontare, e dopo un po’ mi ritrovai seduto per terra a guardare lei che buttava i suoi due vestiti in una borsa, mentre Molecola piangeva nella sua cesta. «Non succederà più, ma non andare» dissi.

«Sei peggio di quel porco di Palermo» disse lei. Finì di mettere la sua roba nella borsa e se ne andò con Molecola in braccio. L’avevo portata a casa mia i primi di marzo, e a metà aprile se n’era già andata. Tornò a casa sua, al mulino abbandonato. Non mise più piede in casa mia. Il bambino cresceva, e lei diventava vecchia, sempre più vecchia. Ogni anno che passava per lei erano come cinque. Non mangiava nulla, parlava sempre meno, e alla fine non parlò più. Diventò più silenziosa di un bastone.

Molecola continuava a crescere, e lei era sempre più trasparente.

Poi una notte morì. Molecola non aveva ancora quindici anni, era un ragazzino con la faccia scura e due occhi da lupo. Dopo il cimitero gli si misero tutti intorno e dissero che il ragazzino doveva venire a vivere da me. Molecola disse che non ci pensava nemmeno e se ne andò al mulino abbandonato. Stava da solo in quella casa e invece di cercare lavoro nei campi andò a badare un gregge di pecore.

Si dette molto da fare, e dopo qualche anno riuscì a mettere insieme un piccolo gregge tutto suo, di una quindicina di pecore. Stava ore seduto sopra un sasso, e guardava il cielo con la faccia dura, silenzioso come sua madre prima di morire. Aveva sempre negli occhi una luce che sapeva di vendetta, ma contro chi non lo sapeva nessuno. Io gli compravo il formaggio, e ogni tanto lo andavo a trovare su al pascolo.

Ero preoccupato per lui come un vero padre.

Molecola era un uomo, ormai, ma era anche un bambino. Poi un giorno sparì, lasciando le pecore chiuse nel recinto. Nessuno lo aveva visto. Dopo un paio di giorni andammo a cercarlo sulle colline, ma non lo trovammo. Le pecore le affidai a un pastore amico mio, e dopo una settimana morirono una dopo l’altra di una malattia strana. Si gonfiavano come se fossero incinte, poi vomitavano giallo belando come bambini e alla fine stramazzavano. Misi le carcasse una sull’altra e le bruciai. Dopo due o tre mesi, in mezzo alla notte sentii bussare alla porta. Scesi con il fucile in braccio e chiesi chi fosse.

«Apri, sono io». Era Molecola. Levai la catena e lui s’infilò in casa di corsa. Si chiuse dietro la porta e si lasciò andare sopra una sedia.

Si tagliava le labbra con i denti. Aveva addosaddosso un vestito costoso, e puzzava di profumo.

Sembrava molto stanco, ma non riusciva lo stesso a stare fermo. Faceva ballare una gamba come se ce l’avesse attaccata alla corrente.

Era anche molto dimagrito. Gli chiesi cos’era successo, e lui tirò fuori una pistola da sotto la giacca. Se la rigirò in mano come se fosse un attrezzo da officina.

«Ho ammazzato un uomo».

«Perché?»

«Mi hanno pagato bene» disse lui sorridendo, ma sembrava che lo facesse per non mettersi a piangere. Mi avvicinai a lui. Mi facevano pena quelle ossa che gli uscivano dalla faccia. Gli tirai uno schiaffo e mi misi a aspettare la sua mossa. Lui si coprì il viso con un braccio, sempre tenendo la pistola nella destra. Quando scoprì la faccia aveva gli occhi gonfi e rossi. Si alzò di scatto e andò verso la porta. Gli andai dietro e lo presi per una spalla.

«Ti cercano?» chiesi.

«È tutto a posto» disse lui.

«Dove vai?»

«Le pecore?»

«Tutte morte.»

«Meglio così» disse lui. Poi aprì la porta e se ne andò. Nessuno in paese l’aveva visto, e io non dissi nulla. Speravo che tornasse presto, volevo sapere cos’era successo… chi aveva ammazzato.

Dopo un paio di mesi Molecola tornò al paese. Era più nero e più magro di prima. Aveva dei soldi, e comprò trenta pecore. Ricominciò a fare la vita di prima. Pecore e formaggio. Io lo andavo a trovare al pascolo. Mi sedevo accanto a lui e stavo zitto, perché ci sono cose che con le parole non c’entrano nulla. Poi dopo un po’ me ne andavo.

Mi accorsi di volergli più bene di quanto credessi. Nella sua faccia rivedevo qualcosa di sua madre. Un giorno m’incamminai su per la collina per andare a sedermi accanto a lui. Lo vedevo laggiù lontano, seduto sopra il solito sasso, con le mani appoggiate al bastone. Era proprio bello mio figlio, pensavo andandogli incontro.

Sentii il rumore di un motore e mi voltai. Più in basso vidi una macchina rossa che saliva verso la collina, con il motore imballato. La seguii con gli occhi per capire dove stava andando.

Quella strada portava solo al pascolo di Molecola. Cominciai ad agitarmi, anche se non capivo come mai. Accelerai il passo, ma capii che la macchina sarebbe arrivata prima di me, molto prima di me. Quando la vidi sbucare di fronte al pascolo io ero ancora lontano. La macchina uscì dalla strada e si fermò nel campo. Cominciai a correre.

La portiera si aprì e uscì una persona tozza con una maschera da Paperino sulla faccia. Avanzò sull’erba e si avvicinò a Molecola, gli arrivò vicino come da me a te. Da sotto il giubbotto tirò fuori una lupara e gli sparò un colpo in faccia. Molecola si rivoltò gambe all’aria, e le pecore si misero a belare e a correre in cerchio.

Continuando a correre mi misi a urlare. Paperino si voltò a guardarmi, calcolò le distanze, poi si mise la lupara a tracolla, infilò le mani in tasca e tornò con calma alla macchina. Mise in moto e se ne andò.

Dopo un minuto arrivai da Molecola. Sembrava di essere dal macellaio. La sua faccia non c’era più, e dal sangue veniva su del fumo. Le mani erano ancora attaccate al bastone. In lontananza sentivo il rumore della macchina che tornava a valle. Le pecore avevano già ricominciato a mangiare.

Il giorno stesso chiudemmo il morto in una cassa, il prete gli fece una messa e subito dopo lo seppellimmo. Dopo qualche settimana me ne sono andato, non potevo più vedere quel paese e quei campi… È una brutta storia, nessuno può dire di no. Però non ci avevo capito nulla. Sapevo che erano successe delle cose, e anche brutte, ma non sapevo il perché… e non sapevo nemmeno cosa fosse successo di preciso. Poi un giorno capii tutto, per caso. Mi ero fatto dare dei giornali vecchi da un vicino di casa, per accendere il fuoco.

Mentre appallottolavo le pagine mi capitò davanti la fotografia di una faccia che mi sembrava di conoscere. La guardai meglio, e dopo un secondo lo riconobbi. Era il dottorino di Palermo, il papà di Molecola. Non sapevo leggere, e tornai dal mio vicino per chiedergli cosa c’era scritto.

Lui mi lesse tutto. La foto era di un certo Pasquale Cettura, detto «professore» per via della sua mania di parlare sempre di cose difficili. Trent’anni, scapolo, pregiudicato. Era un piccolo capo mafioso legato a un’importante famiglia di Palermo. Era stato ammazzato da un sicario venuto da fuori, con cinque colpi alla testa. Probabilmente, diceva il giornale, il «professore» era uno dei tanti morti di una guerra tra famiglie.

Tornai a casa e mi misi a sedere su una sedia. Ora lo sapevo. Era stato Molecola ad ammazzare Pasquale Cettura. Cinque colpi nella testa.

Poi era venuto da me e me lo aveva detto. Poi pensai: «Molecola ha ammazzato suo padre». Però poteva essere andata in due modi soli. Se Molecola aveva ucciso suo padre senza saperlo, solo per i soldi, il destino aveva lavorato come non lavora tutti i giorni. Ma se Molecola lo aveva ucciso proprio perché sapeva che era suo padre… come aveva fatto a saperlo? Ci penso ancora, tutti i giorni. Chissà, forse un giorno tornerò in Sicilia e per caso scoprirò tutto. O forse è proprio per questo che non ci tornerò mai. Non l’ho ancora capito.


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